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Acerola
Acerola (Malpighia glabra) è una pianta che cresce spontanea in America centrale e meridionale, soprattutto in Brasile e in Porto Rico. Dopo il frutto di Terminalia ferdinandiana quello di acerola è il più ricco di vitamina C; contiene inoltre vitamina B6, B1 e A, flavonoidi e minerali (ferro, calcio, fosforo, potassio e magnesio).

Usi
• Il frutto di questa pianta, comunemente conosciuto come "ciliegia delle Indie Occidentali" o "ciliegia di Barbados", ha un diametro di 1-2 cm e, pur assomigliando molto alla ciliegia europea, al suo interno presenta degli spicchi, come il mandarino. L'acerola è succosa e morbida. Senza l'aggiunta di zucchero, il gusto è asprigno per l'alto contenuto di vitamina C: mentre le arance forniscono da 500 a 4.000 ppm di vitamina C, l’acerola in natura raggiunge dai 16.000 ai 172.000 di ppm (parti per milione, cioè grammi di principio attivo che si devono diluire in mille litri d’acqua).
• Il succo di questo frutto viene commercializzato comunemente in America del Sud, mentre in Europa questo sta avvenendo solamente negli ultimi anni.

     
 

Achillea
Achillea è un genere di piante Dicotiledoni, notevole per il numero di specie e di diverse taglie (alcune grandi; altre nane), della famiglia delle Asteraceae. Secondo la tradizione il nome deriverebbe da Achille che utilizzò la pianta per curarsi le ferite riportate in battaglia; ridimensionandone le proprietà cicatrizzanti, almeno delle specie a noi note, l'achillea è un rimedio per le piccole ferite.

Sistematica
Al genere Achillea appartengono altre 100 specie, diffuse soprattutto nelle regioni temperate. Dal punto di vista sistematico queste specie si dividono in due gruppi principali:
• 1) con capolini a 3 -5 fiori ligulati; in questo gruppo possiamo citare: Achillea tomentosa, Achillea tourneforti, Achillea filipendulina, Achillea falcata, Achillea nobilis e la più famosa Achillea millefolium;
• 2) con capolini aventi da 6 a 20 fiori ligulati; gruppo suddiviso ancora ulteriormente:
• A) specie a fiori bianchi; come ad esempio: Achillea ageratifolia, Achillea ptarmica, Achillea moschata, Achillea clavenae, Achillea herba-rota, Achillea umbellata;
• B) specie a fiori gialli (specie di minore interesse).
Altri autori comunque preferiscono organizzare i vari gruppi secondo la taglia: specie grandi ossia alte oltre 50 cm e specie piccole da pochi cm fino 50 cm.
Nelle classificazioni più vecchie la famiglia del genere Achillea è chiamata Compositae.
Etimologia
Il nome del genere fu fissato da Linneo e deriva dalla credenza che Achille avesse usato queste piante durante l’assedio di Troia (così ci racconta Plinio) per curare le ferite dei suoi soldati avendo appreso da Chirone le virtù medicinali delle stesse.
Questo genere comunque doveva essere ben noto ai botanici prima di Linneo. Infatti lo troviamo nell’erbario di Jerome Bock (1498 – 1554) un ministro luterano noto anche col nome di Hieronymus Tragus; anche Robert Morison (1620 Aberdeen -1683) nel suo “Plantarum Historiae Universalis Oxoniens” (1680-1699) chiama alcune specie di questo genere “Achillea montana purpurea”. Mentre a metà del 1700 si registravano già una ventina di specie in coltivazione nei giardini inglesi.
I francesi nominano queste piante “Achillées”, mentre gli inglesi le chiamano “Yarrow” oppure “Milfoil”.
Morfologia del genere
Le piante del genere Achillea sono di tipo erbaceo, perenne, qualche volta anche suffruticose (ma in questo caso non sono molto alte).
Radici
Radici secondarie da rizoma.
Fusto
I fusti ipogei sono del tipo a rizoma; mentre la parte epigea è villosa, semplice o ramificata, ascendente che può raggiungere fino 80 cm in altezza. In generale l’aspetto delle piante è densamente cespitoso.
Foglie
Le foglie hanno una disposizione alterna e presentano un lieve aroma canforato. La forma è semplice o composta. Le foglie basali sono normalmente picciolate; mentre le foglie cauline in genere non hanno picciolo, e sono quindi sessili.
Infiorescenza
I fiori sono raccolti in capolini calatidi dal diametro di pochi millimetri in infiorescenze corimbose molto caratteristiche di questo genere. In alcuni casi si riscontra delle infiorescenze di tipo racemoso.
Fiori
La tonalità dei fiori può essere bianco, rosa, giallo, arancio o rosso a seconda delle specie e delle varietà.
La struttura del “fiore” è quella tipica delle Asteraceae : è cioè composto (vedi il vecchio nome “Compositae”) da due tipi di fiori: quelli esterni ligulati e quelli centrali tubulosi. I fiori sono ermafroditi e pentameri (sia quelli esterni che quelli centrali).
• Il ricettacolo : è piatto ed è formato da un involucro di brattee protettive (dette squame).
• Fiori esterni: sono di forma ligulata, larghi ma corti. La corolla di questi fiori è trilobata ed è più grande delle sottostanti brattee, ma con pochi petali.
• Fiori centrali: quelli centrali sono tubulosi.
• Androceo: gli stami sono 5.
• Gineceo: lo stilo è uno con stigma bifido; i carpelli sono due con Ovario infero uniloculare.
• Fioritura: da aprile a ottobre.
Frutti
Il frutto è un piccolo achenio oblungo e piatto ed è privo di pappo.
Diffusione e habitat
Queste piante sono proprie delle regioni temperate dell’emisfero boreale. È facile quindi trovarle in Europa e nelle zone temperate dell’Asia. Alcune specie crescono anche in America del Nord.
In Italia sono state individuate 24 specie spontanee e sono distribuite su tutta la penisola sia su suoli pesanti e umidi, che nei fossi e margini stradali. A volte si spingono fino al limite delle nevi eterne. Altitudine: dal piano fino a 3000 m s.l.m. e oltre.
Usi
Le “Achillee” sono piante amare, lievemente aromatiche, ma dal punto di vista tossico fondamentalmente innocue. Fare attenzione a non esporre ai raggi del sole la pelle bagnata dal succo della pianta.
Farmacia
Tra i composti di queste piante è presente l’achilleina un glicoside già usato in farmaceutica, ora solo in liquoreria.
Anticamente (ancora al tempo di Linneo) le specie di Achillea erano molto considerate per le loro proprietà medicinali: astringente e vulneraria. I succhi di queste piante erano usati dai montanari contro le ragadi, le ferite, le ulcerazioni delle varici e le emorroidi. Gli infusi sono indicati anche per i disturbi genitali femminili (mestruazioni irregolari, ansia da menopausa), nei disturbi digestivi.
Si utilizzano per infusi le parti fiorite fatte essiccare in luogo ombroso.
Cucina
Alcune specie sono utilizzate per scopi alimentari. La specie Achillea moscata viene usata in Svizzera per un liquore stomachico. Mentre alcune “Achillee” in Svezia sono usate per insaporire la birra. La Achillea ptarmica il cui sapore si avvicina all'Artemisia, viene usata nell’insalata. In Inghilterra, dissecata e ridotta in polvere viene usata come tabacco economico da fiuto (viene chiamata “erba da starnuti”). Molto spesso le “Achillee” vengono usate come sostituti del tè. Ma attenzione, certe specie possono provocare violenti conati di vomito !
Giardinaggio
L’utilizzo attuale è comunque circoscritto al giardinaggio. Le più usate (anche per la possibilità di creare buoni ibridi) sono: Achillea ptarmica – Achillea millefolium – Achillea filipendulina con le quali si creano aiuole e bordure di sicuro effetto.
Specie del genere
Le specie spontanee presenti sul territorio italiano sono:
• Achillea ageratum L. – Millefoglio agerato
• Achillea atrata L. - Millefoglio del calcare
• Achillea barrelieri Ten. – Millefoglio di Barrelier
• Achillea clavenae L. - Millefoglio di Clavena
• Achillea collina Becker ex Rchb. - Millefoglio comune
• Achillea distans Waldst. & Kit. ex Willd. - Millefoglio maggiore
• Achillea erba-rotta All. – Millefoglio erba-rotta
• Achillea ligustica All. - Millefoglio ligure
• Achillea lucana Pign. - Millefoglio della Basilicata
• Achillea macrophylla L. - Millefoglio delle radure
• Achillea millefolium L. - Millefoglio montano
• Achillea moschata Wulfen - Millefoglio del granito
• Achillea mucronulata Bertol. – Millefoglio appenninico
• Achillea nana L. - Millefoglio nano
• Achillea nobilis L. - Millefoglio nobile
• Achillea oxyloba (DC.) Sch.-Bip. – Millefoglie dei macereti
• Achillea ptarmica L. – Millefoglio palustre
• Achillea roseo-alba Ehrend - Millefoglio bianco-rosso
• Achillea rupestris Porta - Millefoglio del Pollino
• Achillea setacea Waldst. & Kit. - Millefoglio setaceo
• Achillea stricta (Koch) - Millefoglio subalpino
• Achillea tenorii Grande - Millefoglio di Tenore
• Achillea tomentosa L. - Millefoglio giallo
• Achillea virescens (Frenzl) Heimerl - Millefoglio verdastro

   

 

Aglio (Allium sativum)
L'aglio è una pianta coltivata bulbosa della famiglia delle Liliaceae o meglio, secondo schemi tassonomici più attuali, Alliaceae. Il suo utilizzo primo è quello di condimento, ma è ugualmente usato a scopo terapeutico per le proprietà congiuntamente attribuitegli dalla scienza e dalle tradizioni popolari.
A causa della sua coltivazione molto diffusa le sue origini sono incerte, sono state rintracciate sia nella Siberia sud-occidentale che in Sicilia ed in Calabria, dove cresce spontaneamente. Appartiene alla stessa famiglia delle cipolle e delgiglio.
L'odore caratteristico dell'aglio è dovuto a numerosi composti organici di zolfo tra cui l'alliina ed i suoi derivati, come l'allicina ed il disolfuro di diallile.
Esistono varie qualità di aglio: Piacentino bianco, rosso di Sulmona, Serena, Rosso di Nubia. L'aglio rosso di Nubia, una contrada del trapanese, è presidio Slowfood. Il bulbo è costituito tipicamente da dodici bulbilli o spicchi, con le tuniche esterne bianche e le tuniche interne di colore rosso vivo. Tradizionalmente viene confezionato in "trecce" da circa cento bulbi.
Uso in fitoterapia
L'aglio ha diverse proprietà curative:
• Antiipertensivo
• Antibatterico, ad opera dei composti tiosolfonati che si formano spontaneamente dall'allicina
• Antielmintico (gli elminti sono una classe di vermi che possono parassitare l'intestino)
• Antiossidante ad opera di molti composti, come i vari solfuri, il selenio e le vitamine dei gruppi B e C
• Contro raffreddore e influenza
• Antitumorale(in vitro) ad opera di Ajoene e disolfuri .
• Antitrombotico anche qui ad opera dell'Ajoene ad azione antiaggregante piastrinica
L'uso dell'aglio crudo tritato finemente sui cibi come sughi, carne ed insalate è un ottimo coadiuvante per la cura dell'ipercolesterolemia ; bronchiti catarrali; elmintiasi (nei bambini in special modo poiché portano sporcizia alla bocca). Il consumo di aglio dà un generale senso di benessere all'organismo per la sua azione anti batterica quindi antiinfettiva.
Per ovviare almeno in parte al disagio del conseguente "alito pesante" si deve privare l'aglio del piccolo germoglio verde interno facilmente estraibile.
Essendo anche un ottimo stimolante digestivo e diuretico viene anche utilizzato in forma di infuso (dai 5 ai 10 g in un litro di acqua) mentre per un'azione antisettica dai 10-15 g in decotto.
Curiosità
Nel folclore europeo, si riteneva che l'aglio tenesse lontani i vampiri e si indossava in un sacchetto intorno al collo. Questa tradizione si può collegare al fatto che i vampiri erano considerati dei "parassiti" e conseguentemente l'Aglio, avendo proprietà antibatteriche, li teneva lontani.
Il suo potere antisettico era noto fin dall'antichità: nel Medioevo i medici usavano delle mascherine imbevute di succo d'aglio per proteggersi dalle infezioni e tutt'oggi è ampiamente usato nella medicina popolare.
Una famosissima cantilena napoletana recita:
Agli e fravagli fattura che non quagli. Corna e bicorne capa 'alice e capa d'aglio ....''
Si consigliava infatti di tenerlo addosso la notte che precede il 24 giugno (San Giovanni) insieme ad altre erbe per proteggersi dalle streghe che in quella data, secondo la tradizione, celebrerebbero il grande sabba annuale che coincide con il solstizio d'estate.
Che l'aroma dell'aglio non sia mai stato gradito è cosa nota tanto che lo stesso Shakespeare in "Sogno di una notte di mezza estate" fa dire ai propri attori nella seconda scena di non mangiare aglio in quanto "(...) e soprattutto, attori, anime mie, badate a non mangiar aglio o cipolla, ché dobbiamo esalare tutti un alito che deve riuscir dolce e gradevole (...)".
Se si vuole limitare in parte l'impatto dovuto all'odore dell'aglio, si deve togliere il piccolo germoglio verde interno.

   

 

Aloe
Secondo le indicazioni del Ministero della Salute e la farmacopea ufficiale F.U. IX l'aloe si usa come purgante. Entra anche nella preparazione del fernet e di altri prodotti alimentari, di cosmetici (in forma di Aloe-vera-Gel) ed è molto usata in veterinaria.
L'uso è controindicato negli stati di gravidanza (abortivo), durante l'allattamento e in ilei di ogni genere.
Uso popolare e come fitoterapico
Nella tradizionale medicina popolare l'aloe barbadensis e l'aloe capensis vennero usati come lassativo / purgante per costipazioni acute. Si usava il succo inspessito delle foglia (aloina) o la polvere essiccata che è ancora officinale secondo F.U. IX1.
Come polvere e come unguento, l'aloe si usa ancora nelle ferite e negli eczemi, visto che è stata riscontrata una sua funzione antisettica.
Circa vent'anni fa l'industria cosmetica ha scoperto la pianta (il succo fresco delle foglia), perché dispone di proprietà rinfrescanti e blandamente idratanti, antiinfiammatori e battericidi (applicata sulla pelle). Venne quindi aggiunto come ingrediente a buon mercato a tanti prodotti cosmetici (sapone, emulsioni per il viso, ...).
Negli ultimi anni invece divenne la medicina di "moda" negli ambienti di "fitness" e "wellness" ed è diventato un classico esempio di una medicina che cade nelle mani di specialisti di marketing: viene aggiunto a vari prodotti (in forma di "Aloe-vera-Gel"), dalla carta igienica ai detersivi fino allo yogurt come "toccasana" contro tutti i danni e i malanni della civiltà.
Questo è almeno obsoleto per quanto riguarda la somministrazione orale, perché la cuticola della foglia e le spine contengono degli antrachinoni (sostanza di quasi tutti vegetali lassativi), praticamente assenti nel gel interno, che a lungo ledono irreversibilmente i gangli neuronali che controllano la motilità intestinale e li rende "pigri". Anche piccole dosi (a ca. 50 mg appare l'effetto) a lungo sono lesive!
La commissione E del Ministero tedesco per la Salute scrive:
Indicazioni: Stati patologici che richiedono una evacuazione con feci molli ad es.:
• ragadi anali,
• emorroidi,
• interventi chirurgici anorettali,
• occlusione intestinale.
Controindicazioni: gravidanza (abortivo), allattamento, ilei di qualsiasi origine.
Effetti collaterali: in caso di abuso o uso cronico: perdita di elettroliti, prevalentemente di potassio.
Interazioni: nessuna nota. In caso di abuso o uso cronico: potenziamento dell'effetto di glucosidi cardioattivi.
Posologia: Dose media giornaliera 0.05 - 0.2 g di polvere o estratto secco (tuttavia non è stata dimostrata scientificamente la dose corretta). Dose letale: 1 g per diversi giorni susseguenti!.
Per un fitoterapista serio, l'indicazione per l'aloe è una e solo una:
• costipazione intestinale acuta.
Si usano preparati commerciali secondo F.U. IX con una garantita concentrazione perché siano dosabili in modo razionale.

   
  Alcea rosea
Alcea rosea (anche malvarosa o malvone) è una pianta ornamentale della famiglia delle Malvaceae.
Usi farmaceutici
Le radici sono pingue di zuccheri mucillaginosi che a contatto con l'umidità si convertono in un soffice gel, che viene utilizzato per proteggere la gola dagli elementi irritanti e nel trattamento della tosse secca; le radici vengono vendute anche sotto forma di estratti secchi, sciroppi e pastiglie.
   

 

Amamelide
Amamelide è una pianta appartenente alle Hamamelidaceae.
Originaria delle regioni orientali degli Stati Uniti e del Canada, ma coltivata anche in Europa.
Morfologia
Pianta di aspetto arbustivo.
Foglie con picciolo corto e robusto alterne, ovali od obovate, glabre, lunghe fino a 15 cm e larghe fino a 10cm, lembo asimmetrico alla base con margine irregolarmente sinuato-crenato di colore verde brunastro, apice brevemente acuminato ed ottuso. Dalla nervatura mediana si dipartono, ad angolo acuto, da due lati, 5-6 nervature secondarie diritte o lievemente arcuate, che giungono al margine e sono fortemente rilevate sulla pagina inferiore.
Nella stagione autunnale prendono una colorazione gialla.
Fiori, che si aprono in genere nei mesi di settembre ed ottobre, sono riuniti in glomeruli ascellari riuniti a due o a tre con quattro sepali ciascuno. Quattro petali, quattro stami e due stili.
Frutti a due logge con semi scuri e lucidi, in capsula legnosa.
Proprietà ed utilizzo
Per la presenza nelle foglie e nella corteccia di tannino e di acido gallico con proprietà decongestionanti, vaso costrittrici e astringenti da cui si ricavano estratti fluidi e pomate usate nella terapia delle emorroidi, varici, flebiti e infiammazioni oculari.
In cosmetica è utilizzato per lozioni astringenti.

   
 

Ananas
Ananas è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Bromeliaceae. È conosciuto soprattutto per la specie coltivata Ananas comosus. La parola Ananas deriva dal nome del frutto nella lingua degli indi Guarani.
Diffusione
Il genere è originario del Sud America. Fu portato nelle isole caraibiche dagli indi Caribi, ed a Guadalupe venne visto per la prima volta nel 1493 da Cristoforo Colombo. Venne poi portato in Europa e da qui distribuito nelle isole del Pacifico dagli spagnoli e dagli inglesi. Piantagioni commerciali si trovano nelle Hawaii, nelle Filippine, nell'Asia sud-orientale, in America Latina, in Florida e a Cuba. Oggi è uno dei frutti più conosciuti.
Descrizione
Le foglie coriacee sono lunghe, lanceolate e con un margine seghettato, e sono riunite in grandi rosette. L'infiorescenza fuoriesce dal centro della rosetta, i singoli fiori sono compatti su di uno stelo breve e robusto. Ogni fiore possiede un proprio sepalo; i sepali diventano carnosi e succosi e si sviluppano nel frutto, coronato da una rosetta di foglie.
La caratteristica di questo frutto è la polpa di colore giallo, rivestita da una scorza marrone, formata da placchette fuse tra loro. Il frutto contiene un enzima proteolitico: la bromelina, sostanza che accelera il metabolismo.
L’ananas contiene poche calorie (40 calorie ogni 100g). A quello in scatola viene aggiunto dello zucchero, per cui è più calorico.
Dalle foglie si ricava una fibra utilizzata per produrre corde e tessuti.
Si utilizza l'estratto secco poiché favorisce i processi digestivi e può migliorare la cosiddette cellulite a "buccia di arancia".
Specie e varietà
• Ananas ananassoides var. typicus
• Ananas arvensis (Brasile)
• Ananas bracteatus (Brasile)
• Ananas bracteatus var. albus
• Ananas bracteatus var. hondurensis
• Ananas bracteatus var. paraguariensis
• Ananas bracteatus var. rudis
• Ananas bracteatus var. striatus (Sud America)
• Ananas bracteatus var. tricolor
• Ananas bracteatus var. typicus
• Ananas comosus, ananas (Brasile)
• Ananas erectifolius
• Ananas genesio-linesii (Brasile)
• Ananas guaraniticus (Argentina, Paraguay)
• Ananas macrodontes (Brasile)
• Ananas microcephalus (America tropicale)
• Ananas microcephalus var. major (Sud America)
• Ananas microcephalus var. minor (Sud America)
• Ananas microcephalus var. missionensis (Argentina)
• Ananas microcephalus var. mondayanus (Sud America)
• Ananas microstachys var. typicus
• Ananas mordilona
• Ananas pancheanus (Colombia)
• Ananas parguazensis (Sud America)
• Ananas pyramidalis
• Ananas sativus (America tropicale)
• Ananas sativus var. hispanorum
• Ananas sativus var. lucidus
• Ananas sativus var. muricatus
• Ananas sativus var. sagenarius
• Ananas sativus f. typicus
• Ananas sativus var. variegatus
• Ananas strictus (Paraguay)
• Ananas viridis
Usi
La bromelina, un enzima in grado di digerire le proteine presente nel frutto ha un effetto farmacologico, ad oggi è usato per la produzione di farmaci antinfiammatori. La bromelina viene però distrutta dal calore, quindi non è presente nelle marmellate e nelle crostate, dove l'ananas viene cotto, oppure nell'ananas in scatola.
L'ananas ha un effetto diuretico: combatte la ritenzione dei liquidi ed è un buon digestivo e possiede una azione antinfiammatoria sui tessuti molli. Viene usato nelle terapie contro la cellulite.
In cucina viene usato sia per la preparazione di secondi piatti, come il pollo in agrodolce, sia per la preparazione di dolci.
Curiosità
Al Museo Nazionale Romano di Roma, presso la sede di Palazzo Massimo alle Terme, al terzo piano è conservato un pavimento a mosaico di epoca romana la cui datazione è collocabile fra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C. Al centro è presente un motivo geometrico con un cesto di frutta, tra cui spicca chiaramente un ananas, con il tipico colore, la caratteristica infiorescenza a spiga e le scaglie. Ad incuriosire è proprio la presenza di questo frutto originario dell'America tropicale, giunto in Europa solo dopo i viaggi di Cristoforo Colombo.
L'ananas rappresentava un simbolo di ospitalità: era uso degli indigeni appenderli all’ingresso delle proprie abitazioni, per dare il benvenuto.
In Europa, l'ananas sciroppato è il frutto in scatola più consumato.

   
 

Anice stellato
Illicium verum Hook.f. è una specie di piante angiosperma dicotiledone.
È un albero tropicale sempreverde originario dell'Asia orientale.
Descrizione
Le foglie sono ovali lanceolate e all'ascella si formano fiori con perianzio bianco-giallastro formato da 15-20 petali disposti a spirale. Il frutto è un follicolo legnoso formato da 8-12 lobi disposti a stella (da cui il nome), su un peduncolo detto columella. Ogni lobo porta un seme.
Il principio attivo di cui è ricco è l'anetolo.
Usi
• Viene utilizzato in cucina come spezia.
• Viene utilizzato in Europa industrialmente per la produzione di diversi liquori fra cui sambuca e pastis.
• Ha proprietà eupeptiche, stomachiche, carminative ed antidiarroiche.
• Viene utilizzata per estrarne l' acido shikimico usato per produrre farmaci importanti come l' antivirale Oseltamivir.

   
 

Anice verde
La Pimpinella anisum detta anche Anice verde o a volte Anice semplicemente è la specie più nota fra quelle che solitamente vengono chiamate anice. È una pianta annuale, appartenente alla famiglia delle Apiaceae o Ombelliferae e caratterizzata da un fusto erbaceo, cavo e rotondeggiante, da foglie varie a seconda della posizione che occupano, dentate lobate, picciolo lungo e più grandi alla base mentre piccole, incise, piumose e con il picciolo più corto quelle superiori. I fiori sono biancastri piccoli e disposti ad ombrella come le altre ombelliferae.
I semi (diacheni) sono piccoli e striati, la forma ricorda in piccolo quella dei semi di girasole. Visto la grande concentrazione di anetolo sono molto utilizzati in cucina.
Usi
L'anetolo, principio attivo presente nella pianta dell'anice, è usato per produrre liquori, medicinali ed aromi in genere usati in farmacia ed in pasticceria. Fra i liquori si ricorda l'anisetta, l'ouzo greco o i più comuni sambuca e Varnelli.
Proprietà terapeutiche: carminative, spasmolitiche, balsamiche.
Viene usato come antispasmodico, digestivo, stimolante.
Agevola le attività digestive e limita il meteorismo, la nausea e il vomito, inoltre svolge un'azione antibatterica ed espettorante.

   
 

Arancio amaro
L'Arancio amaro (Citrus × aurantium), anche detto Melangolo, è un ibrido del genere Citrus, che raggruppa gli agrumi. Molte varietà di arancio amaro sono utilizzate per l'estrazione dell'olio essenziale usatissimo dall'industria profumiera profumi e come additivo aromatizzante. Vanta inoltre proprietà medicinali.
Morfologia
L'arancio amaro si differenzia da quello dolce (Citrus sinensis) per le spine più lunghe all'ascella delle foglie, per il colore più scuro delle foglie, per un profumo più intenso delle foglie e dei fiori, per la buccia più colorata e più ruvida del frutto, ma soprattutto per il particolare gusto amaro della polpa.
Storia
Gli Arabi lo coltivavano fin dal secolo nono e nei primi anni del secondo millennio lo importarono in Sicilia.
Usi
Oggi l'arancio amaro viene coltivato assieme a tutti gli altri agrumi, per i quali costituisce il migliore portainnesto. I frutti si trovano raramente sul mercato in quanto sono prevalentemente consumati dell'industria alimentare e farmaceutica. Il frutto intiero può essere utilizzato per preparare le famose marmellate e la frutta candita, la buccia viene impiegata in liquoreria (curaçao, amari). L'industria farmaceutica utilizza soprattutto la buccia per la preparazione di vari digestivi e tonici.
L'olio essenziale dell'arancia amara è un liquido etereo giallo paglierino o arancio, ottenuto dalla scorza. Come tutti gli oli essenziali presenta un gusto amaro, è parzialmente solubile in alcol a 96° poiché è prevalentemente costituito da limonene ed a differenza dell'olio essenziale di arancia dolce contiene linalolo e acetato di linalile. Favorisce l'appetito e la digestione. Contiene bergaptene ed altre furocumarine.
Nell'aromaterapia può assumere la funzione di rilassante o di rinfrescante a seconda della miscelazione con altri oli. Tonifica l'apparato digerente, il sistema nervoso ed è ritenuto antidepressivo e indicato per l'insonnia e l'esaurimento nervoso. Possiede proprietà antisettiche, viene consigliato nella cura dell'acne e della forfora.
• L'essenza di zagara o neroli è un prodotto ottenuto dai fiori. Viene usata in profumeria.
• Il petitgrain è ottenuto dalla distillazione delle foglie e dei piccoli rami dell'arancio amaro.
Coltivazione
L'arancio amaro è più robusto di quello dolce, per cui viene usato come portainnesto per tutte le nuove varietà di agrumi, e spesso anche per l'ibridazione delle varietà già note.
Curiosità
Il Citrus aurantium bizzarria è una varietà molto rara, dalle caratteristiche genetiche del Citrus aurantium ma con la peculiarità di produrre frutti sia dell'arancio amaro che del limone cedrato o addirittura frutti che presentano contemporaneamente entrambi gli aspetti ma partiti in modo irregolare. Si tratta di una chimera periclinale da innesto in cui si sono fuse le caratteristiche di entrambe le piante con conseguente mutazione gemmaria.

   
 

Arancio dolce
L'arancio (Citrus × sinensis) è un albero da frutto appartenente al genere Citrus (famiglia Rutaceae), il cui frutto è detto arancia. È un antico ibrido, probabilmente tra il pomelo ed il mandarino, ma da secoli cresce come specie autonoma e si propaga per innesto e talea.
Cenni storici
L'arancia dolce è l'apprezzato frutto invernale che tutti conosciamo. La sua patria è la Cina e sembra che sia stato importata in Europa appena nel secolo XIV dai marinai portoghesi. Ma alcuni testi antico-romani ne parlano già nel I secolo; veniva coltivata in Sicilia e la chiamavano melarancia, il che potrebbe significare che il frutto avesse raggiunto l'Europa via terra. Potrebbero essere corrette entrambe le teorie. Probabilmente l'arancio giunse davvero in Europa per la via della seta, ma la coltivazione prese piede solo nella calda Sicilia, dove la propagazione si arenò. Solo dopo secoli venne riscoperto dai marinai portoghesi.
Da notare che a Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all'Aventino è presente una pianta di arancio dolce che secondo la tradizione domenicana è stata portata e piantata da San Domenico nel 1220 circa. La leggenda non specifica se il santo avesse portato la pianta dal Portogallo o dalla Sicilia, dove essa era giunta al seguito della conquista arabo-berbera.
Descrizione
L'arancio è un albero alto fino a 12 metri, dalle foglie allungate e carnose e dai fiori candidi. I germogli sono sempre verdi, mai rossastri. I frutti sono rotondi e sia la buccia che la polpa sono del tipico colore arancio. La buccia è caratterizzata da una leggera ruvidezza che è diventata termine di paragone anche in campi assolutamente diversi: parliamo ad esempio di pelle a buccia di arancia in cosmesi, o di superfici a buccia di arancia in edilizia.
Il periodo di riposo dell'arancio è di soli tre mesi, per cui succede che l'albero fiorisca e fruttifichi contemporaneamente. I primi frutti si possono raccogliere in novembre (navelina), e gli ultimi a maggio - giugno (valencia late). Un albero adulto produce circa 500 frutti all'anno.
Sottospecie e varietà
Oggi l'arancio è l'agrume più diffuso nel mondo e se ne coltivano centinaia di varietà. Alcuni frutti sono a polpa bionda (ovale, biondo comune, navelina, washington navel, ecc.), altri a polpa rossa per via dei pigmenti antocianici in essi contenuti (moro, tarocco, sanguinello), alcuni più grandi e più belli, altri di aspetto più modesto e dalla buccia più sottile, ma più sugosi e dunque adatti per spremute. Solo in Italia più di venti varietà vengono coltivate come frutta da tavola ed altrettante per spremuta. È interessante notare che le varietà a polpa rossa possano essere coltivate producendo frutti che sviluppano pienamente le loro peculiari caratteristiche organolettiche solo in un ben delimitato areale della Sicilia orientale, in conseguenza di ciò le arance rosse sono diffuse principalmente in Europa, mentre nel resto del mondo si trovano in commercio quasi esclusivamente quelle a polpa bionda. Comunque, le arance dolci non vengono consumate solo come frutta fresca ma, soprattutto nel caso di quelle a polpa bionda, vengono utilizzate per la produzione di succhi (durante la lavorazione delle quali la buccia, preventivamente separata dal resto del frutto, viene sfruttata per estrarne l'olio essenziale in essa contenuto) e, in misura minore, per la produzione di canditi e frutta essiccata.
La definizione Arancia rossa di Sicilia è usata per individuare le varietà di arance polpa rossa (moro, tarocco e sanguinello) che rispettano quanto previsto nel relativo disciplinare "Arancia rossa di Sicilia IGP" (Indicazione Geografica Protetta), ma in realtà si coltiva anche in altre regioni, soprattutto in Calabria, dove la produzione delle arance supera di 1,7 volte quella della Sicilia. A Ribera in provincia di Agrigento si coltiva l'arancia bionda della cultivar "Washington Navel"; in realtà le arance coltivate appartengono tutte al gruppo "Navel" cioè arance ombelicate e a questo gruppo, oltre all'arancia suddetta, sono coltivate il "Brasiliano di Ribera", la cv. W.N. 3033 Frost, Navelina comune, Navelina VCR (Vecchio Clone Risanato), e piccole superfici impiantate a Navelina ISA 315 (in corso di reinnesto con W.N. per via della pezzatura dei frutti che risulta essere media) però sembra che le sue particolari qualità organolettiche siano molto apprezzate dagli intenditori, tanto che l'Arancia di Ribera è un marchio D.O.P..
Essenze
La buccia dell'arancia è una preziosissima fonte di essenze.
• L'olio essenziale dell'arancia dolce o essenza di Portogallo è un liquido che va dal giallo-arancio al rosso scuro (varietà Tarocco e Sanguinello) che ravvisa l'odore della scorza fresca del frutto, parzialmente solubile in alcool etilico a 96° (da infatti delle soluzioni torbide). Costituito quasi esclusivamente da limonene, viene usato nella produzione di liquori e per aromatizzare molti detersivi. Viene spesso utlizzato per sofisticare molti altri oli essenziali agrumari.
• Il terpene d'arancia è un liquido incolore ottenuto dalla distillazione dell'essenza di arancia, largamente usato quale solvente naturale dall'industria delle vernici.
• L'essenza deterpenata è ottenuta dalla rettifica dell'olio tal quale, a seconda del grado di deterpenazione può presentarsi da rosso scurissimo a marrone ed è molto aromatica; esiste anche l'essenza "desesquideterpenata" che appare di colore giallo pallido ed ha una nota olfattiva meno potente.
• L'essenza di zagara o neroli è ottenuta da soli fiori dell'arancio amaro (la parola zagara deriva infatti dall'arabo zahra, che per l'appunto significa "fiore") e mai dai fiori dell'arancio dolce.
Cucina
Le arance, oltre al consueto consumo come frutto o sotto forma di spremuta d'arancia, vengono utilizzate anche in alcune ricette agrodolci come la famosa anatra all'arancia.
Farmaceutica
Nell'industria farmaceutica viene esclusivamente utilizzata l'essenza derivante dalla scorza per le sue qualità aromatizzanti.
Decorazione
Con i fiori d'arancio vengono costruite composizioni floreali per la decorazione di chiese in occasione di matrimoni, per significare la castità della sposa. I frutti invece possono essere utilizzati ad esempio per i pot pourri.
L'arancio in Italia
La Conca d'Oro di Palermo costituì, per le grandi coltivazioni di arancio, una delle meraviglie dell’agricoltura araba di tutto il Mediterraneo. Nei secoli successivi registriamo gli splendori della coltivazione nelle serre del Garda, che rifornivano le tavole dei grandi signori di Venezia e Milano, e sulla costa genovese, dove i frutti erano destinati alla produzione di canditi, ricco sottoprodotto della raffinazione dello zucchero, di cui Genova è tra i primi importatori. In entrambi i casi gli aranci coltivati sono aranci amari. Alla metà dell’Ottocento arancio e limone si diffondono sulle coste sicule e su quelle calabresi. Sono colture relativamente limitate, ma i loro prodotti alimentano un commercio fiorentissimo, che si dirige ai mercati di Londra, e soprattutto New York, che consuma aranci siciliani fino al trionfo della frutticoltura californiana. L’agrumicoltura si sviluppa lentamente, in Sicilia e in Calabria, assicurando redditi alquanto elevati, fino ai primi anni del secondo dopoguerra, quando la sua espansione diviene tumultuosa, e si protrae nonostante i produttori non riescano a imporsi forme di organizzazione in grado di affrontare i grandi mercati di consumo, in specie quello tedesco, dove dal 1980 le importazioni divengono sempre più difficili, incalzate da quelle spagnole, di qualità non superiore, ma ordinate secondo formule commerciali molto più funzionali ed efficaci. Le difficoltà si aggravano in proporzione all’ampliamento della coltura, immensamente dilatatasi, dalle aree etnee del Catanese e dai rilievi siracusani di Francofonte all’interno della Sicilia, nelle province di Ragusa e Agrigento, in Calabria e insediatasi nel Metaponto, che deve la propria sopravvivenza, sempre più, alle sovvenzioni comunitarie, che non si sa quanto potranno protrarsi nel futuro

   
 

Argan
L'argan o argania (Argania spinosa; anche: A. sideroxylon Roem. & Schult.) è un albero endemico del Marocco (nelle sue zone sudoccidentali, e in particolare nella pianura del Souss).
Il nome argan con cui la pianta è conosciuta corrisponde al nome locale, in lingua berbera (tashelhit).
Descrizione
L'argania è un albero dai rami spinosi (da qui l'epiteto spinosa), alto da 8 a 10 metri, assai resistente e che può vivere anche 150-200 anni. È una pianta che si è perfettamente adattata all'aridità del sudovest del Marocco, e la sua sagoma è molto caratteristica: chioma ampia e arrotondata, tronco nodoso, tortuoso e abbastanza corto, formato spesso da più parti intrecciate tra loro.
L'argania fornisce un legno molto duro, utilizzato soprattutto come legname da riscaldamento.
I fiori, da bianchi a giallo-verdastri, compaiono tra maggio e giugno. Il frutto è una bacca ovale, fusiforme, lunga circa 30 mm, che quando è matura è giallo-bruna e che contiene una noce estremamente dura, al cui interno vi sono tre "noccioli". Un albero ne produce circa 8 kg all'anno. Le foglie, verde scuro e coriacee, servono di nutrimento a cammelli e capre. Queste ultime non esitano ad arrampicarsi sui rami per brucarle.
La popolazione berbera dell'Atlante ha sempre utilizzato l'olio di argan per le sue virtù alimentari e cosmetiche. Come il tè, anche l'olio di argan viene tradizionalmente offerto agli ospiti insieme al miele in segno di ospitalità.
L'olio di argan
Esistono due tipi di olio d'argan, a seconda che i noccioli vengano o meno tostati prima dell'uso. L'olio cosmetico, più chiaro, si usa applicandolo sulla pelle e sui capelli e sarebbe efficace contro la caduta dei capelli, gli eczemi, la disidratazione della pelle, ecc. L'olio alimentare, più scuro e dal sapore più forte a causa della torrefazione dei semi, viene utilizzato come l'olio comune per condire gli alimenti. È molto nutritivo e costituisce, insieme a mandorle tritate e miele, l'amlu, una pasta molto nutritiva molto usata per la prima colazione. La ricercatrice Zoubida Charrouf ha contribuito molto alle conoscenze scientifiche di quest'olio e degli altri sottoprodotti dell'argan. Grazie al CRDI ("Centro di Ricerca per lo Sviluppo Internazionale, società pubblica canadese), ed ha anche operato per fondare le prime cooperative di lavorazione dell'olio di argan dirette interamente da donne.
Distribuzione geografica
La pianta dell'argan viene considerata un "relitto" del Terziario: essa esiste infatti in Marocco da 80 milioni di anni, e probabilmente nel Terziario copriva vaste superfici del Nordafrica (che all'epoca era probabilmente unito alle isole Canarie) e dell'Europa meridionale, mentre questa vasta area di diffusione si contrasse nel Quaternario a causa dei mutamenti climatici connessi con le glaciazioni, il che spiegherebbe l'esistenza attuale di alcune colonie nella zona di Rabat (regione di Khemisset) e molto più a nord, vicino alla costa mediterranea tra gli Ait Iznassen.
Oggi la massima concentrazione di queste piante si trova nella regione del Souss. Dal 1988 una zona di circa 830.000 ettari tra Agadir e Essaouira è stata dichiarata dall'UNESCO "Riserva della biosfera".

   
 

Arnica
Con Arnica ci si riferisce spesso all'Arnica montana, una pianta che cresce in montagna. Viene usata dagli sportivi, sotto forma di olio o creme, per curare i dolori muscolari.

   
 

Aronia
L'aronia è un genere botanico con circa 9 specie, che fanno parte della sottofamiglia dei maloideae della famiglia delle rosaceae. Le specie più diffuse sono l' Aronia arbustifolia e l' Aronia melanocarpa (detta Aronia nera). Si tratta di cespugli o arbusti. È notevole il fatto che la pianta non pare essere soggetta alle abituali malattie, è però considerata a rischio di infezione del colpo di fuoco batterico .
Originarie del Nordamerica orientale pare essere stata introdotta nell'agricoltura europea agli inizi del '900 dal biologo e coltivatore russo Iwan Mitschurin.
I frutti hanno la dimensione di un pisello e sono spesso ricoperti da cera. Possono essere raccolti da agosto a ottobre ed hanno un sapore tra il dolce, l'acido e l'amaro, ricordando il sapore dei mirtilli.
Le bacche vengono sia trasformate in succhi che anche appassite ed usate come l'uva passa.
Per via dell'elevato contenuto di flavonoidi, vitamina K e vitamina C, l'aronia era considerata sia in Polonia che in Russia una pianta medicinale.
Le bacche di una delle specie viene usata come sostituto di coloranti alimentari, tipicamente il rosso cocciniglia A, per via dell'intenso colore rosso.

   
 

Artiglio del diavolo
Il Harpagophytum procumbens ((Burch.) DC. ex Meisn), chiamato anche l'artiglio del diavolo, è una pianta erbacea perenne, della famiglia delle Pedaliacee, dell'Africa del Sud, della Savana e del deserto Kalahari.
È ampiamente usato nella medicina tradizionale africana.
Descrizione
I fiori sono rosso-violetto.
Le radici presentano un corredo di uncini che hanno valso alla pianta il suo nome popolare: gli animali e i roditori possono rimanere impigliati nelle radici e perdere la vita morendo di fame.
Usi terapeutici
L'efficacia anti-reumatica e anti-infiammatoria degli Harpagosidi (principi attivi della radice) è paragonabile a quella degli anti infiammatori di sintesi. È coadiuvante per l'artrite reumatoide, reumatismo infiammatorio, tendiniti, contusioni, dolori di schiena, sciatica, ecc.
La radice dell'artiglio del diavolo, di cui si usa l'estratto secco, favorisce anche l'eliminazione dell'acido urico e a questo titolo è efficace nel trattamento della gotta, specie se associato a preparati di Frassino, dove esiste una componente infiammatoria.
È indicato per ridurre la presenza di cortisonici utilizzati per i reumatismi.
Cenni storici
Alle popolazioni africane i suoi effetti sono conosciuti da secoli; le sue radici erano utilizzate dai Boscimani, dagli Ottentotti e dai Bantù per curare le ferite e lenire i dolori articolari. Gli venivano inoltre attribuite proprietà digestive e gastrointestinali. In Europa solo ai primi del Novecento si approfondirono e si studiarono queste qualità e fu dapprima usato come amaro tonico nei casi di indigestione e solo successivamente furono confermate le sue proprietà antinfiammatorie e analgesiche

   
 

Bardana
La bardana (arctium) costituisce un genere nella sottofamiglia delle Carduoideae all'interno della famiglia delle Asteraceae .
Etimologia
Il nome del genere probabilmente derivato dal greco árcteion, orso, si trova già in Dioscuride. Il nome della specie, lappa viene utilizzato per la prima volta da Plinio come altro nome del genere. Derivato dal greco labein = attaccarsi, aggrapparsi, si riferisce ai frutti che si attaccano ai vestiti.
Proprietà curativa
La medicina tradizionale attribuisce alla bardana una proprietà diuretica e di purificazione del sangue. In passato era consigliata anche contro artriti, ulcere, problemi allo stomaco, alopecia, psoriasi, impurità della pelle, prolasso uterino e per la cura delle ferite.
Attualmente è consigliata nel trattamento della pelle grazie all'utilizzo di decotti, estratti e impacchi che danno un certo giovamento per combattere l'acne, la foruncolosi e le pelli grasse. Fondamentalmente, la bardana ha una funzione depurativa, diuretica e stimola le funzioni epatobiliari.
Vengono utilizzate le radici di Arctium lappa raccolte nell'autunno del primo anno o nella primavera del secondo ed essiccate come anche quelle di Artiglio selvatico e di Bardana lanuta. Le radici di bardana vengono, più raramente, offerte sul commercio come Bardanae radix.
Sostanze contenute sono la lignina, tra cui arctiina, inulina (A. lappa 45-70 %, A. minus 20-27 %, A. tomentosum fino a 19 %), mucose, quantità minori di olio eterico polina, derivati di acidi di caffeina e di acido tarassinico (sesquiterpenlactone).
Un suffumigio di radici di bardana, occasionalmente anche di parti di pianta della parte superiore del terreno tagliati di recente o essiccati, serve per l'applicazione interna. Nelle applicazioni esterne, l'olio di radici di bardana viene applicato contro l'alopecia. Se ne sconsiglia l'applicazione in gravidanza.
Specie (Cernita)
• Genere Bardana (Arctium)
o Bardana (A. lappa)
• Artiglio minore (A. minus)
• Bardana selvatica (A. nemorosum)
• Bardana lanuta (A. tomentosum)
Curiosità
• È studiando il principio della bardana, cioè la caratteristica dei frutti che si attaccano ai vestiti e ai peli degli animali che si è arrivati all'invenzione del velcro, usato come sistema tessile di chiusura.

   
 

Betulla
Betulla (Betula, Linneus) è un genere di piante della famiglia delle Betulaceae, genericamente note come betulle.
Il genere comprende oltre 40 specie originarie dell'emisfero nordico, in special modo le zone scandinave.
Il nome del genere deriva dal celtico betu che significa appunto "albero".
Descrizione
Si tratta di alberi e arbusti a fogliame deciduo che possono raggiungere i 15-30 m di altezza, foglie variamente formate e sfumate di verde a seconda della specie o varietà. La specie più diffusa è la Betula pendula (= B. verrucosa), da alcuni autori considerata una sottospecie o varietà di B. alba e chiamata volgarmente betulla bianca, betulla pendula o betulla d'argento, e predilige terreni acidi, poveri, sabbiosi o ciottolosi. Mentre la Betula pubescens, nota col nome di betulla pelosa o betulla delle torbiere, dalle foglie pelose, predilige terreni paludosi o torbosi ed è di dimensioni analoghe alla B. pendula, anche se si presenta più frequentemente come alberetto o cespuglio.
Le betulle si caratterizzano per la corteccia bianca argentata, dovuta alla presenza di granuli di betulina; sono dotate di una notevole rusticità, resistendo a condizioni ambientali avverse, quali geli improvvisi e prolungati e lunghi periodi di siccità; sono diffuse nelle regioni del Picetum, Fagetum e Castanetum, ma si spingono anche nelle zone superiori e inferiori.
Coltivazione
Le betulle vengono coltivate come piante ornamentali per l'eleganza del fogliame e il fusto dalla corteccia bianca maculata di nero, in parchi o giardini, su terreni sciolti e freschi. In silvicoltura vengono utilizzate per consolidare frane, detriti di falda o per il rimboschimento di pascoli e cedui.
Nell'arboricoltura da legno viene coltivata a fustaia con turni di 40-50 anni, o più raramente a ceduo per la produzione del legname usato nell'industria del mobile. Viene anche coltivata per le proprietà officinali e medicinali (aspirina). Si moltiplica naturalmente per seme, per talea dei polloni o si piantano soggetti di due anni provenienti dai vivai..
Avversità
Nonostante sia attaccata da innumerevoli parassiti animali e vegetali, subisce danni limitati e solo in condizioni particolari subisce attacchi di una certa gravità.

   
 

Biancospino
Il biancospino (Crataegus monogyna, Jacq. 1775) è un arbusto o un piccolo albero molto ramificato con rami spinosi, appartenente alla famiglia delle Rosaceae.
Morfologia
La pianta può raggiungere altezze fra 2 e 12 metri.
I fiori sono bianco-rosati a ombrella terminale, con un diametro di ca. 1 cm e a gruppi di 5-25. I frutti sono ovali, rossi e con nocciolo. Le foglie sono lunghe 2-4 cm picciolate, romboidali e incise con punte dei lobi seghettate. La fioritura avviene tipicamente tra maggio e giugno, mentre i frutti maturano fra agosto e ottobre.
Habitat
Si trova in Europa, Nord Africa, Asia occidentale e America settentrionale e cresce in aree di boscaglia.
Usi
• Il legno, denso e pesante, è un apprezzato combustibile.
• Un tempo, in diverse regioni italiane, veniva utilizzato per fare le siepi interpoderali.
Usi terapeutici
Come erba medicinale il biancospino è usato come ricostituente, antidiarroico, ipotensivo e cardiotonico.
I principi attivi contenuti nella pianta sono: flavonoidi tra cui l'iperoside e lavitexina; composti triterpenici tra cui l'acido ursolico e le amine steroli; tannino e derivati purinici. Ha un'azione coronariadilatatrice, vasodilatatrice dei vasi sanguigni addominali e coronarici, azione inotropa positiva, risparmio del consumo di ossigeno da parte del muscolo cardiaco, modulazione della concentrazione intracellulare di Calcio, sedativa sul SNC, diminuzione della frequenza cardiaca.
È indicato nei casi di angina pectoris, nelle nevrosi cardiache, negli stati di ipereccitabilità con aritmie e nell'ipertensione arteriosa.
È utilizzato anche come ansiolitico e nel trattamento dei casi di insonnia.

   
 

Boldo
Il Boldo (Peumus boldus) è una pianta sempreverde originaria del Cile e del Perù appartenente all'ordine delle Laurales.
Caratteri botanici
Pianta non molto conosciuta, anche se produce frutti nel periodo che intercorre fra dicembre e febbraio caratterizzati dal grande contenuto di zuccheri e quindi dal gusto molto dolce.
Diffusione
Originaria dell' America del Sud, e più precisamente del Cile centrale e del Perù ormai si è diffusa in molte altre zone del continente ed è stata introdotta anche in Europa e nell' Africa del Nord.
Usi
Le foglie hanno un forte aroma di legno e sono utilizzate, in America del sud, per preparare infusi e soprattutti in Cile, Argentina e Uruguai viene utilizzata come erba per il tè.
Come erba medicinale il Boldo è usato come antiemetico e componente per liquori.
In Cile è usato spesso con il yerba mate per mitigarne il forte sapore.
Sempre in Cile, molti anni fa, gli studiosi notarono che quelle capre che si nutrivano delle sue foglie, non andavano incontro a malattie del fegato; vennero sviluppati vari studi a tal proposito che arrivarono alla conclusione che poteva essere utilizzata con successo nelle affezioni epatiche.
Le modalità di preparazione sono varie, tra le quali l'infuso, la tintura, e soprattutto il decotto da abbinarsi ad altre piante quali il cardo mariano, l'ortica e la fumaria.

   
 

Borragine
La Borago officinalis (Borragine) è una pianta della famiglia delle Boraginaceae.
La pianta è originaria dell'area mediterranea, dove cresce tuttora in forma spontanea. Viene coltivato in tutte le regioni temperate del globo. Il nome deriva dal latino "borra" (tessuto di lana ruvida), per la peluria che ricopre le foglie. Altri lo fanno derivare dall'arabo abu araq (= padre del sudore), attraverso il latino medievale borrago, forse per le proprietà sudorifere della pianta.
Pianta perpetua, può raggiungere l'altezza di 1 metro. Ha foglie verdi-scure lunghe 10-15 cm che presentano una ruvida peluria. I fiori presentano cinque petali, disposti a stella, di colore blu-viola ed al centro sono visibili le antere derivanti dall'unione dei 5 stami. I fiori sono penduli in piena fioritura e di breve durata. Hanno lunghi pedicelli. Le foglie ovali ellittiche con lungo picciolo. I frutti sono degli acheni che contengono al loro interno diversi semi di piccole dimensioni.
Le foglie giovani (utilizzate fresche) sono variamente impiegate in cucina: in insalate, minestroni, semplicemente bollite con olio e limone, oppure come ripieno di ravioli. In alcuni paesi si ricava un olio dai semi. Talvolta vengono usati anche i petali.
Nella medicina popolare vengono utilizzate le foglie e le sommità fiorite.
Fin dall'antichità la pianta ha fama di svegliare gli spiriti vitali (Plinio: "Un decotto di borragine allontana la tristezza e dà gioia di vivere"). Viene utilizzata per abbassare febbre e calmare la tosse secca. È nota anche come diuretico ed emolliente (quest'ultima proprietà sarebbe dovuta alla presenza di mucillagini). L'olio, ad alto contenuto di acido linolenico, ottenuto dai semi soprattutto per spremitura a freddo, è impiegato nel trattamento degli eczemi e di altre affezioni cutanee, per via delle proprietà antiinfiammatorie.
Attualmente l'uso terapeutico della borragine viene caldamente sconsigliato sia per l'insufficienza delle evidenze mediche, delle difficoltà di dosaggio, ma soprattutto per il fatto che i petali e le foglie conterrebbero in quantità non ancora ben definite alcaloidi pirrolizidinici che hanno proprietà epatotossiche e cancerogene.
In attesa di una verifica puntuale della presenza degli alcaloidi che assumano valori di pericolo nei cibi se ne sconsiglia l'uso alimentare allo stato fresco. Tradizionalmente allo stato cotto la verdura è largamente in uso da secoli, e fatta salva la opportumità di accertamenti più precisi in merito, si nota che allo stato attuale continua ad essere largamente consumata; nelle modalità e concentrazioni di preparazione tradizionali non appaiono evidenze di effetti collaterali.

   
 

Borsa Pastore
Borsapastore comune (Capsella bursa-pastoris L.) Medik. 1792) è una pianta erbacea, perenne appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.
Sistematica
Il Sistema Cronquist assegna la famiglia delle Brassicaceae all'ordine Capparales mentre la moderna classificazione APG la colloca nell'ordine delle Brassicales. Sempre in base alla classificazione APG sono cambiati anche i livelli superiori (vedi tabella a destra).
Nelle classificazioni più vecchie la famiglia del genere Capsella era chiamata anche Crociferae e a volte Cruciferae.
Brassicaceae è una delle più grosse famiglia delle Angiosperme (assieme alle Asteraceae) diffusa principalmente nella fascia temperata e fredda del nostro globo. Il genere Capsella comprende poche specie alcune della quali sono presenti spontaneamente sul territorio italiano.
Varietà
La specie presenta una grande variabilità da zona a zona nella forma delle foglie, il colore dei fiori, la forma del frutto e il portamento in generale. Inoltre, questa specie, praticando abbastanza diffusamente l'autogamia (impollinazione diretta), alcune caratteristiche si fissano in popolazioni locali e ben circoscritte.
Nell'elenco che segue sono indicate alcune sottospecie e varietà della nostra pianta (è da notare comunque che alcune di queste varietà sono considerate sinonimi della specie principale):
• C. bursa-pastoris subsp. occidentalis (Shull) Maire in Jahandiez & Maire (1932)
• C. bursa-pastoris var. coronopifolia DC. (1821)
• C. bursa-pastoris var. integrifolia DC. (1821)
• C. bursa-pastoris var. minor DC. (1821)
Sinonimi
La grande diffusione della nostra pianta ha dato luogo a diversi sinonimi :
• Bursa pastoris Hill.
• Capsella agrestis Jordan (1864)
• Capsella apetala Opiz (1821)
• Capsella batavorum E.B. Almquist (1921)
• Capsella concava E.B. Almquist (1921)
• Capsella hyrcana Grossh.
• Capsella integrifolia Rafin. (1837)
• Capsella mediterranea E.B. Almquist (1921)
• Capsella pastoralis Dulac (1867)
• Capsella patagonica E.B. Almquist (1921)
• Capsella polymorpha Cav. (1802)
• Capsella praecox Jordan (1864)
• Capsella ruderalis Jordan (1864)
• Capsella sabulosa Jordan (1864)
• Capsella stenocarpa Timb.-Lagr. (1870)
• Capsella treviorum E.B. Almquist (1921)
• Capsella turoniensis E.B. Almquist (1921)
• Capsella triangularis St-Lager (1880)
• Capsella virgata Jordan (1864)
• Thlaspi bursa pastoris (L.)
Ibridi
Capsella x gracilis Gren. (1858) : ibrido tra C. bursa-pastoris e C. rubella.
Specie simili
• Capsella rubella Reuter (1854) - Borsa del pastore annuale : si distingue per i fiori, infatti i sepali e i petali sono più piccoli e arrossati (o rosei). Inoltre cresce in ambienti più aridi soprattutto nelle zone mediterranee.
Etimologia
Il nome del genere (“capsella”) e quello specifico (“bursa-pastoris”) deriva dal latino (“capsella” = piccola borsa). Probabilmente l'origine del nome è data dalla forma dei frutti della pianta, simili a bisacce dei pastori.
Il nome di questa pianta venne attribuito nel 1792 dal botanico tedesco Medicus (nome italianizzato di Friedrich Kasimir Medikus (1736-1808)) che certamente vedeva nella forma del frutto la borsa del pastore delle pecore contenente il sale pastorizio da dare alle bestie.
Morfologia
La pianta si riconosce per i caratteristici frutti a forma di cuore o di borsa del pastore come suggerisce il nome, ed è del tipo annuale o biennale. La forma biologica è emicriptofita bienne (H bienn) : quindi si tratta di una pianta a riproduzione biennale con gemme posizionate sul terreno.
Radici
La radice è fittonante scarsamente ramosa ma legnosa. Se viene sezionata può odorare di solforato.
Fusto
Il fusto è eretto, ma piuttosto esile; è ramificato e quasi glabro (possiede piccoli peli molto corti). Altezza media 10 - 30 cm (massima 50 cm).
Foglie
La forma delle foglie non è molto ben definita.
• Foglie basali: le foglie basali, picciolate, sono lanceolate – spatolate, ma anche pennato - partite ; la lamina può essere dentata, lobata o intera. Insieme formano una tipica rosetta basale. Dimensione media delle foglie : larghezza 0,5 – 2 cm; lunghezza 3 – 10 cm.
• Foglie cauline: le foglie cauline sono lanceolate indivise, sessili, alterne, amplessicaule – sagittate (la base delle foglie sono simile ad una freccia) e glabre. Inoltre alla base sono presenti delle piccole foglioline (stipole).
Infiorescenza
L'infiorescenza è composta da piccoli grappoli terminali. In particolare viene definita come racemo lasso e nudo (senza foglie).
Fiori
I fiori sono ermafroditi, tetrameri, dialipetali e attinomorfi.
• Calice: il calice è formato da 4 sepali verdastri ( a volte lievemente arrossati) e ovali e di consistenza membranacea ai margini. Nella parte terminale sono aperti. Dimensione dei sepali: 1 -2 mm.
• Corolla: la corolla è di colore bianco ed è composta da 4 piccoli petali spatolati in disposizione opposta a croce (struttura tipica delle “crocifere”), sporgono decisamente dal calice e sono lievemente smarginati all'apice. Dimensione dei petali: 2 – 3 mm.
• Androceo: gli stami sono 6 con antere gialle. Spesso gli stami derivano da petali trasformati.
• Gineceo: l'ovario è bicarpellare supero; lo stilo è persistente nel frutto.
• Fioritura : fiorisce con continuità da gennaio a dicembre anche se i suoi fiori sono estremamente piccoli ed insignificanti. È una pianta multi - ciclica : i suoi semi appena nati cadono subito e la pianta rifiorisce di nuovo.
• Impollinazione : entomofila (tramite insetti).
Frutti
I frutti di questa pianta sono lungamente peduncolati (a struttura patente e lunghi da 0,5 a 2 cm) ed hanno la forma di piatte siliquette a forma di cuore rovesciato (triangolare -bilobata con la punta verso il peduncolo). Contengono diversi semi oblunghi dal colore marrone chiaro. Dimensione della siliquetta : 4 – 6 mm.
Diffusione e habitat
• Geoelemento : l'origine di questa pianta è relativa alle regioni mediterranee; comunque il geoelemento viene definito come cosmopolita .
• Diffusione : è diffusa in quasi tutto il mondo e spesso è considerata infestante. In Italia è presente su tutto il territorio (scarseggia nella fascia alpina).
• Habitat : si adatta a qualsiasi tipo di clima e di terreno; vegeta negli orti, sui prati incolti ma anche coltivati, ai margini delle strade, sui muri, nelle radure e boschi e aree antropizzate (è una pianta sinantropica ).
• Diffusione altitudinale : dal piano fino a 1800 (massimo 2600) m s.l.m..
Farmacia
• Proprietà curative: antiemorragiche, emostatiche, astringenti. Sembra che alcuni principi attivi presenti nella pianta abbiano la proprietà di regolarizzare il ciclo mestruale. In medicina popolare viene usata nella cura delle diarree, delle varici e delle emorroidi. Il fusto (opportunamente trattato) è usato contro le infezioni della pelle. In omeopatia si usa come rimedio per le emorragie e malattie biliari e renali.
• Parti usate: quella aerea della pianta.

   
 

Calendula
Calendula - genere delle Asteraceae, originario dell'Europa, Nord Africa e Asia mediorientale, comprende oltre 20 specie erbacee annuali o perenni, alte fino a 60-70 cm, la più conosciuta è la Calendula officinalis nota volgarmente col nome di Calendola o Fiorrancio pianta erbacea annuale, pubescente, con fusto angoloso, foglie oblunghe, tenere, di colore verde chiaro, fiori simili a grandi fiori di margherita riuniti in capolini terminali di colore giallo-arancio brillante, a centro purpureo, con fioritura dall'estate fino ai primi geli, con numerosi ibridi e varietà nane dai fiori molto grandi e vivacemente colorati.
Uso
Per decorare i giardini o in vaso sui terrazzi, coltivato industrialmente per la produzione del fiore reciso invernale.
L'uso dei suoi fiori in ambito medicamentoso, in particolare della Calendula officinalis, ha effetti antispasmodici e cicatrizzanti. Il decotto prodotto con circa 50g di fiori essiccati per litro d'acqua, è consigliato contro l'ulcera gastrica; ha inoltre effetti sudoripari e preventivo/attenuanti dei dolori mestruali. Per il ciclo mestruale ha anche un effetto attenuante del flusso e regolarizzante. Viene a volte utilizzata all'interno di prodotti antistaminici per le allergie causate dalla polvere e dagli acari. Oltre alle precedenti indicazioni, nell'Omeopatia la Calendula viene consigliata anche in caso di ustioni, di cure dentarie e dopo il parto.
In dermocosmesi viene prodotta una crema con la polvere ottenuta dai fiori secchi, avente effetti di contrasto per l'acne e per le macchie della pelle. I fiori secchi, lasciati in sospensione all'interno di una bottiglia di olio d'oliva (50g per mezzo litro) consentono di ottenere un olio da uso esterno risolutivo per bruciature e ustioni. Grazie alle sue proprietà disinfettanti e di contrasto alle infiamamzioni viene utilizzata in esterno per impacchi e spesso sfruttata come ingrediente per i detergenti intimi. La sua crema è usata come nutriente e protettiva per le mani e per la pelle.
Metodi di coltivazione
Gradiscono posizione soleggiata, terreno ricco e soffice.
La moltiplicazione avviene con il seme. Nelle Regioni meridionali e in Liguria si semina d'estate trapiantando o diradando le piantine in settembre-ottobre per la fioritura in novembre, che con opportuni ripari prosegue per tutto l'inverno, dando fiori più grandi rispetto alle fioriture estive portate dalle piante ottenute nelle zone a clima rigido, con la semina primaverile.
I semi sono posti sotto la corolla del fiore aranciato ed hanno una forma a falce, quando il fiore appassisce e si secca divengono facilmente visibili. La loro forma gli permette, cadendo e venendo bagnati dalla pioggia, di rimanere parzialmente interrati con una punta rivolta verso l'esterno. I semi hanno, verso il lato esterno della falce, una doppia fila di protuberanze che si allontanano quando l'acqua e il caldo permettono al germoglio di cominciare a crescere, a quel punto il seme si apre proprio in corrispondenza di questa incernieratura.
In appartamento conviene gettare i semi, che possono essere prelevati direttamente dai fiori, eventualmente acquistati in erboristeria, su un vaso riempito di terriccio, successivamente coprirli con uno strato di circa 1cm di ulteriore terriccio e bagnare abbondantemente. Preferiscono zone soleggiate, per questo conviene, se possibile, lasciare i vasi esposti verso sud in maniera da garantire sole tutto il giorno. Le piantine appena germogliate sono facilmente riconoscibili per le due foglioline allungate, lineari e spesse come quelle dei girasoli.
Di tanto in tanto avviene che, appassito un fiore, se ben irrorato di acqua, questo riesca a generare una nuova pianta ed un nuovo fiore direttamente dai semi ancora attaccati ad esso, creando una pianta cresciuta sopra ad un'altra.
Specie
Il genere Calendula L., 1753 comprende le seguenti specie, sottospecie e varietà:
• Calendula americana Mill., 1768
• Calendula arborescens Jacq.
• Calendula arvensis L., 1763
• Calendula arvensis subsp. macroptera Rouy, 1903
• Calendula arvensis var. macroptera (Rouy) O. Bolòs & Vigo, 1987 [1988]
• Calendula aurantiaca Boiss., 1846
• Calendula chrysanthemifolia Vent.
• Calendula cuneata Thunb.
• Calendula fruticosa L.
• Calendula gracilis DC.
• Calendula graminifolia L.
• Calendula incana subsp. agarbiensis (Boiss.) Ohle
• Calendula karakalensis Vass.
• Calendula maderensis DC., 1838
• Calendula magellanica Willd., 1800
• Calendula maritima Guss.
• Calendula maroccana Ball
• Calendula nudicaulis L.
• Calendula officinalis L., 1753
• Calendula oppositifolia Aiton
• Calendula persica C.A. Mey., 1831
• Calendula pinnata Thunb.
• Calendula pluvialis L., 1753
• Calendula pusilla Thouars, 1811
• Calendula stellata Cav., 1791
• Calendula suffruticosa Vahl
• Calendula suffruticosa subsp. algarbiensis (Boiss.) Nyman
• Calendula suffruticosa subsp. fulgida (Rafin.) Ohle
• Calendula suffruticosa subsp. lusitanica (Boiss.) Ohle
• Calendula suffruticosa subsp. maderensis (DC.) Govaerts, 1999
• Calendula suffruticosa subsp. suffruticosa
• Calendula suffruticosa subsp. tomentosa Murb.
• Calendula tomentosa L. f.
• Calendula tragus Aiton
• Calendula tripterocarpa Rupr.
Curiosità
Nel linguaggio dei fiori e delle piante la Calendula rappresenta il dolore, il dispiacere e le pene d'amore.

   
 

Camomilla
La Camomilla (Matricaria recutita L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Asteraceae.
Caratteri botanici
La pianta ha un portamento cespitoso, con più fusti che partono dalla base, più o meno ramificati nella porzione superiore. L'altezza non supera in genere i 50 cm nelle forme spontanee, mentre nelle varietà coltivate può arrivare agli 80 cm. La pianta è spiccatamente aromatica
Le foglie sono alterne e sessili, oblunghe. La lamina è bipennatosetta o tripennatosetta, con lacinie lineari molto strette.
I fiori sono riuniti in capolini con ricettacolo conico e cavo. I fiori esterni hanno la ligula bianca, quelli interni sono tubulosi con corolla gialla. I capolini di diametro di 1-2 cm, sono riuniti in cime corimbose.
Il frutto è un achenio di circa 1 mm di lunghezza, di colore chiaro, privo di pappo.
Ecologia
La specie è diffusa in Europa ed in Asia ed è naturalizzata anche in altri continenti. Cresce spontaneamente nei prati ed in aperta campagna, non oltre gli 800 m, diventa spesso invadente comportandosi come pianta infestante delle colture agrarie.
È una specie rustica che si adatta anche a terreni poveri, moderatamente salini, acidi. Il ciclo di vegetazione è primaverile-estivo, con fioritura in tarda primavera e nel corso dell'estate.
Farmacologia
Di questa pianta vengono in genere raccolti i fiori, preferibilmente dopo aver perso i petali ma prima di essersi essiccati sulla pianta stessa. Una comune metodologia di raccolta consiste nel far passare fra le dita gli steli della pianta in maniera tale da raccogliere solamente i fiori, evitando una lunga fase di pulitura.
Gli infusi di fiori di camomilla notoriamente vengono utilizzati per i loro effetti blandamente sedativi, un suo prolungato uso può portare però l'organismo ad una reazione opposta: è infatti noto che molte persone, che hanno ecceduto nell'assunzione di infusi o decotti di camomilla, non riscontrino più effetti sedativi, bensì tonico-eccitanti. Inoltre, se lasciata per troppo tempo in infusione, l'effetto della camomilla non è più calmante ma eccitante. Questo perché vi è presente una piccola quantità di caffeina.
Le tisane ottenute con questa pianta inoltre provocano l'espulsione di gas intestinali in eccesso. Sono infine note le proprietà nutrizionali della camomilla rispetto ai capelli e rispetto al cuoio capelluto; si utilizza anche per schiarire i capelli biondi che con il tempo tendono al castano: per questi scopi si deve preparare un infuso di fiori di camomilla, lasciarlo raffreddare, filtrarlo e poi utilizzarlo regolarmente dopo lo shampoo.
La camomilla è dotata di buone proprità anti-infiammatorie, locali ed interne. Questo grazie a certi componenti dell'olio essenziale (alfa-bisabololo, guaiazulene, camazulene e farnesene), ad una componente flavonoide (soprattutto apigenina, quercetina, apiina e luteolina) ed ai lattoni matricina e des-acetil-matricarina. Il suo potere antiflogistico a parità di principio attivo (in peso) è stato comparato a quello del cortisone. Altri flavonoidi presenti (eupatuletina, quercimetrina) e le cumarine sono responsabili delle proprietà digestive e spasmolitiche. Queste combinazioni di principi attivi ne fanno un buon risolvente nella dismenorrea, nei crampi intestinali dei soggetti nervosi, negli spasmi muscolari e nei reumatismi.
Nella medicina omeopatica, oltre alle indicazioni già elencate, la camomilla viene consigliata per i problemi associati alla dentizione, alla sindrome premestruale ed a varie malattie infantili come otiti, coliche e a numerosi problemi comportamentali.

   
 

Cannella
La cannella o cinnamomo è una spezia assai diffusa in occidente quanto in oriente. Vengono chiamate ugualmente cannella piante diverse. Le due più frequentemente usate come spezie sono la Cinnamomum zeylanicum, e la Cinnamomum aromaticum (Nees).
La pianta
La cannella Cinnamomum zeylanicum, detta anche Cinnamomum verum è un piccolo albero sempreverde alto circa 10-15 m, della famiglia delle Lauraceae. La pianta è nativa dello Sri Lanka e la spezia che se ne ricava è la più fine e costosa.
La cannella Cinnamomum cassia Nees, della famiglia delle Lauraceae, è detta anche cassia ed ha un aroma più aspro, ma è meno costosa, per cui è più raro trovare la prima o quanto meno trovarla non addizionata con la seconda. Viene prodotta in Vietnam, Sumatra e in Indonesia.
Storia e tradizione
La cannella vanta una storia millenaria: era già citata nella Bibbia, nel libro dell'Esodo, era usata dagli antichi Egizi per le imbalsamazioni e citata anche nel mondo greco e latino. Importata in occidente con le carovane durante il medioevo, portò gli Olandesi a impiantare un traffico stabile con lo Sri Lanka nella prima metà del 1600, per divenirne i principali importatori d'Europa.
Come si presenta
A differenza di altre droghe da cucina, la spezia non si ricava dal seme o dal frutto, bensì dal fusto e dai ramoscelli che, un volta liberati del sughero esterno e trattati, assumono il classico aspetto di una piccola pergamena color nocciola. La cannella può essere venduta in questa forma e sbriciolata al momento dell'uso, oppure essere venduta in polvere.
I bastoncini di Cannella conservano il loro aroma se riposti in barattoli di vetro ben chiusi e lontani da fonti di calore e dalla luce. Anche la polvere di cannella si conserva allo stesso modo, sebbene perda molto delle sue caratteristiche e del suo aroma.
Esiste pure un olio essenziale di cannella, ottenuto facendo macerare la corteccia in acqua marina e poi distillando il tutto. Il liquido ambrato che se ne ricava è più frequentemente usato come principio medicamentoso che non come spezia di cucina.
Sapore
Ha un aroma secco e pungente, che ricorda quello dei chiodi di garofano con una nota pepata. La cannella dello Sri Lanka ha un aroma ugualmente profumato, ma meno aspro e più dolce.
Come si usa
È usata in molti modi differenti da secoli. La tradizione occidentale la preferisce impiegata nei dolci di frutta, specie di mele, nella lavorazione del cioccolato, di caramelle e praline, come aroma in creme, nella panna montata, nella meringa, nei gelati e in numerosi liquori. La tradizione orientale e creola la usa anche nel salato, in accompagnamento di carni affumicate e non. Entrambe la amano come aromatizzante del tè.
A chi fa bene
Contiene tannini, acido cinnamico nell'olio essenziale, eugenolo (oltre 50 composti aromatici e terpenici), canfora. Usata tradizionalmente contro le infreddature e come antibatterico e antispastico, le viene oggi riconosciuta scientificamente la capacità di abbassare il colesterolo e i trigliceridi nel sangue, contribuendo a alleviare i disturbi dell'ipertensione; inoltre esercita una funzione antisettica sui disturbi dell'apparato respiratorio. La medicina Ayurvedica e quella cinese la usano per i problemi mestruali, nel trattamento delle febbri, in alcuni disturbi intestinali e per i problemi legati al freddo in quanto ha un effetto riscaldante sul corpo. L'olio essenziale di cannella ha una forte attività antimicotica e favorisce la circolazione periferica se frizionato sulla pelle.

   
 

Carciofo
Il carciofo (Cynara cardunculus subsp. scolymus (L.) Hegi) è una pianta della famiglia delle Asteraceae coltivata in Italia e in altri Paesi per uso alimentare e, secondariamente, medicinale.
Etimologia
La parola carciofo, la cui radice è usata per indicare questa pianta nella maggioranza delle lingue indoeuropee, procede dall'arabo al-kharshûf.
Caratteristiche botaniche
Il carciofo è una pianta erbacea perenne alta fino a 1,5 metri, provvista di un rizoma sotterraneo dalle cui gemme si sviluppano più fusti, che all'epoca della fioritura si sviluppano in altezza con una ramificazione dicotomica. Il fusto è robusto, cilindrico e carnoso, striato longitudinalmente.
Le foglie presentano uno spiccato polimorfismo anche nell'ambito della stessa pianta. Sono grandi, oblungo-lanceolate, con lamina intera nelle piante giovani e in quelle vicino ai capolini, pennatosetta e più o meno incisa in quelle basali. La forma della lamina fogliare è influenzata anche dalla posizione della gemma da cui si sviluppa la pianta. La superficie della lamina è verde lucida o verde-grigiastra sulla pagina superiore, mentre nella pagina inferiore è verde-cinerea per la presenza di una fitta tomentosità. Le estremità delle lacinie fogliari sono spinose secondo la varietà.
I fiori sono riuniti in un capolino (detto anche calatide) di forma sferoidale, conica o cilindrica e di 5-15 cm di diametro, con un ricettacolo carnoso e concavo nella parte superiore. Sul ricettacolo sono inseriti i fiori, tutti con corolla tubulosa e azzurro-violacea e calice trasformato in un pappo setoloso. Nel capolino immaturo l'infiorescenza vera e propria è protetta da una serie di brattee strettamente embricate, mucronate o spinose all'apice. Fiori e setole sono ridotti ad una corta peluria che si sviluppa con il procedere della fioritura. In piena fioritura le brattee divergono e lasciano emergere i fiori. La parte edule del carciofo è rappresentata dalla base delle brattee e dal ricettacolo, quest'ultimo comunemente chiamato cuore. In Sardegna è molto richiesta anche la parte terminale dello scapo fiorale dalla terzultima o penultima foglia.
Il frutto è un achenio allungato e di sezione quadrangolare, provvisto di pappo.
In questa specie sono stati identificati, con l'ausilio di marcatori molecolari (AFLP, microsatelliti e transposon display), tre differenti taxa:
• C. cardunculus var. sylvestris Lam. (cardo selvatico) abbondantemente diffusa allo stato spontaneo nel bacino occidentale del mediterraneo;
• C. cardunculus var. altilis DC. (cardo coltivato);
• C. cardunculus subsp. scolymus (L.) Hegi (carciofo).
Varietà
Le varietà di carciofo sono classificate secondo diversi criteri. I principali sono i seguenti:
• In base alla presenza e allo sviluppo delle spine si distingue fra varietà spinose e inermi. Le prime hanno capolini con brattee terminati con una spina più o meno robusta, le inermi hanno invece brattee mutiche o mucronate.
• In base al colore del capolino si distingue fra varietà violette e verdi.
• In base al comportamento nel ciclo fenologico si distingue fra varietà autunnali o rifiorenti e varietà primaverili. Le prime si prestano alla forzatura in quanto possono produrre capolini nel periodo autunnale e una coda di produzione nel periodo primaverile. Le seconde sono adatte alla coltura non forzata in quanto producono capolini solo dopo la fine dell'inverno.
Fra le varietà più famose si annoverano lo Spinoso sardo (coltivato anche in Liguria con il nome di Carciofo spinoso d'Albenga), il Catanese, il Verde di Palermo, la Mammola verde, il Romanesco, il Violetto di Toscana, il Precoce di Chioggia, il Violetto di Provenza, il violetto di Niscemi. Le varietà di maggiore diffusione in passato erano il Catanese, lo Spinoso sardo e il Violetto di Provenza, fra i tipi autunnali forzati, e il Romanesco e il Violetto di Toscana fra quelli primaverili non forzati. Lo Spinoso sardo, una delle varietà più apprezzate nel mercato locale e in alcuni mercati dell'Italia settentrionale ha subito un drastico ridimensionamento dagli anni '90 a causa della ridotta pezzatura media dei capolini e della minore precocità di produzione rispetto ad altre cultivar più precoci (Tema, Terom, Macau, ecc.).
Storia
Documentazioni storiche, linguistiche e molecolari sembrano indicare che la domesticazione del carciofo (Cynara scolymus) dal suo progenitore selvatico (Cynara cardunculus) possa essere avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo circa.
La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.
Nel secolo XV il carciofo era già consumato in Italia. Venuto dalla Sicilia, appare in Toscana verso il 1466. Nella pittura rinascimentale italiana, il carciofo è rappresentato in diversi quadri: "L'ortolana" di Vincenzo Campi, "L'estate" e "Vertumnus" di Arcimboldo.
La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de' Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. Sarebbe stata costei che lo portò dall'Italia alla Francia quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Luigi XIV era pure un gran consumatore di carciofi.
Gli olandesi introdussero i carciofi in Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nel Newhall nell'orto di Enrico VIII.
I colonizzatori spagnoli e francesi dell'America introdussero il carciofo in questo continente nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana. Oggi in California i cardi sono diventati un'autentica piaga, esempio tipico di pianta invadente di un habitat in cui non si trovava precedentemente.
Coltivazione attuale
La produzione mondiale del carciofo, secondo la FAO, ha raggiunto nel 1979 i 12.770.000 quintali; la stessa FAO stima che la coltura riguarda al 90% l'area mediterranea, e al 56% l'Italia.
Di fatto i carciofi si coltivano soprattutto in Italia, Spagna e Francia. Negli Stati Uniti d'America la maggior produzione di carciofi si ha nello stato della California, e all'interno della California la contea di Monterey concentra più dell'80% del totale.
Da qualche anno, a causa di un'epidemia degli asparagi, nelle terre nuove del progetto Chavimochic del Perù si cominciò a coltivare il carciofo con il fine di esportarlo ai paesi europei, e a tutt'oggi il carciofo supera in volume di vendita la esportazione degli asparagi, facendo del Perù il primo esportatore del mondo di carciofi.
Una resa tipica della coltivazione è di 100 quintali per ettaro.
Ciclo fenologico
Il carciofo è una tipica pianta degli ambienti mediterranei. Il suo ciclo naturale è autunno-primaverile: alle prime piogge autunnali le gemme del rizoma si risvegliano ed emettono nuovi getti. I primi capolini sono emessi verso la fine dell'inverno, a partire dal mese di febbraio. In tarda primavera la pianta va in riposo con il disseccamento di tutta la parte aerea.
Nelle zone più calde delle regioni mediterranee il carciofo viene coltivato con una tecnica di forzatura che ha lo scopo di anticipare al periodo autunnale la produzione di capolini. La tecnica consiste nel forzare il risveglio nel corso dell'estate: dai rizomi di una coltura precedente si prelevano le gemme, dette ovuli, e dopo una fase di pregermogliamento sono messi a dimora dalla seconda metà di giugno in poi, facendo seguire un'irrigazione copiosa. In questo modo l'attività vegetativa ha inizio in piena estate, con differenziazione a fiore nel mese di settembre e produzione dei capolini di primo taglio nei mesi di ottobre e novembre.
La forzatura del carciofo produce risultati solo nelle cultivar rifiorenti, e in ogni modo è causa di situazioni di stress biologico che deprimono la longevità della carciofaia. Per questo motivo le carciofaie forzate sono condotte in coltura annuale, biennale o triennale. Dopo il secondo o terzo anno la percentuale di diradamento è tale da rendere economicamente più vantaggioso il reimpianto della carciofaia.
Propagazione
Il carciofo si può propagare sia per via sessuata, con la riproduzione da seme, sia per via vegetativa sfruttando la sua naturale predisposizione ad emettere nuove piante dalle gemme del rizoma. La riproduzione da seme, pur essendo tecnicamente attuabile, non ha alcuna utilità pratica per le cultivar italiane: a causa del forte grado di eterozigosi delle nostre varietà, le piante nate da seme avrebbero caratteri completamente diversi ed eterogenei rispetto allo standard varietale. La propagazione vegetativa tradizionale segue metodi diversi secondo il tipo di ciclo colturale, ma si riconducono a due tipi: la propagazione per ovoli e quella per carducci.
Gli ovoli sono porzioni di rizoma ingrossate provviste di una o più gemme. La propagazione per ovoli si pratica con il prelievo, all'inizio dell'estate, dei rizomi dalle vecchie carciofaie. Da questi vengono separati gli ovoli, messi a pregermogliare per uno o due giorni e poi messi a dimora in un periodo che va dalla seconda metà di giugno fino agli inizi di agosto. L'epoca di "semina" è correlata all'epoca del raccolto del primo taglio.
I carducci sono i polloni basali emessi dal rizoma delle piante di oltre un anno d'età nelle prime fasi vegetative. Fra le operazioni colturali che si praticano durante la fase vegetativa è prevista la scarducciatura, ossia il diradamento della coltura con l'eliminazione dei polloni in quanto sottraggono risorse nutritive alla pianta a scapito delle rese qualitative della produzione. I polloni asportati possono essere messi a dimora in autunno per impiantare una carciofaia poliennale che darà la prima produzione al secondo anno d'impianto.
Le colture ottenute da ovoli iniziano il loro ciclo in piena estate e sono pertanto in grado di produrre capolini già nell'autunno successivo o nella primavera successiva. Questa tecnica di propagazione è pertanto utilizzata per le varietà autunnali o rifiorenti in coltura forzata. Le colture ottenute da carducci iniziano il loro ciclo in autunno inoltrato e poiché la pianta non riesce ad acquisire una sufficiente vigoria l'impianto è finalizzato a dare la prima produzione al secondo. Questa tecnica si adotta pertanto per le varietà primaverili in coltura non forzata.
La propagazione vegetativa ha il pregio di trasmettere il genotipo delle piante madri alle piante propagate, permettendo il mantenimento dello standard varietale. Ha però lo svantaggio di trasmettere le virosi accumulate, che sono una delle principali cause che riducono la longevità di una carciofaia. Per migliorare lo stato fitosanitario delle colture si può ricorrere a piante ottenute da micropropagazione. Questa tecnica consiste in una moltiplicazione in vitro con l'espianto dei meristemi apicali dagli apici vegetativi delle piante. I meristemi prelevati, detti espianti, essendo composti da cellule embrionali possono rigenerare un'intera pianta se opportunamente trattati (coltivazione in vitro su substrati nutritivi in cella climatica).
Il principio su cui si basa la micropropagazione risiede nel fatto che le cellule vegetali embrionali, essendo in fase di moltiplicazione, non sono infettate dai virus, pertanto le piante micropropagate sono risanate, ossia esenti da virus. In realtà la sicurezza del risanamento dipende dall'età delle cellule prelevate: le cellule effettivamente sane sono quelle del cono vegetativo, che rappresentano una porzione minima del meristema apicale, mentre all'aumentare della distanza dall'apice meristematico aumenta la probabilità che la cellula sia infettata dai virus. Con espianti di dimensioni ridotte aumenta la percentuale di risanamento delle piante micropropagate, per contro si riduce la percentuale di attecchimento. Un congruo compromesso si raggiunge prelevando espianti di dimensioni dell'ordine di mezzo millimetro.
Le colture ottenute da piante micropropagate presentano, almeno nei primi anni, un migliore stato fitosanitario che si manifesta con una maggiore vigoria e, di riflesso, una più elevata produttività. La micropropagazione presenta per contro degli svantaggi:
• Le colture micropropagate sono più suscettibili alle avversità ambientali, pertanto il mantenimento dello stato fitosanitario richiede cure colturali più attente.
• La micropropagazione è una tecnica costosa perché richiede la prima fase richiede l'impiego di attrezzature di laboratorio e tecnici altamente specializzati. Il materiale micropropagato pertanto è molto più costoso di quello tradizionalmente usato, che in sostanza è materiale di scarto il cui costo è essenzialmente legato alla manodopera richiesta per il prelievo.
• Le piante micropropagate danno produzioni qualitativamente differenti da quelle micropropagate quando allo standard varietale contribuisce la base genetica dei virus latenti integrati nel DNA dell'ospite. Questo fenomeno si è riscontrato ad esempio nello Spinoso sardo, che con la micropropagazione perde in modo significativo parte delle proprietà organolettiche.
Principi attivi
Dopo l'acqua, il componente principale dei carciofi sono i carboidrati, tra i quali si distinguono l'inulina e le fibre.
I minerali principali sono il sodio, il potassio, il fosforo e il calcio.
Tra le vitamine prevale la presenza di B1, B3, e piccole quantità di vitamina C.
Più importante per spiegare le attività farmacologiche degli estratti di carciofo è la presenza di un complesso di metaboliti secondari caratteristici:
• Derivati dell'acido caffeico: tra gli altri acido clorogenico, acido neoclorogenico, acido criptoclorogenico, cinarina.
• Flavonoidi: in particolare rutina.
• Lattoni sesquiterpenici: tra gli altri cinaropicrina, deidrocinaropicrina, grosseimina, cinaratriolo.
Usi terapeutici
La cinarina sembra avere effetti colagoghi. Gli estratti di carciofo hanno mostrato in studi clinici di migliorare la coleresi e la sintomatologia di pazienti sofferenti da dispepsia e disturbi funzionali del fegato. La cinarina ha mostrato di essere efficace come rimedio ipolipemizzante in vari studi clinici.
La cinarina ha anche effetti coleretici, sembra cioè stimolare la secrezione di biliare da parte delle cellule epatiche e aumentare l’escrezione di colesterolo e di materia solida nella bile.
I derivati dell'acido caffeico in genere mostrano effetti antiossidanti ed epatoprotettivi.
La Cinarina è anche ipocolesterolemizzante, tramite l'inibizione della biosintesi del colesterolo e l'inibizione dell'ossidazione del colesterolo LDL. Diminuisce inoltre il quoziente beta/alfa delle lipoproteine ed ha effetti diuretici.
La medicina naturale e la fitoterapia usano il carciofo nel trattamento dei disturbi funzionali della cistifellea e del fegato, delle dislipidemie, della dispepsia non infiammatoria e della sindrome dell'intestino irritabile. Lo utilizza inoltre, per il suo sapore amaro, in caso di nausea e vomito, intossicazione, stitichezza e flatulenza. La sua attività depurativa (derivata dall'azione su fegato e sistema biliare e sul processo digestivo) fa sì che venga usata per dermatiti legate ad intossicazioni, artriti e reumatismi.
L'attività dei principi amari sull'equilibrio insulina/glucagone ne indica la possibile utilità come supporto in caso di iperglicemia reattiva o diabete incipiente, e l'effetto dei principi amari sulla secrezione di fattore intrinseco ne indica un possibile utilizzo in caso di anemia sideropenica.
Usi culinari
La cucina della Liguria valorizza molto questo ingrediente, che, per il fatto di maturare in primavera, diventa in tale periodo il componente base della locale torta pasqualina.
Il basso contenuto calorico del carciofo fa sì che sia speciamente indicato nelle diete dimagranti.
I fiori, come quelli del cardo, contengono il lab-fermento (chimosina), che si usa come caglio del latte.
Specialità della cucina alla romana sono invece il Carciofo alla Alla Romana, Carciofo alla Giudia e l'insalata di carciofo.

   
 

Cardamomo
Il cardamomo è una spezia nota come la terza spezia più cara al mondo (dopo zafferano e vaniglia). Il nome indica propriamente la Elettaria: una specie di pianta tropicale della famiglia delle Zingiberaceae (la stessa famiglia dello Zenzero). Spesso però si indicano con lo stesso nome anche altre piante, tra cui la più simile al vero cardamomo è la Amonum.
Era conosciuto fin dai tempi dei Greci e dei Romani, che lo utilizzavano per produrre profumi.
Aspetto e parti utilizzate
Il frutto si presenta come una capsula contenente tanti piccoli semi di colore marrone-nero. I semi sono utilizzati come spezie, ma poiché perdono molto rapidamente il proprio aroma, generalmente viene conservata e commercializzata l'intera capsula, generalmente essiccata. Al momento dell'uso la capsula viene rotta, e i semi utilizzati sciolti o macinati.
Tipi di cardamomo e loro distribuzione
Il cardamomo si ricava da due specie della famiglia delle Zingiberaceae; entrambe le specie hanno sottospecie a diffusione locale, dalle quali si ricavano prodotti di qualità diversa:
Elettaria
• Elettaria cardamomum è distribuita fra l'India e la Malaysia. Da essa si ricava il cardamomo verde o vero cardamomo.
• Elettaria repens cresce nella zona dello Sri Lanka. La spezia che da essa si ricava è detta cardamomo di Ceylon.
Amomum
• Amomum subulatum conosciuto come cardamomo nero o cardamomo nepalese. È il più comune da trovare poiché il maggiore produttore mondiale di cardamomo nero è il Nepal con 6,647 tonnellate nel 2006. La sua coltivazione è molto diffusa anche nel Sikkim.
• Amomum costatum diffuso in Cina e Vietnam e particolarmente presente nella cucina di questi paesi.
• Amomum compactum diffuso in Thailandia e Birmania. Noto come cardamomo del Siam.
Altri nomi con cui il cardamomo ottenuto da piante di Amomum è conosciuto sono cardamomo marrone, Kravan, cardamomo di Giava, cardamomo del Bengala, cardamomo bianco o cardamomo rosso).
La zona di diffusione di entrambe le specie è distribuita soprattutto tra Asia e Australia.
Modalità di conservazione
Una volta che i semi vengono esposti all'aria perdono rapidamente il loro sapore; perciò vengono venduti all'interno del loro baccello in modo che siano protetti dall'aria.
Utilizzi
Tutte le varie specie e varietà di cardamomo sono utilizzate principalmente come spezie per la cucina e in medicina. In generale:
• Elettaria subulatum (il cardamomo propriamente detto) è utilizzato come spezia e in medicina. Viene talvolta fumato e costituisce l'alimento principale delle larve della falena Endoclita hosei.
• Amomum è utilizzato come ingrediente della medicina tradizionale cinese, indiana, coreana e vietnamita.
Uso culinario
È molto utilizzato come aroma nella preparazione del caffè alla turca, e del caffè e del tè nei paesi arabi in generale.
Nella cucina mediorientale, turca e indiana è utilizzato per insaporire dolci e nelle miscele di spezie. Trova un suo utilizzo anche nella cucina dei paesi nordici (per esempio in Finlandia).
Il cardamomo verde ha un gusto intenso e fortemente aromatico dal quale si differenzia il cardamomo nero che è più astringente, leggermente amaro e con un sentore di menta. Basta un piccolo baccello per insaporire un piatto. In India, i semi neri del cardamomo sono spesso un componente importante del garam masala e per insaporire il riso.
Nonostante il sapore sia abbastanza diverso, spesso il cardamomo nero è usato come sostituto del cardamomo verde perché è molto più economico.
Nelle medicine tradizionali
In India, il cardamomo verde è largamente utilizzato per la cura di infezioni ai denti e alle gengive, per prevenire e curare malattie della gola, congestioni dei polmoni e tubercolosi polmonare, infiammazioni delle palpebre e anche disordini digestivi. Pare anche essere utilizzato come antidoto contro il veleno sia di serpenti che di scorpioni.
Anche il cardamomo nero viene utilizzato nella medicina tradizionale indiana, e inoltre in quella cinese per curare mal di stomaco, stitichezza, dissenteria e altri disturbi digestivi.

   
 

Cardo Mariano
Il cardo mariano (Silybum marianum (L.) Gaertn., 1791) è una pianta erbacea biennale della famiglia delle Asteracee, presente in tutto il bacino del Mediterraneo.
Caratteri botanici
È una pianta con portamento vigoroso, che nel primo anno forma una rosetta basale di foglie e nel secondo anno lo scapo fiorale alto fino ad oltre 150 cm. L'intera pianta è glabra e spinosa. Lo scapo è robusto, striato e ramificato, con rami eretti.
Le foglie sono pennatifide, con margine ondulato e sinuato-lobato, lobi triangolari terminanti con robuste spine. La lamina è verde glauchescente, glabra, fittamente macchiata di bianco. Le foglie basali sono picciolate e possono raggiungere i 40 cm di lunghezza, quelle dello scapo sono sessili e amplessicauli, più piccole e meno divise, espanse alla base in due orecchiette.
I fiori sono ermafroditi, con corolla tubulosa di colore rosso-purpureo. Sono riuniti in grandi capolini terminali di forma globosa, rivestiti da robuste brattee. Queste hanno una base slargata che si prolunga in un lembo patente, rigido, stretto e acuminato, provvisto di una serie di spine sui margini e terminante con una robusta spina apicale. Le brattee tendono a curvarsi verso il basso durante la fruttificazione. La fioritura ha luogo in piena primavera, da aprile a maggio del secondo anno.
I frutti sono acheni oblunghi, più stretti alla base e compressi lateralmente, provvisti di un pappo setolo all'apice. Maturano in piena estate e in seguito all'apertura dei capolini vengono disseminati dal vento.
Diffusione
È diffuso in tutte le regioni del Mediterraneo dal livello del mare fino alla zona submontana. Più raro al nord, diventa più frequente passando al centro, al sud e nelle isole fino a diventare invadente. Si rinviene nei ruderi, lungo le strade, negli incolti.
Utilizzo
Il cardo mariano è una pianta officinale, usata per il trattamento delle affezioni a carico del fegato. Per le sue proprietà è usato anche come ingrediente nella preparazione di liquori d'erbe.
Fitoterapia: il fitocomplesso di Cardo mariano (la silibina della silimarina, in particolare) riduce le transaminasi ed altri indici bioumorali nel decorso delle epatopatie e sembra proponibile inoltre anche nella sindrome epato-renale. Possibili, secondo lavori in vitro da confermare in vivo, interazioni col citocromo P450 specie con l'isoforma CYP 3A4 interessata al metabolismo di molti farmaci di sintesi. (P.Campagna. Farmaci vegetali. Minerva Medica ed. 2008)
La moderna fitoterapia lo utilizza in decotto o infuso, però con una certa cautela nei pazienti sofferenti di ipertensione, a causa della presenza della tiramina
Proprietà officinali
Dagli acheni del cardo mariano si estrae la silimarina, una miscela di flavonolignani (silibina, silidianina, isosilibina e silicristina) noti per le proprietà depurative e protettive sul fegato. Il cardo mariano viene utilizzato in tutte le epatopatie (alcoliche, tossico-metaboliche, iatrogene e croniche) in cui sia rilevato un danno anatomo-funzionale, dato che effettua un'azione rigeneratrice nei confronti della cellula epatica e rende più resistente la cellula nei confronti degli agenti epatotossici. Inoltre è un efficace antiossidante dato che cattura i radicali liberi.
L'utilizzo a scopo terapeutico di questa pianta è noto fin dall'antichità ma l'isolamento e la caratterizzazione dei principi attivi sono stati completati negli anni Settanta.
Le radici hanno proprietà diuretiche e febbrifughe. Le foglie hanno proprietà aperitive.

   
 

Carota
La carota (Daucus carota L.) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Umbelliferae; è anche uno dei più comuni ortaggi; il suo nome deriva dal greco Karotón.
La carota spontanea è diffusa in Europa, in Asia e nel Nord Africa. Ne esistono molte e diverse cultivar che sono coltivate in tutte le aree temperate del globo.
Allo stato spontaneo è considerata pianta infestante e si trova facilmente in posti assolati ed in zone aride e sassose ma anche in tutti gli ambienti rurali e perfino alle periferie cittadine.
Morfologia
È una specie erbacea biennale, alta fino a 100 cm, che nel secondo anno sviluppa un fusto eretto e ramificato con grandi ombrelle di forma globulare composte da ombrellette. Queste sono a loro volta formate da fiori piccoli bianchi a cinque petali; il fiore centrale è rosso scuro. L'infiorescenza presenta grandi brattee giallastre simili alle foglie. Nei fiori sono presenti delle piccole ghiandole profumate che attirano gli insetti. Fiorisce in primavera da maggio fino a dicembre inoltrato. I frutti sono dei diacheni irti di aculei che aiutano la disseminazione da parte degli animali. Le infiorescenze dopo la fecondazione dei fiori si chiudono a nido d’uccello. Le foglie sono profondamente divise e pelose. La radice è lunga a fittone di colore giallastro.il fittone ha dimensione di 18-20cm con diametro intorno ai 2cm a forma cilindrica
Avversità
Le più importanti avversità che colpiscono la carota sono la mosca della carota (Psila rosae) e i funghi Sclerotinia sclerotiorum e Rhizoctonia solani.
Utilizzi
• La carota è coltivata per il fittone radicale di colore bianco nelle varietà da foraggio ed arancio nelle varietà da ortaggio (cristalli di caroteni nei cromoplasti delle cellule parenchimatiche).
La carota è ricca di vitamina A (Betacarotene), B, C, PP, D e E, nonché di sali minerali e amidi. Per questo motivo il suo consumo favorisce un aumento delle difese dell'organismo contro le malattie infettive.
Composizione e valore energetico
(in percentuale per 100 gr. di prodotto - Fonte Istituto Nazionale della Nutrizione):
• Parte edibile 95%
• Acqua 91.6 g
• Proteine 1.1 g
• Lipidi 0 g
• Glucidi disponibili 7.6 g
• Fibra alimentare 3.1 g
• Energia 33kcal
• Sodio 95 mg
• Potassio 220 mg
• Ferro 0.7 mg
• Calcio 44 mg
• Fosforo 37 mg
• Niacina 0.7 mg
• Vitamina C 4 mg
La parte edibile della carota - che si coltiva due volte l'anno - è la radice (sviluppata a cono rovesciato): le carote precoci vengono raccolte dopo circa quattro mesi mentre le tardive ne richiedono circa sei. In base al tempo di coltivazione la loro lunghezza può variare da un minimo di 3 cm a un massimo di 20 cm. L'uso in cucina della carota è svariato; può essere utilizzata per preparare puree, succhi, minestre, dolci ecc., ma anche cruda in insalata. Ad una temperatura di 0 °C ed un'umidità percentuale tra 90-95 si può conservare per diversi mesi mantenendo inalterate tutte le sue proprietà organolettiche. Se cotta al vapore o consumata cruda conserva ugualmente ogni sua proprietà.
• La parte centrale color porpora del fiore bianco viene usata dagli artigiani della miniatura.
• Dai suoi frutti si ricava un olio aromatico che viene usato per la fabbricazione di liquori.
• la carota è molto usata in cosmesi perché antiossidante e ricca di betacarotene, perciò stimola l'abbronzatura prevenendo la formazione di rughe e curando la pelle secca e le sue impurità; la sua polpa è un ottimo antinfiammatorio molto adatto a curare piaghe, sfoghi cutanei e screpolature della pelle.
• è molto indicata per la cura delle affezioni polmonari e nelle dermatosi; quale gastro-protettore delle pareti dello stomaco è un ottimo antiulcera. Fra le altre molteplici proprietà curative, la carota ha quelle di prevenire l'invecchiamento della pelle, facilitare la secrezione del latte nelle puerpere, tonificare il fegato, regolare il colesterolo. Altri benefici riconosciuti sono la facilitazione della diuresi, la tonificazione dei reni, l'innalzamento della emoglobina, la regolazione delle funzioni
intestinali. Infine, favorisce la vista portando sollievo ad occhi stanchi ed arrossati.
Nomi comuni
• Carota selvatica
• Cima Piuda

   
 

Chiodi di garofano
I boccioli fiorali vengono raccolti ed essiccati e costituiscono la spezia chiamata chiodi di garofano (che quindi non ha nulla a che vedere, nonostante il nome, con la pianta garofano; il nome deriva a questa spezia dalla forma simile ad un garofano che i boccioli assumono una volta essiccati). Un singolo chiodo di garofano è quindi formato dal lungo calice gamosepalo, formato da 4 sepali e da 4 petali ancora chiusi che formano la parte tonda centrale. Le principali aree di coltivazione sono: Zanzibar, Indonesia e Madagascar. Non è da confondere col pepe garofanato che è un'altra spezia: il pimento.
Storia e tradizione
Diffusissimi in tutto l'Oriente, erano usati come ingrediente dei profumi e principio medicamentoso già nella Cina di 2200 anni fa. Arrivavano in Occidente tramite le vie carovaniere e già nel XVIII secolo avanti Cristo ci sono tracce archeologiche in Siria di questa spezia. Divenne una spezia rara ma conosciuta in Europa tramite la via dell'incenso, fin dal medioevo, e Dante stesso ne parla come fossero un bene di assoluto lusso (Inf. XXIX, 127-129) usato dai vani scialaquatori senesi per far la brace per arrosti milionari.
Nel 1500 iniziarono ad essere importati direttamente dagli europei, grazie ai portoghesi di ritorno da Timor Est e gli olandesi, che ne scoprirono un'ottima fonte nell'isola di Zanzibar e alle Maldive: come già per la Cannella, divennero i principali importatori di una spezia tra le più amate e tra le più care. Gli olandesi e i belgi nei ricavarono successivamente l'olio essenziale che divenne un componente molto amato dalla cosmesi, che nei due paesi fiorì anche grazie a questo.
Caratteristiche
I chiodi di garofano hanno un profumo forte, dolce e fiorito, con una punta di pepato e di "caldo". Il gusto può ricordare gli infusi di Karkadè. Si presentano con la caratteristica forma di chiodo che gli ha tributato il nome. Si acquistano interi in vasetti, e si utilizzano per infusione.
Usi
Si usano sia nel dolce sia nel salato. Tra i piatti più noti alcuni dolci di frutta, specie di mele, pandolci e panpepati, biscotti, creme e farciture, liquori e vino aromatici; nel Nord Italia è notissimo il vin brulé. Nel salato accompagnato marinate di selvaggina, arrosti, brodi (specie di pollo o gallina) e talvolta formaggi stagionati. Si sposano bene con alcune verdure dolci, come cipolle, cipolline, carote che spesso vengono riposte in conserva con l'accompagnamento di un paio di chiodi di garofano. Sono frequentemente usati per aromatizzare il tè o alcuni infusi.
Fuori della cucina trovano ampio spazio come già accennato nella cosmesi, e nell'oggettistica, come pot-pourri e deodorante per ambienti naturale.
I chiodi di garofano inseriti in un'arancia sono usati come alternativa naturale alla canfora e altre sostanze chimiche contro le tarme, per i vestiti del guardaroba.
Hanno uno spiccato potere anestetico locale tanto che erano usati per lenire i dolori ai denti e tutt'oggi l'essenza viene usata in medicina nei disinfettanti orali. Alleviano i mali di testa e stimolano la circolazione. Servono ai malati di cuore.

   
 

Cicoria
La Cicoria comune (nome scientifico Cichorium intybus L., 1753) è una pianta erbacea, perenne con vivaci fiori di colore celeste, appartenente alla famiglia delle Asteraceae.
Sistematica
La famiglia delle Asteraceae è la famiglia vegetale più numerosa, organizzata in quasi 1000 generi per un totale di circa 20.000 specie. Nelle classificazioni più vecchie la famiglia delle Asteraceae viene chiamata anche Compositae.
Il genere di questa pianta (Cichorium) comprende una decina di specie di cui quattro sono proprie della flora italiana.
Queste piante appartengono alla sottofamiglia delle Liguliflorae (capolini con solo fiori ligulati) e alla tribù delle Cichorioideae : piante per lo più laticifere con fiori ligulati perfettamente circolari e foglie sparse.
Variabilità
Questa specie è molto polimorfa e non è stata ancora studiata a fondo. Ad esempio nel meridione (e quindi con climi caldi) si presenta in diverse varianti (che secondo Pignatti rientrano nelle variabilità individuali; infatti da alcuni testi queste varianti sono considerate sinonimi della specie principale).
Nell'elenco che segue sono indicate alcune varietà e sottospecie (l'elenco può non essere completo e alcuni nominativi sono considerati da altri autori dei sinonimi della specie principale o anche di altre specie):
• Cichorium intybus L. subsp. divaricatum (Schousboe) Bonnier & Layens (1894) (sinonimo = Cichorium endivia subsp. pumilum
• Cichorium intybus L. subsp. foliosum (Hegi.) Janch. (1959) - Cicoria da foglia o Barba di cappuccino
• Cichorium intybus L. subsp. glabratum (C. Presl) Arcangeli (1882)
• Cichorium intybus L. subsp. intybus : è la specie più comune.
• Cichorium intybus L. subsp. pumilum (Jacq.) Ball (1878) (sinonimo = Cichorium endivia subsp. pumilum)
• Cichorium intybus L. subsp. sativum (Bisch.) Janch. (1959) - Cicoria da radici o Cicoria del caffè
• Cichorium intybus L. subsp. spicatun Ricci : i capolini (da 10 a 18) sono riuniti in brevi spighe. Questa variante è stata osservata in Lazio e nell'Italia del sud.
• Cichorium intybus L. var. apulum Fiori (sinonimo = Cichorium spinosum Groves, non L.) : ha un ciclo biologo annuo e la pelosità è ghiandolosa. Anche questa pianta è stata osservata al sud.
• Cichorium intybus L. var. foliosum Hegi (1928)
• Cichorium intybus L. var. glabratum (C.Presl.) Fiori : le foglie sono del tutto glabre (meno che sulla nervatura mediana); i capolini sono singoli, oppure riuniti a 2 -3. Si trova solo in Sicilia.
• Cichorium intybus L. var. leucophaeum Gren. in Gren. & Godron (1850)
Ibridi
Alcune delle diverse varianti osservate al sud dell'Italia secondo alcuni autori potrebbero essere degli ibridi tra la specie della presente scheda e la specie Cichorium endivia L. subsp. pumilum (Jacq.) Hegi (sinonimo = Cichorium pumilum Jacq.).
Sinonimi
La specie di questa scheda, in altri testi, può essere chiamata con nomi diversi. L'elenco che segue indica alcuni tra i sinonimi più frequenti:
• Cichorium byzantinum G.C. Clementi (1857)
• Cichorium casnia C.B. Clarke (1876)
• Cichorium cicorea Dumort. (1829)
• Cichorium commune Pallas (1776)
• Cichorium glabratum C. Presl (1826)
• Cichorium hirsutum Gren. (1838)
• Cichorium perenne Stokes (1812)
• Cichorium rigidum Salisb. (1796)
• Cichorium sylvestre Lam. (1779)
Specie simili
• Cichorium endivia L. (Cichorium pumilum in Pignatti) – Endivia selvatica : differisce soprattutto dal colore del fiore che è porpora, dai frutti che sono più piccoli (1,5 – 2,5 mm) ma con pappi più lunghi. Inoltre è una pianta a ciclo biologico annuo.
Etimologia
Per il nome generico (Cichorium) di questa pianta è difficile trovare un'etimologia. Probabilmente si tratta di un antico nome arabo che potrebbe suonare come Chikouryeh. Sembra (secondo altri testi) che derivi da un nome egizio Kichorion, o forse anche dall'accostamento di due termini Kio (= io) e chorion (= campo); gli antichi greci ad esempio chiamavano questa pianta kichora; ma anche kichòria oppure kichòreia. Potrebbe essere quindi che gli arabi abbiano preso dai greci il nome, ma non è certo.
La difficoltà nel trovare l'origine del nome della pianta di questa scheda sta nel fatto che è conosciuta fin dai primissimi tempi della storia umana. Viene citata ad esempio nel Papiro di Ebers (ca. 1550 a. C.) e Plinio stesso nei sui scritti citava questa pianta in quanto conosciuta nell'antico Egitto; il medico greco Galeno la consigliava contro le malattie del fegato; senza contare tutti i riferimenti in epoca romana.
Il nome specifico (intybus) deriva dal latino a sua volta derivato dal greco entybion col quale si indicava un'erba simile alla cicoria (ora chiamata genericamente “erba scariola”).
Il binomio scientifico è stato definitivamente fissato dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné (1707 – 1778) nella pubblicazione Species Plantarum del 1753; prima ancora però, questa pianta veniva chiamata variamente : Intubum sylvestre oppure Intubum sylvestris; solo con poco prima di Linneo s'incominciò ad usare costantemente il nome proprio di Cichorium.
Gli inglesi chiamano questa pianta Chicory, i francesi la chiamano Endive witloof ma anche Chicorée e i tedeschi Wurzelzichorie oppure Cichoriensalat ma anche Wegwarte.
Morfologia
La “Cicoria comune” raggiunge una altezza massima di 1,5 m (minimo 20 cm). Il ciclo biologico è perenne, ma a volte anche annuale; nel primo anno spunta una rosetta basale di foglie, mentre il fusto fiorale compare solamente al secondo anno di vita della pianta. La forma biologica della specie è emicriptofita scaposa (H scap) : ossia è una pianta perennante con gemme poste al livello del suolo con fusto allungato e poco foglioso.
Fusto
Parte ipogea: la parte interrata consiste in un rizoma ingrossato che termina in una radice a fittone affusolato (a forma conica), di colore bruno scuro; il rizoma è inoltre ricco di vasi latticiferi amari.
• Parte epigea: la parte aerea si presenta eretta (a volte anche prostrata oppure ad andamento zigzagante) con una ramosità divaricata; la sua superficie è ricoperta da peli setolosi rivolti verso il basso e l'interno è cavo.
Foglie
• Foglie basali: le foglie basali formano una rosetta e sono oblanceolate e pennatifide a margini roncinati (raramente interi); i segmenti sono più o meno triangolari.
• Foglie cauline: le foglie cauline sono più piccole di quelle basali, ma hanno sempre la forma lanceolata con il margine dentato - lobato (o raramente intero), comunque progressivamente intero verso l'alto; sono sessili (e anche amplessicauli , ma sempre verso l'alto) e a disposizione alterna lungo il fusto.
Le foglie nascono in autunno, durano durante l'inverno, ma si seccano subito alla fioritura successiva, per questo è facile trovare piante con rami a soli fiori. La pagina fogliare può essere glabra (per le piante coltivate oppure per quelle che si trovano in luoghi erbosi) o molto pelosa (in quelle spontanee soprattutto in climi secchi e aridi). Il colore delle foglie è verde scuro, sulle nervature possono essere soffuse di rosso. Dimensioni delle foglie : larghezza 3 -5 cm; lunghezza 10 – 25 cm.
Infiorescenza
L'infiorescenza è formata da diversi fiori riuniti in capolini (quasi sessili oppure peduncolati – si tratta di un aspetto dimorfico della pianta) disposti all'ascella delle foglie.
La struttura dei capolini è quella tipica delle Asteraceae : un peduncolo sorregge un involucro cilindrico formato da più squame che fanno da protezione al ricettacolo sul quale s'inseriscono i fiori di tipo ligulato; l'altro tipo di fiori, quelli tubulosi, normalmente presenti nelle Asteraceae, in questa specie sono assenti.
Le squame (o brattee) in totale sono da 10 a 15 disposte in due serie e cigliate; quelle esterne sono brevi, ovali e patenti (in tutto sono 5 brattee), mentre quelle interne (da 8 a 10 brattee) sono lunghe il doppio di forma oblungo – lanceolate, erette ed conniventi. La forma delle squame è lanceolato – ovale oppure lanceolato – lineari con margini scariosi e apice ottuso. Il ricettacolo è piatto, nudo o leggermente peloso, ma comunque butterato. I capolini (numerosi da 8 a 25, eventualmente riuniti a gruppi di 2 - 3) in questa pianta sono fotosensibili, quindi si chiudono e schiudono con la luce del sole (e naturalmente col brutto tempo).
Dimensione dei capolini : larghezza 2 – 3 cm; dimensione dei peduncoli : 0 – 2 mm, oppure 12 – 85 mm (vedi sopra); dimensione dell'involucro : larghezza 3 mm; lunghezza 11 mm. Dimensione delle squame esterne : 5 mm.
Fiori
I fiori sono tetra-ciclici (calice – corolla – androceo – gineceo), pentameri ed ermafroditi; il colore dei fiori è celeste (esiste anche una variante bianca – panna quasi rosata).
In generale i caratteri morfologici dei fiori di queste piante possono essere così riassunti:
• Formula fiorale :
K 0, C (5), A (5), G 2 infero
• Calice: i sepali sono ridotti ad una coroncina di squame.
• Corolla: i petali sono 5 con la porzione inferiore saldata a tubo (la parte superiore si presenta come un prolungamento nastriforme – ligula) terminante in 5 dentelli. Dimensione della corolla ; 12 mm.
• Androceo: gli stami sono 5 con filamenti filiformi, liberi, mentre le antere sono saldate tra di loro e formano un manicotto circondante lo stilo; le antere alla base sono acute.
• Gineceo: l'ovario è infero uniloculare formato da 2 carpelli; lo stilo è unico ma profondamente bifido e peloso.
• Fioritura : questi fiori raggiungono l'antesi tra luglio e ottobre.
• Impollinazione : impollinazione tramite api (i fiori sono comunque anche autofertili).
Frutti
Il frutto è un achenio ovoidale angoloso (quasi prismatico a 3 – 5 spigoli) e allungato, glabro a superficie liscia e terminante con una coroncina di squame; è circondato dal ricettacolo indurito (in questo caso persistente) e abbracciato dalle brattee dell'involucro (anche queste persistenti). Il frutto è sormontato all'apice da un breve pappo persistente composto da 40 – 50 brevissime (0,2 – 0,5 mm) setole disposte in 1 - 2 serie. Dimensione del frutto : lunghezza 2 -3 mm.
Diffusione e habitat
• Geoelemento : il tipo corologico (area di origine) è Cosmop. (Cosmopolita), ossia relativo a tutte le zone del mondo; ma è anche definito Paleotemp. (Paleotemperato), relativo alle zone temperate dell'Eurasia e America del nord e quindi può essere definito anche Eurasiat..
• Diffusione : è comune in tutta l'Italia (meno frequente sul versante centrale del Tirreno e al sud); nel resto del mondo la si trova in tutti i continenti.
• Habitat : questa pianta si può trovare ovunque; margini di sentieri, campi coltivati, terreni incolti, zone a macerie e ambienti ruderali, praterie ma anche aree antropizzate; inoltre essendo una pianta coltivata la si trova negli orti e colture industriali. Il substrato può essere sia calcareo che siliceo, il pH del terreno è basico con valori nutrizionali medi in ambiente secco.
• Diffusione altitudinale : dal piano fino a 1200m s.l.m.; è presente quindi nel piano vegetazionale collinare e montano.
Fitosociologia
Dal punto di vista fitosociologico la specie di questa scheda appartiene alla seguente comunità vegetale :
Formazione : comunità perenni nitrofile
Classe : Artemisietea vulgaris
Ordine : Onopordetalia acanthii
Farmacia
• Sostanze presenti: nelle radici sono presenti delle sostanze amare, ma anche zuccheri (contiene tre tipi di zucchero : destrosio, levulosio e Pentosipentoso), colina, inulina, potassio (poco), calcio e ferro, è presente inoltre acido dicaffeiltartarico (e altri derivati dell'acido caffeico).
• Proprietà curative: in generale la Cicoria stimola le funzioni, tramite depurazione e disintossicamento, dell'intestino, del fegato e dei reni grazie alle sostanze presenti nelle radici che hanno tra l'altro proprietà digestive, ipoglicemizzanti, lassative (ha proprietà purgative), colagoge (facilita la secrezione biliare verso l'intestino) e cardiotonica (regola la frequenza cardiaca). Dai fiori si possono estrarre dei liquidi utili per curare alcuni tipi di oftalmie. La polpa della radice può essere utile per alcune infiammazioni (proprietà antiflogistica).
• Parti usate: per scopi medicinali si raccoglie la radice durante tutta l'estate e le foglie prima della fioritura.
• Modalità d'uso: in genere si usano dei decotti oppure si formano dei sciroppi; dalle foglie macerate opportunamente si può ottenere una crema rinfrescante per il viso (combatte gli arrossamenti).
• Controindicazioni : sembra (secondo voci tradizionali) che l'uso prolungato della cicoria riduca la funzione della retina. Ma bisogna anche dire che la moderna letteratura scientifica contiene poca o nessuna prova a sostegno o a confutazione di una simile affermazione.
Cucina
In cucina l'utilizzo più frequente è quello delle foglie nelle insalate (fresche o cotte). Se si fa un uso costante delle foglie fresche si ottengono anche i benefici medicamentosi descritti sopra. Per evitare l'eccessivo gusto amaro le foglie vanno raccolte prima della fioritura o va eliminata la parte più interna.
La radice della pianta se tostata diventa un ottimo succedaneo del caffè (pratica proposta a quanto pare nel 1600 dal medico e botanico veneto Prospero Alpini (1553 – 1617); inizialmente però come scopo terapeutico), utilizzo attivato soprattutto in tempi di guerra quando le importazioni del caffè subivano rallentamenti come ad esempio durante il periodo napoleonico in Europa, oppure per altri motivi in India, o ancora nella Germania Orientale del 1976 durante la “crisi del caffè”. La radice inoltre, se bollita, rappresenta una buona alternativa alimentare per il diabetico (l'inulina viene sopportata meglio dell'amido).
Coltivazione
La coltivazione della cicoria non è molto impegnativa, si tratta di una specie abbastanza rustica e quindi resistente sia alle basse che alla alte temperature. Si deve vangare bene il terreno (abbastanza in profondità) e quindi aggiungere del letame e concime minerale. La semina va fatta a seconda della varietà (evitare i mesi più freddi) e durante la crescita è bene spolverare le giovani piantine con nitrato di calcio. Se si vogliono ottenere dei cespi compatti e croccanti allora si deve attivare la tecnica della “forzatura”; le radici giovani vanno tagliate e messe in cassoni al coperto sotto del terriccio umido. Dopo un mese compaiono le foglie bianche dal delicato gusto chiamato anche “Radicchio o Cicora di Bruxelles”. Se si vuole accelerare la crescita bisogna riscaldare i cassoni.
Avversità
La cicoria può essere attaccata in superficie da afidi e lumache; in profondità dalle larve di maggiolini e dai grillotalpa. Un altro possibile pericolo per queste piante è il marciume (da funghi tipo Botrytis o Peronospora) che può essere bloccato sia evitando habitat caldo-umidi che trattando le piante con prodotti a base di zolfo.

   
 

Ciliegio
Il ciliegio (Prunus avium) chiamato anche ciliegio degli uccelli o ciliegio selvaggio è un albero originario del Medio Oriente, si tratta di una pianta da frutto appartenente alla famiglia delle Rosacee, genere Prunus. Assieme al Prunus cerasus, esso è una delle due specie di ciliegio selvatico che sono all'origine delle varietà di ciliegio coltivato che produce tipologie di ciliegie che vanno dal graffione bianco piemontese, al Durone nero di Vignola.
Comprende tre specie importanti dal punto di vista colturale:
• Prunus avium (ciliegio dolce)
• Prunus cerasus (ciliegio acido)
• Prunus mahaleb (megaleppo o ciliegio di S. Lucia)
Abitazione
Naturalmente poco abbondante e disperso nella foresta, questo albero non è un'essenza pioniera. Esso necessita dunque per espandersi, di un ambiente e di un micro clima forestale. Tuttavia esso viene piantato in popolazioni miste, viali in ranghi che necessitano allora di una protezione imperativa durante i primi anni, perché raggruppati, questi alberi diventano molto appetibili per i caprioli e più sensibili al cancro batterico, e alla cilindrosporiosi, oltre che agli attacchi degli insetti.
Diffusione
Il Ciliegio si trova in Europa, nord ovest dell'Africa, e a ovest in Asia, dalle Isole Britanniche a sud fino in Morocco e Tunisia, a nord fino a Trondheimsfjord regione in Norvegia e in Svezia, Polonia, Ucrania, nel Caucaso, a nord dell'Iran, con anche una piccola popolazione nell'ovest dell'Himalaya.
Descrizione
Il genere Prunus è composto da numerose essenze che è difficile a volte differenziare. Il ciliegio si riconosce senza errore grazie a due o tre nettari (piccole ghiandole rosse Ghiandole nettarifere situate alla base delle foglie caduche oblunghe, dentate e pubescenti al di sotto.
Il ciliegio è un grande albero a fusto dritto e cilindrico, a crescita molto rapida. Vive circa 100 anni ed è molto esigente di luce.
La sua corteccia fine ha tendenza ad esfogliarsi.
I suoi fiori bianchi peduncolati sono disposti in piccoli gruppi.
I suoi frutti carnosi (ciliegia) sono rosso fuoco, nero, gialli e rosa dolci o acidi.
• Portamento: Cime stretta e relativamente chiara, a ramificazione sovente regolarmente verticalizzata, almeno nel periodo più giovane. Allo stato adulto, cima arrotondata a rami leggermente ricascanti alle loro estremità.
• Radicamento: potente, radici profonde e traccianti.
• Terreno: leggero. Produce una lettiera poco abbondante, di decomposizione facile, generatrice di buon humus dolce e migliorativo.
Botanica
Si tratta di un albero deciduo cresce dai 15 ai 32 m di altezza, con un tronco che raggiunge il diametro di 1,5 m. Gli alberi giovani mostrano una forte dominanza apicale con un tronco dritto e una corona conica simmetrica, che diviene arrotondata ed irregolare negli alberi più vecchi. La corteccia è levigata porpora-marrone con prominenti lenticelle orizzontali grigio-marrone negli alberi giovani, che diventano scure più spesse e fessurate negli alberi più vecchi. Le foglie sono alternate, ovoidali acute semplici, lunghe 7–14 cm e larghe 4–7 cm broad, glabre di un verde pallido o brillante nella parte superiore, che varia finemente nella parte inferiore, hanno un margine serrato e una punta acuminata, con un picciolo lungo 2–3,5 cm che porta da due a cinque piccole ghiandole rosse. Anche la punta di ogni foglia porta delle ghiandole rosse. In autunno le foglie diventano arancioni, rosa o rosse prima di cadere. La fioritura ha luogo all'inizio della primavera contemporaneamente alla produzione di nuove foglie, nascono in corimbi di due-sei assieme, ogni fiore pendente su di un peduncolo di 2–5 cm, del diametro di 2,5–3,5 cm, con cinque petali bianchi, stami gialli, ed un ovario supero; sono ermafroditi, e vengono impollinati dalle api. Il frutto è una drupa di 1–2 cm di diametro (più larga in alcune selezioni coltivate), di un rosso brillante fino ad un viola scuro quando matura a metà estate. Il frutto commestibile ha un gusto da dolce ad abbastanza astringente e amaro da mangiarsi fresco; esso contiene un singolo nocciolo lungo 8–12 mm, ampio 7–10 mm e spesso 6–8 mm, il seme dentro al guscio è lungo 6–8 mm. I frutti vengono mangiati da numerosi uccelli e mammiferi, che digeriscono la carne e disperdono il seme nei loro escrementi. Alcuni roditori, e alcuni uccelli rompono il guscio e mangiano il seme che sta al suo interno. Tutte le parti della pianta eccetto il frutto sono tossici perché contengono glicosidi cianogenetici.
L'albero essuda una resina dalle ferite nella corteccia, per mezzo della quale protegge le ferite dalle infezioni provocate dagli insetti e dai funghi.

   
 

Coriandolo
Il coriandolo (Coriandrum sativum, L. 1753), a volte chiamato anche con il nome spagnolo cilantro, è una pianta erbacea originaria dei paesi del Mar Mediterraneo della famiglia delle Apiaceae (o Umbelliferae). I frutti sono aromatici e i fiori bianchi e a ciuffi simili a un ombrello. Conosciuto anche come prezzemolo cinese, il coriandolo appartiene alla stessa famiglia del cumino, dell'aneto, del finocchio e naturalmente del prezzemolo. Coriandrum è una parola latina citata nelle opere di Plinio, che ha le sue radici nella parola greca corys (cimice) seguita dal suffisso -ander (somigliante), in riferimento alla supposta somiglianza dell'odore emanato spremendo o sfregando le foglie.
Le foglie e i semi sono utilizzati nella cucina indiana e latino americana, anticamente anche in Europa pur essendo l'impiego attualmente caduto in disuso.
Storia del Coriandolo
Questa comune pianta viene dall'Oriente, e trovò impiego fin nell'antichità come pianta aromatica e medicinale; in alcune tombe egizie viene raffigurato come offerta. I Romani lo usarono moltissimo ed Apicio ne fa la base di un condimento chiamato appunto "Coriandratum". Secondo Plinio se si mettono alcuni semi di coriandolo sotto il cuscino al levar del sole si poteva far sparire il mal di testa e prevenire la febbre. Dai semi rivestiti di zucchero prendono nome i coriandoli di Carnevale in un secondo momento pallottoline di gesso, ora dischetti di carta multicolori.
Raccolta
Si usano soprattutto i frutti che nascono in giugno/luglio. La raccolta delle ombrelle, recise insieme al loro gambo, deve avvenire al mattino presto quando il coriandolo è ancora umido di rugiada. Vanno quindi essiccate subito altrimenti col tempo perdono molte proprietà. Le ombrelle vengono quindi riunite in mazzi ed appese in luoghi ombreggiati, quando sono ben essiccate si battono all'interno di un sacchetto per separare i frutti dai peduncoli che li sostengono. I frutti si conservano poi in recipienti di vetro. I semi si dovrebbero conservare interi poiché la polvere di coriandolo perde aroma molto facilmente.
Uso in cucina
Numerosissimi gli impieghi culinari del coriandolo. Entra nella preparazione di alcuni salumi, insaporisce carne, pesce e verdure; i semi vengono utilizzati come spezia. Questi sono meno piccanti delle foglie, sono dolci con un lieve sapore di limone. Macinati, i semi di coriandolo costituiscono l'ingrediente principale del curry e del garam masala. Le foglie, in Oriente, sono utilizzate al posto del prezzemolo.
Uso in erboristeria
Il coriandolo può essere usato come infuso contro i dolori di stomaco consigliato anche per problemi di aerofagia e le emicranie, aiuta la digestione e ha una funzione antidiarroica:

   
 

Cranberry
Con ossicocco (in commercio si usa anche il nome inglese di cranberry) si indicano le piante appartenenti al genere Vaccinium, sottogenere Oxycoccus, sebbene alcuni autori considerino Oxycoccus un genere a sé stante. La specie più comune in Europa è il Vaccinium oxycoccus, ma il Vaccinium macrocarpon, d'origine americana, è quello più commercializzato.
Secondo l'Economic Research Service del Ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti, i maggiori produttori di ossicocco sono il Wisconsin (circa metà della produzione totale) ed il Massachusetts (un terzo). Altri paesi produttori sono il Canada, il Cile ed alcuni paesi dell'Europa orientale.

     
 

Cumino
Il Cumino (Cuminum cyminum L.), anche noto come Cumino romano è una pianta erbacea originaria del Mediterraneo, ora diffusa anche nel continente Americano.
Descrizione
È una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia delle Apiaceae (o Umbelliferae), con un fusto sottile e ramificato alto 20-30 cm. Le foglie sono lunghe 5-10 cm, disposte a pettine. I fiori sono piccoli, bianchi o rosa, e disposti a ombrella. Il frutto è un achenio laterale ovoidale-fusiforme, lungo di 4-5 mm , contenente un singolo seme. I semi del cumino sono simili a quelli del finocchio e dell'anice, ma sono più piccoli e di colore scuro. Da non confondere con il Carvi che presenta frutti simili ma con un aroma completamente differente.
Benefici per la salute
I semi di cumino sono una buona fonte di ferro. Il ferro è un componente dell'emoglobina, che trasporta l'ossigeno dai polmoni a tutte le cellule del corpo, ed è anche parte dell'enzima chiave per la produzione dell'energia e per il metabolismo. In più, il ferro è fondamentale per mantenere il sistema immunitario in efficienza. Il ferro è particolarmente importante per le donne nel periodo mestruale, in quanto perdono ferro ogni mese durante il ciclo. Infine, i bambini nell'età della crescita, e gli adolescenti, hanno un bisogno di ferro superiore alla media, come pure le donne incinte o che allattano.
Digestione
I semi di cumino sono tradizionalmente considerati benefici per il sistema digestivo, e la ricerca scientifica sta cominciando a riscoprire l'antica reputazione del cumino in tal senso. Tali ricerche hanno mostrato che il cumino può stimolare la secrezione degli enzimi pancreatici, che sono necessari per una corretta digestione e assimilazione dei nutrienti.
Prevenzione del cancro
I semi di cumino potrebbero avere anche proprietà anti-cancerogene. In uno studio, il cumino mostrava di proteggere gli animali di laboratorio dallo sviluppo di forme tumorali dello stomaco e del fegato. Questo effetto protettivo potrebbe essere dovuto alle potenti capacità del cumino nella purificazione dai radicali liberi, come pure alla capacità mostrata nella stimolazione degli enzimi che detossificano il fegato. Inoltre, considerando l'importanza della purificazione dai radicali liberi e della detossificazione per il mantenimento della salute generale, il contributo del cumino alla salute potrebbe andare persino oltre.

     
 

Curcuma
Curcuma è un genere di piante della famiglia Zingiberaceae, comprendente 80 specie conosciute.
Le piante appartenenti a questo genere (come moltissime zinziberaceae) sono utilizzate con scopi alimentari e officinali. La spezia più utile è la Curcuma longa o zafferano delle indie.

   
 

Echinacea
Echinacea è un genere di piante erbacee perenni della famiglia delle Asteraceae, originarie del Nord America, comprendente nove specie d'interesse ornamentale ed erboristico.
Aspetti botanici
Le Echinacee sono originarie del Nord America, presentano un areale molto esteso che va dalle zone costiere del Golfo del Messico alle Grandi Pianure (Great Plains), fino al Lago Grande a Nord, alle montagne Rocciose ad Ovest ed alla catena degli Appalachi ad Est, interessando numerosi stati. Le Echinacee mostrano una notevole adattabilità alle diverse condizioni ambientali; crescono spontaneamente sia nelle zone di pianura che ad alta quota (fino ad oltre 1500 m di altitudine), privilegiando aree aperte e soleggiate, senza esigenze particolari di terreno anche se prediligono suoli moderatamente fertili, ben drenati e tendenti al sabbioso, come quelli delle grandi praterie nordamericane.
Il nome di questa pianta, secondo Linneo, è Rudbeckia dedicata a O. Rudbeck, botanico svedese del XVII sec. Il genere fu poi rinominato da Moench, nel 1794, Echinacea (dal greco echinos, riccio), secondo alcuni autori per la struttura dei semi che possiedono, alla loro sommità, un margine con 4 denti appuntiti; secondo altri, per le brattee pungenti del capolino. In passato vi era molta confusione sulla nomenclatura del genere e delle varie specie: fino a tempi recenti, infatti, queste sono state largamente confuse tra loro nelle caratteristiche e nelle proprietà, a causa anche di forti somiglianze morfologiche. Solo da poco, attraverso moderni metodi analitici, si è pervenuti alla loro differenziazione filogenetica su basi biochimiche.
Le Echinacee sono piante erbacee poliennali con riposo vegetativo invernale (la parte epigea si dissecca in autunno), appaiono dalla primavera inoltrata all’autunno e fioriscono tra giugno e agosto. L’apparato radicale è più o meno fascicolato, con radici singole di calibro differente; le foglie, riunite in rosette basali e poi distribuite lungo gli scapi, sono lanceolate od ellittiche, con margine intero o seghettato e generalmente provviste di peli. Il fusto, di altezza variabile da 50 a 150 cm, ha un portamento eretto, si presenta più o meno peloso, ramificato e rivestito di poche o molte foglie, a seconda della specie. Il capolino è terminale, lungamente peduncolato, con ricettacolo conico, fiori ligulati (sterili) di lunghezza e tonalità variabili dal bianco-rosato al rosa-purpureo, e fiori tubulosi (fertili) ermafroditi; il polline può presentare diverse colorazioni. Il frutto è un achenio quadrangolare con presenza od assenza di pigmentazione marrone chiaro all’apice e fornito di un piccolo pappo.
Proprietà officinali
L'uso medicinale di questa pianta si perde nei tempi: gli Amerindi del Nord America usavano il rizoma per curare piaghe e affezioni varie della pelle, ferite da traumi e da morsi dei serpenti. Per uso esterno, il rizoma delle echinacee ha in effetti proprietà cicatrizzanti, antiinfettive e riepitelizzanti.
La farmacopea moderna ha esteso le conoscenze popolari attribuendo a queste piante un ruolo in primo piano nel rafforzamento delle difese immunitarie. Oltre agli usi esterni per scopi medicamentosi o fitocosmetici, l'echinacea può essere usata anche per la cura delle affezioni influenzali e del raffreddore. L' Agenzia europea per i medicinali (EMEA) ha approvato l'uso di estratto di fiori di Echinacea purpurea per la prevenzione a breve termine ed il trattamento del raffreddore. Secondo le raccomandazioni dell'agenzia:
Non dovrebbe essere assunto per più di 10 giorni. La somministrazione a bambini di età inferiore ad 1 anno è controindicata, a causa di possibili effetti indesiderati su di un sistema immunitario immaturo. L'uso per bambini tra gli 1 e i 12 anni di età è sconsigliato, in quanto l'efficacia non è stata sufficientemente documentata sebbene nemmeno rischi specifici siano stati documentati. In assenza di dati sufficienti, è sconsigliato l'uso durante la gravidanza e l'allattamento.
In fitocosmesi, per le sue proprietà, l'echinacea è utile come decongestionante e purificante delle pelli, per il trattamento delle rughe, dell'acne, delle smagliature, delle screpolature.
Aspetti economici
Le indiscusse proprietà attribuite dalla farmacopea moderna rendono questo genere di grande interesse nel settore farmaceutico ed erboristico. Sono piante abbastanza rustiche e si prestano alla coltivazione per scopi industriali. In Italia si adatta abbastanza bene per colture a ciclo primaverile estivo. La specie di maggior interesse come pianta medicinale è l'Echinacea purpurea, ma sono largamente oggetto di commercio e di moltiplicazione anche l'Echinacea angustifolia e l'Echinacea pallida.
Le echinacee sono interessanti anche come piante ornamentali, per la grandezza e la vistosità dei capolini.
Curiosità
La tradizione popolare attribuisce proprietà afrodisiache che però non trovano riscontro nella documentazione scientifica.

   
 

Eleuterococco
L'eleuterococco (Eleuterococcus senticosus), noto anche come ginseng siberiano, è un arbusto della famiglia delle Araliaceae, originario della Siberia e della Mongolia.
Usi
La radice di eleuterococco viene usata in erboristeria in forma di gocce o compresse in quanto le vengono riconosciute proprietà toniche ed adattogene, in grado di ottimizzare la secrezione degli ormoni.
L'utilizzo della pianta è indicata negli stati di stress e sovraffaticamento, rinforza il sistema immunitario aumentando il numero dei linfociti T e stimolando l'attività dei globuli bianchi, utile nella astenia, convalescenza, nell'esaurimento psico-fisico, nella stanchezza, nella ipotensione, nella attività sportiva, previene l'insorgenza delle malattie, indicato nei periodi di ridotta capacità di rendimento, di concentrazione e di attenzione, stimola il metabolismo e aiuta nelle spasmofilie. Un recente studio giapponese ha evidenziato che aiuta a migliorare la resistenza al freddo e allo sforzo.
A dosi eccesive, potrebbe determinare cefalea, tensione e insonnia.

   
 

Elicriso
Il genere Helichrysum appartiene alla famiglia delle Asteraceae e comprende circa 600 specie di piante a fiore.
Il suo nome deriva dalle parole greche helisso (girare intorno) e chrysos (oro).
Si trova in Africa (con 244 specie in Sudafrica), Madagascar, Australasia ed Eurasia.
Morfologia
È provvista di una modesta radice a fuso e numerose radichette da cui partono vari fusticini ramosi su cui si innestano le foglie lineari di color grigio/cinerino.
I fiori, di forma rotonda e a petali sottili, sono riuniti in capolini di vario colore dal giallo, al rosa, al rosso.
Il frutto è un achenio.
Le foglie sono oblunghe-lanceolate. Sono piatte e pubescenti su entrambe le facce.
Fiorisce in estate. È comune nelle zone pietrose e aride, sulle colline calcaree. Si raccoglie tutta la piantina.Nell'elicriso coltivato per il giardinaggio la caratteristica del fiore è che ha i petali secchi e ben si adatta alla conservazione.
Specie
Hillard (1983) divide questo largo ed eterogeneo genere in 30 gruppi morfologici, ma molti autori lo considerano un genere di tipo artificiale. La tassonomia di questo polimorfico, e probabilmente polifiletico, genere è di fatto complessa e non ancora risolta in modo soddisfacente. Alcune specie, come H.acuminatum e H.bracteatum, sono state trasferite nel 1991 nel genere Xerochrysum, rispettivamente come X. subundulatum e X. bracteatum. Nel 1989, varie specie di Helichrysum sono state riclassificate in Syncarpha. Le specie incluse in Pseudognaphalium invece sono probabilmente congeneriche di Helichrysum.

   
 

Enotera
L' Enagra comune (nome scientifico Oenothera biennis L., 1753) è una pianta alta oltre un metro, dai vistosi fiori gialli, appartenente alla famiglia delle Onagraceae.
Sistematica
Questa pianta appartiene ad una famiglia (Onagraceae) non molto numerosa (una ventina di generi per circa 600 specie). Il suo genere (Oenothera), con un centinaio di specie, è considerato di tipo poliploide e quindi anche la specie di questa scheda è soggetta ad alcune forme poliploidali (variazione della grandezza dei plastidi, dei fiori, dei semi e delle foglie). È grazie a questo tipo di piante (in particolare la Oenothera erythrosepala Borbàs) che Hugo de Vries (Haarlem, 16 febbraio 1848 – Lunteren, 21 maggio 1935), naturalista olandese, dette origine alla “teoria delle mutazioni” alla fine dell'Ottocento.
La famiglia delle Onagraceae a volte viene chiamata anche Enoteracee (nomenclatura desueta).
Il genere Oenothera viene normalmente suddiviso in sottogeneri (una dozzina e più); la pianta di questa scheda viene assegnata al sottogenere Onagra : sono piante con caule a fiori giallognoli che si aprono alla sera; il tubo calicino è cilindrico, allungato che si allarga alle fauci; lo stigma è a quattro branche; la capsula è tetragona lineare-allungata. In questo gruppo sono comprese anche delle specie ottenute per mutazione.
Anche se il genere è originario dell'America settentrionale è opinione di Sandro Pignatti che l'”Enagra comune” si sia originata in Europa (in effetti la coltura di questa pianta è attestata nell'”Orto Botanico di Padova” fin dal 1612). Pignatti definisce questo genere come eterozigote complesso; capace quindi di mutazioni tali da far sorgere genomi di nuovo tipo (con corredi cromosomici diversi dalle specie di partenza); ulteriori incroci variamente combinati possono generare nuovi fenotipi (con strutture eterozigote stabili e diverse da quelle di origine) che in definitiva possono essere considerati delle nuove specie formatesi in Europa e non esistenti in America.
Variabilità
Nell'elenco che segue sono indicate alcune varietà e sottospecie (l'elenco può non essere completo e alcuni nominativi sono considerati da altri autori dei sinonimi della specie principale o anche di altre specie):
• Oenothera biennis L. fo. argillicola (Mack.) B. Boivin (1966)
• Oenothera biennis L. fo. biennis
• Oenothera biennis L. fo. grandiflora (L'Hér.) D.S. Carp. (1937)
• Oenothera biennis L. fo. hookeri (Torr. & A. Gray) B. Boivin (1966)
• Oenothera biennis L. fo. muricata (L.) B. Boivin (1966)
• Oenothera biennis L. fo. stenopetala (E.P. Bicknell) B. Boivin (1966)
• Oenothera biennis L. subsp. austromontana Munz (1965) (sinonimo = O. nutans G. F. Atk. & Bartlett)
• Oenothera biennis L. subsp. baurii (Boodijn) Tischler (1950) (sinonimo = O. villosa)
• Oenothera biennis L. subsp. biennis
• Oenothera biennis L. subsp. caeciarum Munz (sinonimo = O. biennis subsp. biennis)
• Oenothera biennis L. subsp. centralis Munz (1965) (sinonimo = O. chicagoensis Renner ex R.E.Cleland & Blakeslee)
• Oenothera biennis L. subsp. muricata sensu (1894) (sinonimo = O. parviflora)
• Oenothera biennis L. subsp. rubricaulis (Klebahn) Stomps (1948) (sinonimo = O. rubricaulis)
• Oenothera biennis L. subsp. suaveolens (Desf. ex Pers.) Bonnier (1921) (sinonimo = O. suaveolens)
• Oenothera biennis L. var. austromontana (Munz) Cronquist (1991)
• Oenothera biennis L. var. biennis
• Oenothera biennis L. var. canescens Torr. & A. Gray (1840)
• Oenothera biennis L. var. cruciata (Nutt. ex G. Don) Torr. & A. Gray (1840)
• Oenothera biennis L. var. grandiflora (L'Hér.) Torr. & A. Gray (1840)
• Oenothera biennis L. var. hirsutissima A. Gray (1849)
• Oenothera biennis L. var. hirsutissima A. Gray ex S. Watson (1873) (sinonimo = O. elata subsp. hirsutissima (A. Gray ex S. Watson) W. Dietr.)
• Oenothera biennis L. var. hookeri (Torr. & A. Gray) B. Boivin (1967)
• Oenothera biennis L. var. muricata (L.) Torr. & A. Gray (1840)
• Oenothera biennis L. var. nutans (G.F. Atk. & Bartlett) Wiegand (1924)
• Oenothera biennis L. var. oakesiana A. Gray (1867) (sinonimo = O. oakesiana)
• Oenothera biennis L. var. parviflora Abromeit (1898) (sinonimo = O. rubricaulis)
• Oenothera biennis L. var. parviflora (L.) Torr. & A. Gray (1840)
• Oenothera biennis L. var. pycnocarpa (Atk. & Bartlett) Wiegand (1924)
• Oenothera biennis L. var. strigosa (Rydb.) Cronquist (1992)
• Oenothera biennis L. var. sulfurea Kleb.
• Oenothera biennis L. var. vulgaris Torr. & A. Gray (1840)
Ibridi
Nell'elenco che segue sono indicati alcuni ibridi interspecifici :
• Oenothera ×braunii Döll (1862) – Ibrido fra : O. biennis e O. parviflora
• Oenothera ×fallax Renner (1917) – Ibrido fra : O. biennis e O. glazioviana
• Oenothera ×punctulata Rostanski & Gutt (1971) – Ibrido fra : O. biennis e O. pycnocarpa
Sinonimi
La specie di questa scheda ha avuto nel tempo diverse nomenclature. L'elenco che segue indica alcuni tra i sinonimi più frequenti:
• Lysimachia lutea-corniculata Moris
• Oenothera cambrica Rostanski (1977)
• Oenothera carinthiaca
• Oenothera chicaginensi
• Oenothera chicagoensis Renner ex R.E.Cleland & Blakeslee
• Oenothera communis Lèveillè (1910)
• Oenothera grandiflora
• Oenothera muricata L.
• Oenothera pycnocarpa Atk. & Bartlett
• Oenothera rubricaulis
• Oenothera suaveolens Desfontaines
• Onagra biennis (L.) Scopoli
• Onagra europaea Spach (1835)
• Onagra muricata (L.) Moench
• Onagra vulgaris Spach (1835)
Specie simili
Dato il carattere polimorfo del genere diverse sono le “Oenothere” più o meno simili a quelle di questa scheda.
• Oenothera chicagoënsis Rennere – Enagra di Chicago : si differenzia per la presenza di chiazze rosse sul fusto e sugli ovari. È una specie sicuramente importata dall'America : infatti il tipo corologico (area di origine) è Nordamericano.
• Oenothera stucchii Soldano – Enagra di Stucchi : è molto più pelosa della Oenothera biennis tanto che può essere descritta come grigio-tomentosa.
• Oenothera erythrosepala Borbàs – Enagra di Lamarck : le foglie, gli ovari e il calice (sola alla fine) sono picchettati di rosso; i petali sono inoltre tra i più grandi del genere (40 – 50 cm). Sembra sia un ibrido fra ceppi americani.
• Oenothera suaveolens Pers. - Enagra con frutti allungati : le foglie non sono arrossate, e i frutti (come fa intendere il nome comune) sono molto più lunghi. Anche questa pianta probabilmente si è originata in Europa da piante americane.
Etimologia
La denominazione Oenothera è stata introdotta da Linneo nell'anno 1735 accostando due radici greche : oinos (= vino) e thèra (= desiderio) che letteralmente potrebbe significare “desiderio di bere il vino”; altri testi giustificano il nome col fatto che anticamente la radice veniva usata come additivo aromatizzante nella preparazione di alcuni vini.
Il nome specifico (biennis) si riferisce allo sviluppo in due anni della pianta.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Oenothera biennis) è stato proposto da Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
In lingua tedesca questa pianta si chiama Gewöhnliche Nachtkerze; in francese si chiama Onagre bisanuelle; in inglese si chiama Common Evening-Primrose.
Morfologia
È una pianta biennale, pubescente (peli sparsi) e glandulosa, che al primo anno produce una rosetta di foglie, e alcune volte dei piccoli fusti, e al secondo sviluppa il fusto fino a produrre fiori e semi. L'altezza media va da 50 cm a 150 cm (massimo 2 metri in America). La forma biologica di questa pianta è emicriptofita bienne (H bienn), sono quindi piante erbacee a ciclo biologico bienne con gemme svernanti al livello del suolo e protette dalla lettiera o dalla neve.
Radici
Le radici sono grosse e carnose di tipo fittonante e lievemente rossastre.
Fusto
Il fusto (in genere erbaceo, solo alla base lievemente arbustivo) è eretto, semplice (o poco ramoso) e robusto e con molte foglie; presenta spesso dei puntini o striature rosse (ma non le foglie o gli ovari). Alla base è ingrossato in modo fusiforme, mentre in alto può essere angoloso. È inoltre coperto di peli semplici frammisti a peli ghiandolari.
Foglie
Le foglie sono intere, glabre (ma anche ispide) e di consistenza membranacea e innervate (il nervo centrale alla fine è arrossato). Il bordo è denticolato in modo irregolare.
• Foglie basali: le foglie radicali hanno la classica disposizione a rosetta; sono picciolate e la forma è oblungo-ovata con apice ottuso.
• Foglie cauline: le foglie del fusto sono subsessili, più piccole, a forma strettamente lanceolata (4 – 5 volte più lunghe che larghe), attenuate alla base con apice acuto; la disposizione lungo il fusto è alterna.
Dimensione delle foglie basali : larghezza 2 – 5 cm; lunghezza 10 – 30 cm. Dimensione delle foglie cauline : larghezza 2 - 3 cm (massimo 5 cm); lunghezza 8 – 15 cm (massimo 22 cm).
Infiorescenza
L'infiorescenza è composta da diversi grandi fiori (solitari) disposti in lunghi racemi fogliosi. All'apice del fusto l'infiorescenza si può presentare in modo ombrelliforme. I fiori sono peduncolati e partono all'ascella delle foglie cauline.
Fiore
I fiori sono ermafroditi, attinomorfi, pentaciclici (ossia sono formati da 5 verticilli : calice – corolla – 2 verticilli di stami – gineceo), pentameri (ogni verticillo è composto da 4 elementi). I fiori (fugaci – durano circa 30 ore) si aprono nel tardo pomeriggio, da cui il nome inglese "evening primrose" (primula della sera) e sono colorati di giallo limone e sono profumati. Dimensione massima del fiore : 30 – 50 mm.
Farmacia
• Sostanze presenti: i semi contengono dal 7% al 10% di acido gamma-linolenico, e l'olio estratto è oggetto di studi per approfondire i suoi benefici. Altri composti sono mucillagini, fitosterolo, alcol cerilico, flavonoidi e tannino.
• Proprietà curative: questa pianta era tenuta in grande considerazione dagli Indiani d'America, che la usavano per combattere gonfiori ed ematomi. Quando fu introdotta in Europa nel 17o secolo ebbe subito fama di pianta medicinale, tanto che in inglese guadagnò il nome di 'king's cure all' (cura-tutto reale). Oggetto di studio successivo furono in particolare i semi e le radici. Altre proprietà : antiflogistica (guarisce dagli stati infiammatori) e antivagale (regolazione delle funzioni del nervo vago).
• Parti usate: tutte, ma soprattutto le radici; si raccoglie in autunno.
Cucina
Si può far risalire a metà del 1600 l'inizio della sua coltivazione come pianta commestibile; sia delle parti ipogee come insalata o crude che la radici giovani che anch'esse possono essere consumate come insalata. La radice grande invece, a termine fioritura, può essere bollita, al pari di una carota o barbabietola, e consumata come contorno.
Dai semi maturi si può ricavare un olio chiamato Olio di Enotera. Contiene acidi grassi essenziali polinsaturi (acido gamma-linoleico “GLA”). Ha diverse proprietà (anti-infiammatorie, anti-allergiche, contro le malattie cardiovascolari, l'artrite e altro), per cui può essere usato egregiamente come integratore alimentare.
Giardinaggio
Oggi generalmente la “Enagra comune” viene impiegata nel giardinaggio in quanto specie decorativa e di facile impianto. Esiste una varietà (o cultivar) a grandi fiori.
Industria
Dai petali si può ottenere una buona tintura gialla; e da altre parti della pianta si ottengono anche dei prodotti per la cosmetica (infatti tra le altre proprietà, l'”Olio di Enotera” è indicato per mantenere l'elasticità della pelle e prevenire l'insorgere delle rughe).

   
 

Equiseto
Equisetum L. 1753 è un genere di piante vascolari Pteridofite appartenenti alla famiglia delle Equisetaceae, conosciute comunemente come code di cavallo.
Sono tra gli organismi più antichi della terra: il ritrovamento di resti fossili di alcune specie dell'ordine delle Equisetales indicano che erano piante diffuse già alla fine del Devoniano (395 – 345 milioni di anni fa).
Dal punto di vista filogenetico sono piante più primitive delle angiosperme, infatti sono senza organi sessuali distinti, si propagano e si riproducono per mezzo di spore. Al genere Equisetum appartengono circa 20 o 30 specie (a seconda dei vari autori), delle quali una decina sono proprie della flora italiana.
Sistematica
Equisetum è il solo genere appartenente alla famiglia delle Equisetaceae (sono conosciuti altri generi fossili del Carbonifero medio); e quindi l'unico rappresentante della classe Equisetopsida (ordine Equisetales). Già classificati nella divisione delle Equisetofite è stato recentemente posto tra le Pteridofite (la divisione delle felci) per delle affinità a livello molecolare.
Il genere è diviso in due sezioni:
• Hippochaete (Milde) Baker: è la sezione delle specie tropicali (E. giganteum) e di qualche specie europea (E. hyemale, E. ramosissimum, E. variegatum e altre); sono piante sempreverdi; gli stomi non sono superficiali ma profondamente inseriti nelle “vallecole” (vedi il paragrafo relativo alla descrizione del fusto).
• Euequisetum : appartengono a questa sezione le specie dei luoghi temperati (soprattutto specie europee), con stomi superficiali e parti aeree che durante l'inverno si dissecano completamente (E. arvense, E. sylvaticum, E. pratense, E. telmateia , e altre).
Etimologia
Il nome generico (Equisetum) significa “crine di cavallo”; la radice equiset- deriva infatti dal latino equi saeta, ossia coda (saeta, -ae, lett. crine) di cavallo (equi, gen. di equus, -i).
Dobbiamo a Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa - 90 circa), che fu un medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone, una delle prime descrizioni dettagliate di queste piante.
La nomenclatura scientifica attualmente accettata (Equisetum) è stata proposta da Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778) biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
Morfologia
(In questa scheda le descrizioni del genere sono relative soprattutto alle specie europee).
La forma biologica più ricorrente è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia sono piante perenni erbacee che portano le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presentano organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei detti rizomi (un fusto ipogeo dal quale, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei). In realtà anche durante i periodi più avversi la pianta deve continuare a vivere per cui alcuni brevi rami ipogei laterali si trasformano in tuberi rotondi contenenti sostanze di riserva per lo svernamento.
Le dimensioni variano molto da specie a specie: generalmente, la maggior parte di queste piante producono fusti di dimensioni comprese tra i 20 cm e il metro e mezzo, raramente l’E. telmateia può raggiungere i 2,5 m, mentre le specie tropicali E. giganteum e E. myriochaetum raggiungono rispettivamente i 5 m e gli 8 m e più, anche se a volte essendo i fusti troppo deboli sono costretti a sostenersi ad altre piante come rampicanti.
Radici
Le radici sono secondarie (fascicolate) da rizoma e di tipo avventizio. Generalmente sono dei ciuffi che si diramano dai nodi del rizoma e durano un anno al massimo.
Fusto
• Parte ipogea: la parte ipogea del fusto consiste in un rizoma orizzontale (strisciante oppure no) con ingrossamenti tuberiformi (vedi sopra) e varie ramificazioni a volte anche intricate e profonde fino a un metro che danno luogo a germogli aerei eretti e quindi ai corrispondenti fusti epigei. I germogli hanno la caratteristica di essere provvisti inizialmente di una sola cellula apicale, molto grande, a forma di tetraedro (più o meno piramidale), dalla quale si generano per divisione le cellule successive per lo sviluppo del fusto adulto (vedi disegno sotto).
• Parte epigea: la parte epigea (detta anche più precisamente culmo) consiste in due tipi di fusti :
• fusti fertili, bianchicci o bruni (a volte di colore giallastro) e quindi privi di clorofilla), atti alla riproduzione; sono provvisti di nodi e relativi internodi con un solo strobilo apicale di sporofilli (foglia modificata che porta gli sporangi, alloggiamento delle spore - i “semi” delle Pteridophyte); ai nodi sono presenti delle foglie; mentre i rami generalmente sono assenti, a parte alcune specie come E. palustre e altre tropicali. Se lo strobilo viene scosso, fuoriesce una nuvola verde-gialla di spore.
• fusti sterili, ruvidi di colore verde e quindi fotosintetici. In questi fusti le foglie sono così poco significative che il fusto si sostituisce ad esse per il processo fotosintetico anche tramite degli stomi. Questi fusti sono ramificati con una decina e più di rametti normalmente a quattro coste posti in verticilli alla base delle foglie a sua volta poste nei nodi del fusto; anche i rametti sono articolati in nodi e relativi internodi. Questi secondi fusti normalmente si sviluppano solamente dopo che quelli fertili hanno assolto alla loro funzione riproduttiva;
Entrambi i fusti sono fortemente scanalati longitudinalmente (sono alati); le striature verticali (fino a 40 e più) presentano inoltre la particolarità di essere sfalsate passando per due internodi contigui. In questo modo i rametti si trovano sfalsati gli uni rispetto gli altri così da ricevere più luce solare. I fusti sono cavi (cavità midollare) o fistolosi, infatti all'interno è presente una sottile cavità longitudinale spesso vuota. Questa struttura morfologica, che è una delle caratteristiche più importanti di tutte le Equisitaceae e quindi del genere Equisetum, si chiama “sifonostele” (da “sifone”). In particolare questo “sifonostele” è di tipo “ectofloico” in quanto il midollo centrale è avvolto da un mantello di legno (xilema) a sua volta circondato da uno strato continuo di libro (floema). Importante è anche la presenza di una corona di fasci conduttori collaterali (struttura chiamata “eustelica”).
• Sezione trasversale di un tipico fusto di “equiseto” (figura a destra) in corrispondenza di un internodo : la parte più esterna consiste in una epidermide (e) contenente diversi granuli di silice (da qui le proprietà meccaniche tipo taglio o abrasione di queste piante). In corrispondenza delle costole longitudinali del fusto il tessuto vegetale (chiamato cordone sclerenchimatico) è ulteriormente ispessito (s). Nelle “vallecole”, avvallamenti tra una costola e l'altra dove l'ispessimento è minore, è presente il parenchima clorofilliano (pc), questo solamente nei fusti sterili. In questa zona sono presenti anche gli stomi, delle aperture stomatiche (as) la cui funzione è di consentire lo scambio gassoso fra interno ed esterno del vegetale, in particolare la fuoriuscita di vapore acqueo e l’entrata di ossigeno e di anidride carbonica. Nelle specie europee gli stomi sono più superficiali (come nel presente disegno), mentre in quelle tropicali sono più interni. Ancora più internamente, immersi nel parenchima (p), abbiamo i canali vallecolari (cv), probabilmente la loro funzione è di facilitare la circolazione dell'aria in tutta la pianta, e i fasci cribro-vascolari (fv), altre strutture di tipo “eustelico” (derivate dalla “sinfostele” centrale interrotta in più punti) conduttrici di sostanze liquide. Questa struttura (“eustelica”) è tipica della zona internodale e meno evidente in quella nodale. Al centro è presente una grande cavità vuota (c) che nel rizoma e nei rametti laterali serve a contenere il midollo. Questa cavità è circondata dal xilema (x) che a sua volta è circondato dal floema (f).
Foglie
Le foglie (in questo caso chiamate più precisamente microfille) sono situate in corrispondenza dei nodi del fusto. Sono erette e appressate al fusto stesso. Sono concresciute le une alle altre (formano una specie di collaretto lobato o guaina attorno al fusto) e non sono differenziate in picciolo e lamina fogliare; possono ricoprire in parte o completamente l'internodo. La forma è lanceolata, squamiforme con un unico nervo dorsale e apice acuminato di colore bruno. Il numero delle foglie (e relativi denti) secondo le specie può essere di poche unità come diverse decine.
Ciclo riproduttivo
Le spore secondo le condizioni ambientali (umidità, luce, segnali di tipo ormonale o altro) danno luogo ad un protallo sessualmente differenziato (maschile o femminile ). Questa fase deve avvenire entro breve tempo dalla fuoriuscita delle spore: le loro possibilità di germinare è di pochi giorni. È da notare inoltre che le spore sono organismi aploidi, è quindi a questo punto che si decide il sesso. I protalli posso rimanere attivi al substrato per alcuni anni ed hanno dimensioni variabili di alcuni centimetri (quelli maschili sono più piccoli), sono verdi e variamente lobati.
Dai protalli poi si sviluppano gametofiti eterotallici (maschili o femminili); se maschili portano gli anteridi, se femminili gli archegoni. Gli archegoni in genere sporgono dalla superficie del protallo, mentre gli anteridi che possono contenere fino a un migliaio di spermatozoidi sono immersi più profondamente. Gli spermatozoidi hanno una forma elicoidale e all'apice sono provvisti di numerosi flagelli .
La oosfera (gamete femminile contenuto nel archegone) a questo punto attende la fecondazione da parte di un spermatozoide(o gamete maschile cigliato prodotto dal'anteride giunto a maturità): potrà finalmente svilupparsi il nuovo sporofito (ossia altri fusti di “equiseto”) passando per la cellula embrione.
Diffusione e habitat
Gli equiseti rappresentano un genere praticamente cosmopolita e perciò diffuso in tutto il mondo, Antartide e zone dell'Australasia esclusi. Si tratta di piante perenni che, alle latitudini più miti, appassiscono d'inverno; ai tropici sono invece sempreverdi, come pure alcune specie della zona temperata ( E. hyemale, E. sciropides, E. variegatum, E. ramosissimum). La specie più diffusa in Europa è l'E. arvense.
Praticamente tutte le specie spontanee della nostra flora vivono sull'arco alpino. La tabella seguente mette in evidenza alcuni dati relativi all'habitat, al substrato e alla diffusione delle specie alpine.
Farmacia
• Sostanze presenti: acido silicico, glucoside, delle saponine (equisetonina), flavonoidi, piccole quantità di alcaloidi, resine e acidi organici (anche acido ascorbico), sostanze amare e altre sostanze minerali (sali di potassio, alluminio, manganese, ferro e calcio). Contengono anche una sostanza, il ipriflavone, che sembra in grado di indurre la formazione di nuovo tessuto osseo.
• Proprietà curative: antiemorragiche, cicatrizzanti (accelera la guarigione di ferite), emostatiche (blocca la fuoriuscita del sangue in caso di emorragia), diuretiche (facilita il rilascio dell'urina), astringenti (limita la secrezione dei liquidi), antitubercolari e remineralizzanti (valide soprattutto per i malati di tubercolosi polmonare). Sono indicate anche per combattere l'osteoporosi, in caso di fratture e di rachitismo. In Messico si utilizza l' E. robustum come antiblenorragico (cura una malattia infettiva detta blenorragia) e diuretico, mentre l' E. bogotense viene usato come astringente.
• Parti usate: rizoma e parti aeree.
Cucina
In passato, presso le famiglie contadine, i germogli di alcune specie del genere venivano occasionalmente impanati e fritti o conditi con aceto. L'”equiseto” può essere aggiunto a zuppe o minestroni come integratore di sali minerali.
Ma si deve fare attenzione alle varie specie in quanto alcune non sono eduli. Inoltre secondo alcuni testi queste piante se ingerite in grandi quantità possono presentare una certa tossicità in quanto contengono l'enzima thiaminase che assorbe il complesso vitaminico B.
Giardinaggio
A scopo ornamentale vengono coltivati alcuni “equiseti” come ad esempio : E. telmateia, E. sylvaticum e E. scorpioides .
Altri usi
I preparati di alcune piante di questo genere vengono usati anche in cosmetica come crema antirughe (sembra che rallenti l'invecchiamento della pelle in genere).
Inoltre queste piante, in quanto provviste superficialmente di granuli di silicio, anticamente venivano usate per levigare (sgrassare e lucidare) superfici anche metalliche (E. hyemale).

   
 

Erisimo
L'Erisimo (Sisymbrium officinale Scopoli) è una pianta appartenente alla famiglia delle Brassicaceae o Crocifere.
È comune nei terreni incolti e vicino ai centri abitati in tutta Europa.
Conosciuto ma non diffuso nel continente americano.
Si utilizzano in erboristeria le infiorescenze e le foglie.
È detta anche "erba dei cantanti", poiché risolve problemi di gola come afonia e raucedine.

   
 

Escolzia
Eschscholzia Cham., 1820 è un genere delle Papaveraceae, originario del Nord America, comprende poche specie erbacee annuali e perenni
Descrizione
Alte fino a 50 cm, la più coltivata è l'Eschscholtzia californica nota col nome comune di Escolzia o Papavero della California introdotta in Europa nel sec. XIX° come pianta ornementale dal botanico tedesco Johann Friedrich von Eschscholtz (1793-1831) da cui deriva il nome del genere, è una pianta erbacea perenne coltivata come annuale, originaria dell'Arizona, California e Oregon. Ha fusti prostrati eche si allargano a formare dei cespugli alti 40-50 cm, di colore verde-glauco, con foglie eleganti, alterne, picciolate, frastagliate, di colore verde-cinerino, portanti fiori singoli, con 4 petali obovati liberi, di colore bianco, giallo o arancio, con varietà di colore tendente al rosso-vivo, la fioritura è estiva, i semi piccoli e numerosissimi sono contenuti in un baccello lungo 4-5 cm.
Specie
Il genere Eschscholzia comprende le seguenti specie:
• Eschscholzia caespitosa Benth.
• Eschscholzia californica Cham.
• Eschscholzia douglasii (Torr.) (= Eschscholzia californica Cham. )
• Eschscholzia frutescens
• Eschscholzia mexicana Cham.
Uso
• Come pianta ornamentale nei giardini per decorare aiuole e bordure, in vaso sui terrazzi, e per la produzione industriale del fiore reciso in boccio utilizzati negli appartamenti.
• Gli indigeni del Nord America la utilizzavano come alimento e come pianta medicinale sfruttando le proprietà delle sostanze contenute nella pianta come gli alcaloidi benzilisochinolinici e benzofenantridinici, tipo protopina, allocriptopina, sanguinarina, escholtzina, californidina, berberina, lauroscholtzina, criptopina, chelidonina e cheleritrina, i glucosidi flavonici, i fitosteroli, i carotenoidi, e le piccole quantità di morfina.
Proprietà medicinali
• La soluzione idroalcolica delle sommità in fiore viene utilizzata per le proprietà antispasmodiche, contro l’insonnia e gli stati d'ansia dato che agisce sul sistema nervoso centrale, e le neuropatie infantili.
• Gli indiani d'America utilizzavano le foglie cotte o bollite perché attribuivano a loro proprietà contro le coliche biliari e intestinali, il mal di denti.
Metodi di coltivazione
Piante vigorose, gradiscono esposizioni soleggiate, temono il gelo, non sopravvivono alle temperature invernali, per tale motivo vengono coltivate come annuali, terreno soffice, misto a sabbia, si adatta anche a terreni argillosi purché ben drenati, moderate concimazioni liquide per le piante coltivate in vaso, annaffiature frequenti ma non eccessive.
La moltiplicazione avviene con la semina a dimora in aprile e successivo diradamento.
Avversità
• Lumache - sono temibili nemici, procurano gravi danni alle foglie
• Afidi - l'attacco degli insetti, se in numero notevole, può causare gravi danni, compromettendo la fioritura
• Ragnetto rosso - l'attacco degli acari provoca seri danni alle parti epigee colpite.

   
 

Eucalipto
Eucalyptus è un genere di piante arboree sempreverdi originarie dell’Oceania (soprattutto Tasmania, Australia, Nuova Zelanda e Nuova Guinea) appartenente alla famiglia delle Myrtaceae (ne sono presenti circa 600 specie).
Caratteristiche
È un sempreverde che in Australia supera anche i 90 metri, mentre in Italia si ferma ai 25 metri. Il fusto ha la corteccia liscia. Il fiore è formato da un calice di forma di coppa chiusa che si stacca con la fioritura; il frutto è a forma di capsula con all'interno molti piccoli semi.
Importanza economica
Delle numerose specie classificate, solo una sessantina hanno anche interesse economico e provengono tutte dalle zone costiere dell'Australia, le zone caratterizzate da clima mite e da ricchezza di precipitazioni atmosferiche.
Gli impieghi prevalenti delle specie di Eucalyptus riguardano l'uso farmacologico e fitoterapico dell'olio essenziale, l'utilizzo del legno come legna da opera o da ardere o per la fabbricazione della carta, l'allestimento di apprestamenti protettivi (frangiventi) e, infine, come pianta ornamentale e in fioricoltura per la produzione di fronde.
Durante e dopo la bonifica dell'Agro pontino (Italia - basso Lazio), avvenuta durante il ventennio fascista, vennero piantati numerosi esemplari di Eucalyptus, per diverse ragioni: le linee frangivento create dai filari di eucalyptus costituivano una valida protezione contro il forte vento e le trombe d'aria (piuttosto comuni nel Pontino, specialmente nel periodo autunnale) sia per la conservazione dei prodotti agricoli, sia per limitare la dispersione d'acqua nei casi di irrigazione a lungo getto.
Inoltre, com'è noto, gli alberi di Eucalyptus necessitano di un fabbisogno d'acqua piuttosto elevato se paragonato alla vegetazione autoctona dell'Agro pontino: l'impianto intensivo di numerosi esemplari ha, nel tempo, contribuito alla bonificazione naturale dei terreni palustri e, successivamente, al mantenimento e alla difesa dei terreni coltivabili dalle acque stagnanti.
Ad oggi, nell'Agro Pontino, l'Eucalyptus è considerato una specie spontaneizzata.
Usi
I principi attivi sono presenti nelle foglie che vengono essicate e conservate. L'eucalipto è indicato per fluidificare ed eliminare le secrezioni bronchiali, come trattamento della febbre e per combattere l'asma.
Viene consigliato contro le infiammazioni dell'apparato urogenitale ed intestinale.
Inoltre possiede proprietà antivirali ed antinfiammatorie e viene indicato contro i reumatismi; come insetticida può essere utile per eliminare i parassiti, stimola il sistema immunitario ed è antinevralgico. È utilizzato nella cura delle vesciche causate da varicella, herpes e fuoco di Sant'Antonio.

   
 

Fico
Il fico comune (Ficus carica L.) è una pianta xerofila dei climi subtropicali temperati, appartenente alla famiglia delle Moraceae. Rappresenta la specie più nordica del genere Ficus.
Cenni storici
L'epiteto specifico carica fa riferimento alle sue origini che vengono fatte risalire alla Caria, regione dell'Asia Minore. Testimonianze della sua coltivazione si hanno già nelle prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto, da cui si diffuse successivamente in tutto il bacino del Mar Mediterraneo.
Morfologia
È un albero dal tronco corto e ramoso che può raggiungere altezze di 4-8 m; la corteccia è liscia e di colore grigio-cenerino; i rami sono ricchi di midollo con gemme terminali acuminate coperte da due squame brunastre.
Le foglie sono grandi, scabre, oblunghe, a 3-5 lobi e grossolanamente dentate, di colore verde scuro sulla parte superiore, più chiare e ricoperte da una lieve peluria su quella inferiore.
Quello che comunemente viene ritenuto il frutto è in realtà una grossa infiorescenza carnosa, piriforme, ricca di zuccheri, di colore variabile dal verde al nero-violaceo (siconio), all'interno della quale sono racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; una piccola apertura apicale, detta ostiolo, consente l'entrata degli imenotteri pronubi; i veri frutti, che si sviluppano all'interno dell'infiorescenza, sono dei piccoli acheni.
Presenta due forme botaniche, comunemente note come fico (Ficus carica ssp. sativa) e caprifico (Ficus carica ssp. caprificus), la prima fornisce i ricettacoli delle infiorescenze (siconi) che con il perigonio dei singoli fiori ivi contenuti, vengono consumati e commercializzati freschi o essiccati; la seconda forma, il caprifico, fornisce il polline all'insetto pronubo (Blastophaga psenes) e contiene i fiori diclini, con perianzio di 4 parti, gli staminiferi peduncolati hanno generalmente 2 stami, i pistilliferi monocarpellari che contengono un solo ovulo nell'ovario, sono longistili e provvisti di papille stimmatiche nel fico, mentre sono brevistili e senza papille nel caprifico. Dai semi del caprifico si ottengono piante sia di fico che di caprifico.
Nel fico comune abbiamo due tipi di siconi: i fioroni o fichi fioroni che si formano in autunno e maturano alla fine della primavera o all'inizio dell'estate (entro giugno); e i forniti, veri fichi o pedagnuoli che si formano in primavera e maturano alla fine dell'estate (settembre). A volte se la stagione si presenta particolarmente favorevole, la pianta riesce a portare a maturazione in autunno una terza generazione di siconi detti volgarmente cimaruoli.
Varietà
La coltivazione del fico si è sviluppata in diverse zone del pianeta, ma naturalmente in maniera significativa solo nei distretti climatici analoghi all ambiente mediterraneo, caldo ed arido. Nel bacino del Mediterraneo oltre all'Italia abbiamo importanti coltivazioni in Turchia, Grecia, Algeria, Spagna, Libia, Marocco, Egitto, Palestina, Francia; altri paesi di notevole importanza produttiva sono: Portogallo, Siria, Russia, Arabia, India, Giappone, California, Argentina, Australia e molti altri.
Le varietà di fico coltivate sono innumerevoli, citeremo solo alcune varietà italiane:
• Unifere. Producono solo fichi estivi-autunnali sui rametti dell'anno:
• Marchesano
• Cantano
• Pazzo
• Coppa
• Meloncello
• Arneo
• Della penna
• Brogiotto nero
• Bifere. Producono generalmente fioroni sui rametti dell'anno precedente e fichi estivi-autunnali su quelli dell'anno:
• Caprificabili:
• Fracazzano
• Sessune
• Napoletano
• Partenocarpiche:
• Ottano o Dottato
• Del Vescovo
Coltivazione
Il Ficus carica gradisce climi caldi non umidi, si adatta a qualunque tipo di terreno purché sciolto e ben drenato, non tollera a lungo temperature sotto i -10° C, è peraltro da considerare che la resistenza al freddo è fortemente condizionata dalla maturazione del legno, cioè dalla trasformazione dei rami succulenti ed erbacei in legno compatto, disidratato e soprattutto ricco di resine ed amidi che sono eccellenti antigelo, (naturalmente tali accumuli, che possono essere determinanti per la resistenza al freddo, si hanno con estese insolazioni estive), enormi differenze si verificano con piante giovani, succulente ed in intensa crescita dovuta ad eccesso di umidità nel suolo o per eccesso di concimazione, e piante adulte in siti aridi e poveri, dove queste ultime hanno mostrato resistenze senza gravi problemi a temperature di -18, -20 °C. È da notare che la coltivazione di specie necessitanti la fecondazione da Blastophaga psenes sono limitate dalla temperatura di sopravvivenza della stessa, che è di circa -8, -9 °C, in assenza di fecondazione i frutti acerbi cadono. In ambienti dove sia assente l'agente fecondatore è praticata la coltivazione delle sole varietà che hanno la caratteristica di maturare i frutti anche se non sono fecondati (persistenti o partenocarpici).
Per quanto riguarda il caldo a +50° C e con bassa umidità la pianta arresta i processi vegetativi, le notti calde favoriscono la produzione mentre il ristagno di acqua la pregiudica. Dotato di un apparato radicale potente resiste bene alla siccità e ai terreni salsi e incolti, in particolare come apparato radicale di una pianta da clima semidesertico, è particolarmente efficace nella ricerca dell'acqua; le radici sono molto invasive, in un giardino possono penetrare in cisterne, condotti o scantinati. È una delle poche piante da frutta che resista senza problemi ai venti salini in tutte le fasi vegetative, condizione che la accomuna al solo Fico d'india, (Opunthia ficus-indica), nessun altro fruttifero principale dell'ambiente italiano ha tale condizione.
Si concima con fertilizzanti complessi o nelle colture industriali specializzate ricorrendo al sovescio di leguminose con aggiunta di perfosfato, calciocianamide, solfato ammonico.
La riproduzione per semina è agevole ma complessa circa i risultati dato che in via di massima si hanno 50% di probabilità di avere alberi caprifichi e 50% fichi commestibili; la probabilità è complicata dalla presenza di altre caratteristiche indipendenti come quella della caducità dei frutti non fecondati, ovvero della persistenza e maturazione anche senza fecondazione. L'elemento è importante dato che la possibilità di ottenere frutti trascurando i problemi legati alla di fecondazione ha permesso la diffusione notevole di tipi a frutti persistenti, tale che la maggior parte delle varietà in coltivazione domestica sono di questo tipo. La riproduzione controllata per seme permette la produzione di nuove varietà.
La moltiplicazione è possibile per talea di ramo (di gran lunga la più usata), per innesto ad anello,corona e gemma, in natura il fico tende naturalmente a moltiplicarsi per propaggine cioè per radicazione dai rami appoggiati al suolo ed in contatto col terriccio, soprattutto se umido. La potatura si limita ad interventi invernali di eliminazione di rami mal disposti o danneggiati.
Le Regioni italiane a maggior vocazione produttiva sono Puglia, Campania e Calabria, una produzione significativa proviene anche dall'Abruzzo, Sicilia e Lazio; la Puglia fornisce anche la maggior produzione di fichi secchi. La produttività del fico dipende dai fattori climatici, dall'umidità e dal suolo dove viene coltivato, orientativamente si può stimare che in terreni sciolti, profondi e freschi si possa arrivare a produzioni di 4-5 q per albero, mentre in terreni rocciosi marginali solo a pochi chilogrammi per albero. La produzione comincia dal 5° anno di vita della pianta ed aumenta progressivamente fino al 60° anno di età, quando decresce repentinamente e la pianta muore per necrosi del tessuto legnoso.
Il miglioramento della produzione, condizione necessaria per far fronte alla competitività dei mercati internazionali e italiani, prevede:
• la selezione di sempre nuove varietà con migliori caratteristiche del prodotto, più rispondenti alle richieste del mercato e all'abbattimento dei costi di produzione
• una lotta mirata alle malattie e ai parassiti
• una migliore presentazione del prodotto, con particolare riferimento al prodotto seccato
Il caprifico è stato utilizzato storicamente nel territorio laziale come segnalazione di pericolo presso le aperture dei pozzi dei cunicoli di drenaggio, tipici delle zone del Parco regionale di Veio, che essendo disseminati nelle vallate allo scopo di drenare le acque meteoriche, costituiscono (ancora oggi) pericoli per le persone e per gli animali da allevamento. La pianta della ficoraccia è stata inoltre artificialmente piantata in quei terreni adibiti a pascolo privi di zone d'ombra, allo scopo di fornire riparo dal sole estivo ai pascoli.
Proprietà medicinali
• Gemme fresche: l'attività è da attribuirsi agli enzimi digestivi contenuti; regolarizza la motilita’ e la secrezione gastroduodenale, soprattutto in soggetti con reazioni psicosomatiche a livello gastrointestinale.
• Foglie: raccolte da maggio ad agosto e fatte essiccare lentamente, contengono furocumarine, bergaptene, psoralene, cumarine, lattice; hanno proprietà emagoghe, antinfiammatorie, espettoranti e digestive; le fucomarine possono creare problemi con fenomeni di fotosensibilizzazione.
• Frutti immaturi, parti verdi e giovani rametti: il lattice che sgorga dai tagli contiene amilasi e proteasi, viene applicato per uso esterno per eliminare calli e verruche per l’azione caustica e proteolitica, è irritante per la pelle.
• Frutti freschi: assunti in quantità hanno un effetto lassativo.
• Frutti essiccati: ricchi di vitamine A e B, proteine, zuccheri, e sali minerali (potassio, magnesio, calcio) hanno proprietà emollienti, espettoranti e lassative.

   
 

Fieno greco
Il fieno greco (Trigonella foenum-graecum L.) è una pianta della famiglia delle Fabaceae sottofamiglia delle Faboideae. Il nome trigonella si riferisce alla forma triangolare dei semi, il nome fieno greco si riferisce al suo uso nella alimentazione del bestiame. È una pianta annuale, alta fino a 60 centimetri. Fiorisce da Maggio a Giugno.
Il componente caratteristico del Fieno greco è la trigonellina contenuta all'interno dei semi.
Storia
Se ne trova traccia nella Persia e nell'antico Egitto. A nord delle Alpi fu ambientata nei giardini dei monasteri dai monaci benedettini. Citata nel "Capitulare de villis" (del 795 circa) di Carlo Magno.
Diffusione
La pianta proviene dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Adatta a clima asciutto accetta un terreno a elevata salinita'. Utilizzata in una lunga fascia a clima asciutto, dal Marocco all'Egitto alla Persia all'India alla Cina.
Usi
Ha un odore caratteristico che lo rende talvolta di uso difficile.
È utilizzata come foraggio o per i semi. Spesso utilizzata nel curry. Utilizzata anche come un tipo di te' Utilizzata nell'industria dei cosmetici.
La tradizione popolare la consiglia per aumentare la produzione di latte nelle puerpere.
È considerato un ottimo ricostituente, in quanto ricco di saponine, che hanno l'effetto di stimolare l'appetito. È ricco di ferro, quindi è indicato per combattere le anemie, considerando che incrementa la produzione di glubuli rossi svolta dal midollo osseo.

   
 

Fucus
Fucus è il nome di un genere di alghe largamente distribuite in tutte le acque fredde, comuni lungo le coste marine. I fucus appartengono alle Phaeophyta e sono caratterizzati dal pigmento bruno, la fucoxantina, che nasconde la clorofilla. Vi sono oltre novecento specie di fucus, tutte marine all'infuori di tre specie.
Caratteristiche
Caratteristica di questo genere è l'assoluta dominanza dello sporofito sul gametofito; in ciò differiscono dalla grande maggioranza delle Phaeophytae, che presentano invece un'evidente alternanza di generazione. Lo sporofito è macroscopico, di forma fogliacea, con tallo parenchimatico dicotomicamente ramificato, talvolta ancorato al substrato per mezzo di un appressorio (disco). Sulla superficie del tallo sono presenti dei concettacoli (scafidi) in cui avviene la meiosi. La riproduzione sessuale è oogama, ovvero con gameti morfologicamente e funzionalmente distinti. I concettacoli maschili sono caratterizzati al loro interno da brevi filamenti che all'apice portano cisti uniloculari oblunghe; la cellula madre subisce meiosi e forma 4 cellule aplodi (tetrade) che subiscono mitosi 4 volte per dare 64 spermatozoidi flagellati provvisti di proboscis. I concettacoli femminili invece presentano cisti sferiche portate da brevi peduncoli, la cellula madre si divide mitoticamente in una cellula basale sterile e in una fertile, quest'ultima subisce meiosi per dare 4 cellule aploidi che infine subiscono mitosi producendo 8 oosfere. Le oosfere sono racchiuse in un involucro detto esochiton, il quale lacerandosi le mette in libertà. Dalla fecondazione trae origine lo zigote che in seguito allo sviluppo porta alla formazione di un nuovo sporofito.
Essa viene utilizzata (in polvere) per normalizzare la funzione tiroidea in quei soggetti ove essa sia compromessa dalla carenza di Iodio(I)
Usi terapeutici
Viene utilizzata nelle diete, come dimagrante e anticellulite, perché lo iodio in essa contenuto, aiuta la sintesi degli ormoni tiroidei, che stimolando il metabolismo accelerano lo scioglimento dei depositi di grasso. La parte che si utilizza è il tallo, di cui si ricava l'estratto secco.

   
 

Genziana
La Genziana (Gentiana) è un genere di piante della famiglia delle Gentianaceae, che comprende circa 400 specie.
Questo genere si trova un po' ovunque nell'habitat alpino delle regioni temperate dell'Asia, dell'Europa e del continente americano. Alcune specie si trovano anche nell'Africa nord-occidentale, nell'Australia orientale ed in Nuova Zelanda. Si tratta di piante annuali, biennali e perenni. Alcune sono sempreverdi, altre no. Sul versante italiano delle Alpi sono presenti diverse specie, che fioriscono durante l'estate. Sono quasi tutte "specie protette". Alcune specie si ritrovano anche sugli Appennini.
Descrizione
La disposizione delle foglie è opposta. Sono anche presenti foglie che formano una rosetta basale.
I fiori sono a forma di imbuto; il colore è più comunemente azzurro o blu scuro, ma può variare dal bianco, avorio e giallo al rosso. Le specie col fiore di colore blu predominano nell'emisfero settentrionale, quelle col fiore rosso sulle Ande; le specie a fiore bianco sono più rare, ma più frequenti in Nuova Zelanda.
Questi fiori sono più frequentemente pentameri, cioè hanno una corolla formata da 5 petali, e generalmente 5 sepali o 4-7 in alcune specie. Lo stilo è abbastanza corto oppure assente. La corolla presenta delle pieghe (pliche) tra un petalo e l'altro. L'ovario è quasi sempre sessile e presenta nettarii.
Le genziane crescono su terreni acidi o neutri, ricchi di humus e ben drenati; si possono trovare in luoghi pienamente o parzialmente soleggiati. Sono utilizzate frequentemente nei giardini rocciosi.
Usi
Secondo quanto afferma Plinio il Vecchio, questo genere di piante prese il nome di Genziana dopo che Genzio (180-168 a.C.), re dell'Illiria, affermò di averne scoperto le proprietà curative. Molte specie, infatti, sono usate come "piante medicinali" e le loro radici sono usate per la preparazione di liquori tonici, per esempio nel francese suze o simili.
La genziana è inoltre utilizzata come aromatizzante, ad esempio negli amari o in bibite analcoliche. Inoltre in molte zone, la sua raccolta è stata proibita dalla legge, in quanto questa specie è una specie protetta.

     
 

Ginkgo
Ginkgo biloba L. è un fossile vivente ed unica specie ancora sopravvissuta della famiglia Ginkgoaceae ma anche dell'intero ordine Ginkgoales (Engler 1898) e della divisione delle Ginkgophyta.
Portamento
È una pianta arborea che raggiunge un'altezza di 30-40 m, chioma larga fino a 9 m, piramidale nelle giovani piante e ovale negli esemplari più vecchi. Il tronco presenta rami sparsi da giovane, più fitti in età adulta, branche principali asimmetriche inclinate di 45°, legno di colore giallo. I rami principali (macroblasti) portano numerosi rametti più corti (brachiblasti), sui quali si inseriscono le foglie e le strutture fertili.
Corteccia
È liscia e di color argento nelle piante giovani, diventa di colore grigio-brunastro fino a marrone scuro e di tessitura fessurata negli esemplari maturi.
Foglie
Ha foglie decidue, di 5-8 cm, lungamente picciolate a lamina di colore verde chiaro, che in autunno assumono una colorazione giallo vivo molto decorativa, dalla forma tipica a ventaglio (foglia labelliforme) leggermente bilobata e percorsa da un numero elevato di nervature dicotome. La morfologia fogliare varia a seconda della posizione e dell'età: le plantule hanno foglie profondamente incise, le foglie portate dai brachiblasti hanno margine interno e talvolta ondulato, le foglie portate dai nacroblasti sono spesso bilobate.
Fiori
La Gingko è una gimnosperma e per questo non presenta dei fiori come abitualmente li intendiamo. Le Gimnosperme non hanno fiori ma portano delle strutture definite coni o strobili o, come in questo caso squame modificate (i coni da un punto di vista funzionale si possono considerare simili a dei fiori per omologia). È una pianta dioica cioè che porta strutture fertili maschili e femminili separate su piante diverse. Negli strobili maschili i microsporangi sono portati a coppie su microsporofilli, disposti a spirale su un asse allungato. L'impollinazione è anemofila.
Negli strobili femminili gli ovuli, inizialmente due, si riducono ad uno solo nel corso dello sviluppo e sono portati su peduncoli isolati. Le piante femminili dunque, a differenza della maggior parte delle Gimnosperme (in particolare delle Pinophyta), non producono coni propriamente detti ma strutture analoghe a questi.
La fioritura è primaverile. Tra impollinazione e fecondazione intercorrono alcuni mesi. La fecondazione avviene a terra all'inizio dell'autunno, quando gli ovuli sono già caduti dalla pianta madre e hanno quasi raggiunto le dimensioni definitive. I gameti sono ciliati e mobili, come avviene in molti gruppi meno evoluti (Cycadophyta, muschi, felci ed alghe).
I semi (di cui è commestibile l'embrione dopo la torrefazione) sono lunghi 1,5-2 cm e sono rivestiti da un involucro carnoso, pruinoso di colore giallo, con odore sgradevole a maturità (per la liberazione di acidi carbossilici), che viene definito sarcotesta. All'interno di questo vi è una parte legnosa (sclerotesta) che contiene l'embrione. La germinazione del seme è epigea.
Diffusione
È originaria della Cina, nella quale sono stati rinvenuti fossili che risalgono all'era mesozoica. La pianta è stata ritenuta estinta per secoli ma, recentemente, ne sono state scoperte almeno due stazioni relitte nella provincia dello Zhejiang nella Cina orientale. Non tutti i botanici concordano però sul fatto che queste stazioni siano davvero spontanee, perché la Ginkgo è stata estesamente coltivata per millenni dai monaci cinesi.
Metodi di coltivazione
È una specie eliofila che preferisce una posizione soleggiata e un clima fresco. Non è particolarmente esigente quanto a tipo di terreno ma vegeta meglio in terreni acidi e non asfittici. È una pianta che sopporta le basse temperature: è stato dimostrato che non subisce danni anche a -35 °C. La moltiplicazione avviene generalmente per margotta. È preferibile coltivare gli individui maschili per evitare lo sgradevole odore dei semi; tuttavia il sesso della specie è difficilmente riconoscibile in quanto non presenta caratteri sessuali secondari affidabili. Le piante mal sopportano la potatura: i rami accorciati seccano.
Usi
• Molto utilizzata come pianta ornamentale in parchi, viali e giardini grazie alla notevole resistenza agli agenti inquinanti (non solo delle metropoli più inquinate ma anche in cittadine più piccole, in viali o nei giardini in gruppi isolati) viene inoltre usata anche per creare cortine frangivento.
• Diffuso il suo utilizzo per farne bonsai.
• Viene coltivata industrialmente in Europa, Giappone, Corea e Stati Uniti per l'utilizzo medicinale delle sue foglie.
• Il legno giallastro viene usato per la costruzione di mobili, lavori di tornio e intaglio; è però di bassa qualità data la sua fragilità.
• La parte interna legnosa dei semi viene utilizzata come cibo prelibato in Asia e fa parte della tradizione culinaria cinese. Viene commercializzato sotto il nome di "White Nuts". In Giappone i semi di Ginkgo vengono aggiunti a molti piatti (ad esempio il chawanmushi) e utilizzati come contorno.
Proprietà medicinali
Somministrare con cautela in pazienti che assumono anticoagulanti, acido acetilsalicilico, ticlopidina, diuretici tiazidici, pentossifillina, trombolitici, caffeina, ergotammina; non associare a prodotti a base di aglio o derivati dal salice per aumento dei rischi di gastrolesività.
• Le foglie di Ginkgo biloba contengono terpeni, polifenoli, flavonoidi (ginketolo, isiginketolo, bilabetolo, ginkolide), che avrebbero un'azione vasodilatatrice con attività sulle funzioni cerebrovascolari e vengono utilizzate per combattere la malattia di Alzheimer.
• Viene anche utilizzato per i disturbi di memoria, la difficoltà di concentrazione per migliorare la circolazione sanguigna, come antiossidante, è utile nella sordità, nei ronzii, vertigini, emicranie, cefalee, emorroidi.
• Il ginkolide B è ritenuto un antagonista del PAF (platelet activating factor), mediatore intracellulare implicato nei processi di aggregazione piastrinica, formazione del trombo, reazioni infiammatorie (iperattività bronchiale).
• Con le sue foglie è possibile cercare di migliorare la circolazione di sangue, sia a livello periferico sia cerebrale, apportando quindi un certo beneficio alla fragilità capillare e contrastando le varici.
• Le foglie attuano un'azione di regolazione sulla circolazione e di opposizione ai radicali liberi rallentando i fenomeni di ossidazione, e proprio grazie a questa azione si contrastano gli effetti dello stress fisico e mentale.
• In cosmetica viene utilizzato topicamente per ripristinare il giusto equilibrio lipidico nelle pelli secche e screpolate.
• È indicato nei casi di fragilità capillare a livello cutaneo, come nei vasi arteriosi delle gambe o della circolazione retinica, ma anche nei disturbi auricolari, nelle vertigini e nelle manifestazione allergiche cutanee e respiratorie.
Curiosità
• Un esemplare di Ginkgo, ancora esistente, è sopravvissuto alle radiazioni prodotte dalla bomba atomica caduta sulla città di Hiroshima.
• Nell'ultimo film di Aldo, Giovanni & Giacomo, Il cosmo sul comò Ginkgo biloba viene citato ad inizio film.
Cenni storici
Nell'antichità, il Ginkgo, venne considerato nel primo importante erbario cinese, una sostanza benefica per il cuore e i polmoni; i medici lo utilizzavano per curare l'asma, i geloni e le tumefazioni causate dal freddo; i monaci buddisti lo piantavano accanto al tè, gli antichi cinesi e giapponesi consumavano i semi tostati come rimedio digestivo; i guaritori indiani ayurvedici lo associavano alla longevità usandolo come ingrediante del "soma", l'elisir di lunga vita. L'albero è stato introdotto in Europa nel 1730.
 

     
 

Ginseng
Il Ginseng o Panax è un genere di 11 specie di piante perenni a crescita lenta con le radici carnose, della famiglia Araliaceae.
Distribuzione geografica e descrizione
Si sviluppa nell'emisfero settentrionale in Asia orientale (principalmente Corea, Cina del Nord e Siberia orientale) ed in Nord America, tipicamente nei climi più freddi. La specie vietnamita del Panax è quello più comunemente utilizzato. Il ginseng è caratterizzato dalla presenza dei ginsenosidi. La specie siberiana (Eleuterococcus senticosus) possiede una radice ramificata invece che carnosa e, anziché contenere ginsenosidi, contiene eleutherosidi.
Usi e caratteristiche
Il suo impiego risale a migliaia di anni fa e la sua efficacia è attestata da numerosi studi scientifici, sebbene ci siano alcune ricerche di segno opposto. Numerose sono, comunque, le sue virtù: dall'incremento della resistenza fisica e delle capacità di recupero (ad esempio in seguito ad attività sportiva) al miglioramento della circolazione, passando per un potenziamento della memoria e della resistenza ai fattori ambientali negativi. Nel complesso riduce stress e nevrosi, migliora l'adattamento agli stimoli della vita quotidiana, potenzia il rendimento fisico e mentale, rafforza le difese immunitarie e abbassa i rischi di contrarre diverse malattie. Inoltre, può migliorare le prestazioni sessuali.
Tuttavia, esistono naturalmente anche degli effetti collaterali. Uno dei più frequenti è l'insonnia, l'irrequietezza e l'irritabilità (è come se si avessero i 'nervi a fior di pelle'). Specialmente se assunto assieme a una quantità elevata di sostanze stimolanti quali la caffeina si potrebbero verificare effetti collaterali dovuti a una stimolazione eccessiva del sistema nervoso. Un prolungato utilizzo di ginseng, inoltre, potrebbe generare tremori ed anomalie ormonali. Naturalmente la questione non è così semplice come sembrerebbe.
Nel caso in cui non si riscontrino gli effetti stimolanti desiderati, non di rado ciò è dovuto al tipo di preparazione utilizzata che, quasi mai, contiene un valido quantitativo di principi attivi. Secondo alcuni autori quindi, il problema non è imputabile al ginseng, ma ai preparati commerciali che, di fatto, sono quasi privi di ginsenosidi.
Con il giusto apporto di principio attivo si ritiene quindi che venga stimolato il sistema endocrino pituitario e surrenalico nel rilascio di ormoni stimolanti, capaci di ritardare l’insorgere della fatica. Al pari della caffeina, alcuni autori sostengono che il ginseng favorisca l’ossidazione degli acidi grassi, salvaguardando quindi le scorte di glicogeno epatomuscolare. Sempre in sostegno del ginseng, ulteriori studi sulla quantità di lattato presente nei soggetti sportivi che utilizzavano tale integratore, avrebbero rilevato una minore concentrazione, segno evidente del miglioramento della prestazione aerobica. Per ottenere i migliori benefici, dando credito alle ricerche che esaltano le virtù del ginseng, occorrerebbe assumere il prodotto per periodi medio-lunghi, in quantità prossime ai 200mg al giorno. Tuttavia, il dosaggio può variare a seconda del peso e della tollerabilità individuale verso il ginseng.

   
 

Gramigna
La Gramigna (Cynodon dactylon) è la pianta infestante più conosciuta al mondo. È della famiglia delle graminacee, molto competitiva, presenta un esteso apparato radicale, che può arrivare a 2 metri di profondità. Viene anche utilizzata in tappeti erbosi con clima caldo, vista la sua elevata resistenza al calpestamento. Volgarmente è anche conosciuta con il nome di Erba Canina. Nonostante sia una graminacea, le proprietà allergeniche dei suoi pollini si distinguono dalle altre piante della famiglia.
Usi terapeutici
Sono note le sue proprietà diuretiche e anche la sua utilità nei processi infiammatori delle vie urinarie alte o basse. Sempre sotto il controllo medico, può essere impiegata nella cura dell'ipertensione.
Note
Denominazioni volgari: - Gramiccia (Lazio) - Rafagogna (Piombino) - Rubbaccia (Valnerina)

   
 

Grano
Triticum, frumento, tritico, più diffusamente conosciuto come grano, è un genere della famiglia delle Graminacee o Poacee.
Il termine italiano viene usato per indicare sia la pianta che le cariossidi di tali piante.
Sistematica
Classificazione del frumento
La classificazione del genere Triticum è complessa ed è stata oggetto di numerosi e successivi studi; quella di van Slageren è la più recente ed è attualmente accettata dalla maggior parte degli studiosi. Inoltre, alcuni studiosi hanno suggerito l'unificazione del genere Aegilops con il genere Triticum. Per queste ragioni è possibile trovare citazioni di altre specie appartenenti al genere Triticum, attualmente declassate al rango di sottospecie o assegnate al genere Aegilops.
Il genere Triticum comprende 6 specie classificate in base al livello di ploidia (ossia al numero di cromosomi che compongono il genoma) ed alla composizione genomica.
Due specie sono diploidi, con 14 cromosomi, due tetraploidi con 28 cromosomi e 2 esaploidi con 42 cromosomi.
• Il Triticum monococcum (diploide con genoma A m ) comprende due sottospecie: T. monococcum aegilopoides, selvatico, e T. monococcum monococcum, coltivato, commercializzato con il nome di piccolo farro;
• Il T. urartu (diploide con genoma A) esiste esclusivamente in forma selvatica. Benché i genomi di T. monococcum e T. urartu siano molto simili, le due specie sono considerate distinte poiché non danno progenie fertile se interfecondate;
• Il T. turgidum (tetraploide con genomi BA), commercializzato come grano duro, è il frutto della ibridazione avvenuta tra una specie appartenente alla linea evolutiva dell'Aegilops speltoides e il polline del T. urartu. Il T. turgidum comprende numerose sottospecie di cui le più importanti sono il T. turgidum dicoccoides, la forma selvatica da cui è stato addomesticato;
• Il T. turgidum dicoccum, coltivato e commercializzato con il nome di farro. Da questa sottospecie è stato successivamente derivato il grano duro (T. turgidum durum);
• Il T. timopheevii (tetraploide con genomi GA), benché molto simile al T. turgidum, è il frutto di un'ibridazione più recente avvenuta tra l'Aegilops speltoides e il polline del T. urartu. Se interfecondate, T. turgidum e T. timopheevii non danno progenie fertile e sono pertanto considerate specie differenti. Al T. timopheevii appartengono due sottospecie: il T. timopheevii armeniacum, forma selvatica dalla quale è stata addomesticata una forma coltivata in alcune regioni del Caucaso, il T. timopheevii timopheevii;
• Il T. aestivum (esaploide con genomi BAD) è derivato dall'ibridazione di una sottospecie coltivata di T. turgidum e il polline di una specie selvatica, l'Aegilops tauschii. Tutte le diverse sottospecie sono coltivate ma la più importante è il grano tenero;
• Il T. zhukovskyi (esaploide con genomi GAAm ) è derivato dall'ibridazione tra T. timopheevii timopheevii e il polline del T. monococcum. Anche questa specie esiste solo in forma coltivata ed è presente in alcune regioni del Caucaso.
Alimentazione
Il grano duro e il grano tenero sono utilizzati per l'alimentazione umana. Il grano duro contiene più proteine di quello tenero. Il grano duro produce semole e semolati dai granuli grossi con spigoli netti, mentre dal grano tenero si ottengono farine dai granuli tondeggianti. Il grano duro è utilizzato per la produzione di pasta alimentare (e anche di pane), quello tenero di pane o di pasta all'uovo.
Dal frumento, si ricavano in generale, farine per panificazione, per la produzione di paste alimentari, di biscotti, di dolci, ecc. Dalle cariossidi si ricavano però anche amido, alimenti soffiati per dietetica e, previa fermentazione, alcool.
Inoltre, la paglia impiegata per lettiere dei bovini nelle stalle e per la fabbricazione della carta; la crusca serve da alimento per gli animali. I principali componenti della farina sono l'amido ed il glutine ed inoltre destrina, zuccheri, gomme, piccole quantità di sostanze grasse, sostanze minerali, fosfati, sostanze coloranti e vitamine.
Con le moderne tecniche di macinazione, dalla cariosside del frumento si separa il germe, da cui si può ricavare un olio (detto olio di frumento) di colore giallo-bruno, soggetto ad irrancidirsi facilmente ed impiegato soprattutto nella produzione dei saponi.
La coltivazione
Le varietà note, derivate dalle specie maggiormente coltivate, sono numerosissime, sommanti a qualche migliaio. I frumenti teneri comprendono il maggior numero di varietà ed hanno la massima estensione colturale anche perché sono i soli in coltivazione nei paesi nordici. I grani duri, invece, sono più tipici dei paesi meridionali.
L'Italia è un forte produttore di frumento, dovuto tra le altre cause al clima favorevole a questa coltura. Il frumento occupa circa il 35% dei nostri seminativi, circa un terzo dell'intera superficie in rotazione agraria ed il 70% della superficie coltivata a cereali.
Nella pratica agricola, i frumenti si distinguono in invernenghi ed in marzuoli. Queste due definizioni si riferiscono al diverso ciclo vegetativo delle piante. I primi hanno un ciclo più lungo e devono essere seminati prima dell'inverno, da metà ottobre a metà novembre. I secondi hanno un ciclo vegetativo più breve e vengono seminati in marzo. In Italia si dà la preferenza ai frumenti a lungo ciclo vegetativo e di norma si ripiega su quelli a breve ciclo solo quando l'andamento stagionale in autunno è stato così sfavorevole da impedire gran parte delle semine in tempo utile. Ora sono poco coltivati.
In Europa si producono annualmente circa 50 milioni di tonnellate di frumento. All'incirca la stessa è la produzione del Continente americano e di poco inferiore è la produzione dell'Asia. L'Africa e l'Australia assieme producono solo un centinaio di milioni di quintali.

   
 

Grindelia
Grindelia è un genere della famiglia delle Asteraceae. Appartengono a questo genere 28 specie, tra le quali figurano:
• G. buphthalmoides
• G. camporum
• G. chiloensis
• G. fraxinopratensis
• G. hirsutula
• G. integrifolia
• G. papposa
• G. squarrosa
• G. stricta
• G. ventanensis

   
 

Guaranà
Il guaranà (Paullinia cupana Kunth.) è una pianta rampicante, sempreverde, nativa della foresta amazzonica appartenente alla famiglia delle Sapindaceae.
Morfologia
Allo stato spontaneo può raggiungere anche i tredici metri d‘altezza; può sia appoggiarsi agli alberi della foresta (senza comunque creare alcun tipo di danno all’altra pianta), sia restare eretta senza sostegno. Quando però viene coltivata per sfruttamento industriale, è tenuta sotto forma di alberello o di arbusto, non più alto di due/tre metri, per facilitare la raccolta dei suoi preziosi semi.
Ha una leggera corteccia verde sui rami giovani che diventa, però, marrone sul tronco e sulle ramificazioni maggiori.
Le sue foglie sono alterne a picciolo breve; sono coriacee, di colore verde lucido sulla pagina superiore, verde opaco su quella inferiore; presentano un margine intero e nervature principali pennate.
I fiori sono bianchi, brevemente peduncolati, singoli o, più spesso, raccolti in gruppi fino a quindici/venti.
Il frutto è una drupa, molto consistente, con epicarpo pergamenaceo di colore rosso fuoco, mesocarpo parenchimatoso biancastro che racchiude l’endocarpo (ossia il seme) legnoso che diventa della grandezza di un pisello dopo l'essiccamento.
Habitat
Il suo habitat ideale è quello della foresta amazzonica dove cresce spontaneamente lungo i fiumi. Questa pianta viene anche coltivata a scopo industriale; la sua coltivazione si concentra soprattutto nei comuni di Maués e Urucarà, situati lungo il Rio delle Amazzoni, ad est di Manaus.
Curiosità
Il guaranà è buona da mangiare. È stata pianta sacra per molte tribù di indios. A causa del suo «strano» frutto, attorno a questa piccola pianta, che altrimenti sarebbe forse passata inosservata, sono nate tantissime leggende e miti.
Usi
Il guaranà è sempre stato considerato dagli indios come elisir di lunga vita; la sua importanza era alta in tutte le varie tribù, dato che forniva loro cibo e mezzi per curare le malattie, preparava e sosteneva l’organismo.
Il suo utilizzo era centrato soprattutto sull’effetto tonico–stimolante e veniva quindi impiegato per aumentare la resistenza fisica, per la caccia, ecc. Molte tribù di indios, però, andarono oltre a questo palese effetto e utilizzavano il guaranà anche per combattere la diarrea, per alleviare i dolori mestruali, per le malattie che indebolivano - e anche per riuscire a vedere/capire meglio le cose che ci circondano; uno scopo sicuramente legato al fatto che la pianta stessa ha gli occhi per vedere.
Venivano utilizzati esclusivamente i semi, e ogni tribù aveva il suo sistema di prepararli. Ma, in genere, gli indios brasiliani, tendono tutti alla stessa preparazione: si colgono i grappoli, scegliendo i frutti quando sono semi-aperti, che sono messi in contenitori pieni d’acqua fredda per estrarne l’epicarpo, e, dopo la pulizia, sono tostati a fuoco lento nello stesso giorno della raccolta; successivamente sono pestati.
Ridotti i semi in polvere, si aggiunge un po’ d’acqua, continuando a pestarli fino a formare una pasta omogenea. A questa pasta le si dà una forma di «panetto» e la si porta al sole, dopo viene messa a fumigare al fuoco di legni resinosi. Questo panetto viene poi grattugiato al momento del bisogno.
Nelle preparazioni del Venezuela, invece, i semi spogliati dagli involucri vengono triturati in acqua calda, addizionati con farina di manioca, lasciati fermentare per un certo tempo ed impastati con l’acqua bollente fino ad ottenere una pasta che viene essiccata e fumigata. Il guaranà, viene molto utilizzato nell’America meridionale per la preparazione di una famosa bibita, leggermente frizzante, chiamata appunto «guaranà», simile nell'aspetto e nel gusto ai vari tipi di bibite a base di cola, che ha un sottile effetto stimolante e un sapore dolce. Per il suo uso medicamentoso lo si può trovare in compresse, in bastoncini o, meglio ancora, in polvere. Ultimamente, sul mercato europeo, si trovano in commercio anche delle caramelle e dei cioccolatini a base di guaranà.
Proprietà terapeutiche
Le proprietà del guaranà sono innumerevoli, ampiamente sperimentate, documentate e, a seconda del soggetto, prevale un effetto su di un altro. Comunque, grazie al suo alto contenuto di principi attivi naturali si manifesta con un senso di benessere immediato, facilmente riscontrabile; la temperatura del corpo raggiunge un livello ideale e resta nel suo stato normale.
È uno stimolante efficacissimo in tutti gli stati di depressione nervosa, sonnolenza, adinamia consecutiva a infezioni, malaria; combatte la stanchezza mentale grazie alla sua azione neurotonica sul sistema nervoso, stimolando l'attenzione; favorisce la digestione nei soggetti ipopeptici ed è facile infatti, vincere con essa la cefalea consecutiva ai pasti delle persone a digestione lenta, è quindi anche stomachico.
Vince spesso la stitichezza abituale, favorendo la contrazione delle fibre muscolari delle pareti intestinali, aiuta contro il meteorismo. Eccita da un lato i centri nervosi e specialmente il cervello, del quale facilita e rende più intensa l’attività e dall’altro lato la funzione circolatoria, rinforzando la contrazione cardiaca, aumentando la pressione endovasale.
Secondo le ricerche scientifiche, il guaranà presenta proprietà antianemiche, antinfluenzali, antinevralgiche, stimolanti, analgesiche, afrodisiache, antidiarroiche e allo stesso tempo libera dalla stitichezza (dato che combatte le infezioni dei microbi che attaccano il sistema gastrointestinale, è un grande disinfettante intestinale).
Questo seme inoltre è un potente diuretico e diaforetico e aiuta ad eliminare i liquidi in eccesso nell’organismo, del resto riduce gli stimoli della fame, è quindi utile nelle cure dimagranti.
È inoltre un ottimo preventivo contro i mali della vecchiaia: è un eccellente tonico geriatrico.
Effetti indesiderati
Alcuni degli effetti indesiderati più comuni sono: cefalea, agitazione, ipereccitabilità. Un' assunzione prolungata può provocare nervosismo, insonnia, extrasistole, tachicardia.
Se ne sconsiglia pertanto l'utilizzo a chi soffre di insufficienza renale, ipertensione, ansia, disturbi cardiovascolari in generale.

   
 

Igname
L'Igname (Dioscorea), conosciuto anche come Yam, è un nome generico che si applica a diverse piante appartenenti ad una ventina di specie del genere 'Dioscorea' (L. 1753), famiglia delle Dioscoreaceae, coltivate in tutte le regioni tropicali del globo a scopo alimentare, per via dei tuberi ricchi di amido. La parola igname deriva dal portoghese inhame o dallo spagnolo ñame, entrambe derivate a loro volta dalla parola wolof nyam, che significa "campione" o "assaggiare". In altre lingue africane può anche assumere il significato di "mangiare".
Il termine designa anche il tubero stesso consumato come alimento. In America del Nord e nel Québec, ciò che viene comunemente cucinato e chiamato igname è in realtà una patata dolce.
Le piante del genere Dioscorea contengono la Diosgenina, una molecola strutturalmente molto simile a quella del progesterone. Grazie alla Dioscorea trafugata dal Messico, Veracruz , Russell Marker riuscì a sintetizzare ormoni stereoidei in Pennsylvania e diventò così, malgrado alcune difficoltà, il progenitore dell'odierna pillola anticoncezionale.

Principali specie coltivate
• Dioscorea alata - L., grande igname
• Dioscorea batatas - Decne., igname della Cina
• Dioscorea bulbifera - L., igname blubifera
• Dioscorea cayenensis - Lam. ; igname gialla della Guinea
• Dioscorea convolvulacea - Schltdl. & Cham., igname rampicante
• Dioscorea dumetorum - (Kunth) - Pax, igname selvatica
• Dioscorea esculenta - (Lour.) Burkill, piccola igname
• Dioscorea hispida - Dennst., igname spinata
• Dioscorea japonica - Thunb., igname del Giappone
• Dioscorea nummularia - Lam., igname aplatie
• Dioscorea oppositifolia - L., igname khmer
• Dioscorea pentaphylla - L., igname rossa
• Dioscorea rotundata - Poir., igname bianca della Guinea, la maggiormente coltivata
• Dioscorea trifida - L. f., igname rivestita

   
 

Iperico
L'iperico o erba di san Giovanni o scacciadiavoli (Hypericum perforatum), è una pianta officinale del genere Hypericum con proprietà antidepressive e antivirali.
Morfologia
È una pianta glabra, con fusto eretto percorso da due strisce longitudinali in rilievo. È ben riconoscibile anche quando non è in fioritura perché ha le foglioline che in controluce appaiono bucherellate, in realtà sono piccole vescichette oleose da cui il nome perforatum. Le foglie sono opposte oblunghe. I fiori giallo oro macchiettati di nero ai margini hanno 5 petali delicati. Sono riuniti in pannocchie che raggiungono la fioritura massima verso il 24 giugno (ricorrenza di San Giovanni) da cui il nome popolare.
Habitat
Preferisce boschi radi e luminosi. Originario dell'arcipelago britannico,è oggi diffuso in tutte le regioni d'Italia e in tutto il mondo. Predilige posizioni soleggiate e asciutte come campi abbandonati ed ambienti ruderali.
Usi
Alcuni studi clinici randomizzati hanno dimostrato che l'iperico ha un'efficacia paragonabile ad alcuni psicofarmaci nella cura della depressione lieve e moderata . A volte è utilizzato, associato ad altri prodotti, anche per il trattamento fitoterapico di alcune forme d'ansia. Il principio inizialmente ritenuto attivo era l'ipericina, ma i recenti sviluppi hanno chiarito che molte classi chimiche sono da considerarsi corresponsabili dell'attività: naftodiantroni (ipericina, pseudoipericina), floroglucinoli (iperforina), flavonoidi (amentoflavone), ed altri composti con probabili effetti di sinergia sia farmacodinamica sia farmacocinetica.
Possiede proprietà antibatteriche e antinfiammatorie e viene consigliato nel trattamento di emorroidi, ferite, piaghe.
Di recente sono stati evidenziate interazioni con altri farmaci, in particolare con i farmaci metabolizzati dal sistema enzimatico microsomiale P450: immunosopressivi (ciclosporina), glicosidi cardiache (digossina) in caso di dosi di iperico superiori a 1 grammo/die (peso secco), inibitori non-nucleosidici della trascrittasi inversa HIV (nevirapina), altri inibitori della proteasi inversa HIV (indinavir), chemoterapici (irinotecan), anticoagulanti (warfarin, fenoprocumone) e anticoncezionali orali. È sconsigliato l'uso contemporaneo con SSRI, a causa delle possibili interazioni.
Non tutti gli studi clinici hanno ottenuto risultati concordi (vedere ad esempio: Linde et al.).
Controindicazioni
• Allattamento al seno (senza supervisione professionale)
• Trattamento solarium o UV (dopo assunzione di dosaggi estremamente elevati di estratto secco titolato in ipericina o di ipericina isolata)
Non esistono rischi di fotosensibilizzazione in caso di assunzione di dosaggi normali di estratti idroalcolici di iperico, ma persone appartenenti a fototipi sensibili (pelle chiara, capelli biondi, occhi azzurri) dovrebbero fare attenzione a sottoporsi a trattamenti UV in caso di assunzione regolare.
L'iperico ha interazione con i contraccettivi orali: interferisce con il corretto assorbimento e riduce l'effetto contraccettivo.
Per degradare l'ipericina basta far macerare la pianta in olio ( anche di girasole o di oliva ) al sole. Si ottiene così l'Olio di iperico rosso usato topicamente come cicatrizzante, ma che ovviamente ha perso l'attività di blando antidepressivo come fitocomplesso.
In Italia una disposizione del Ministero della Salute limita la quantità di ipericina presente in prodotti erboristici a 21 microgrammi al giorno, quindi molto inferiore ai dosaggi dimostrati utili per la cura della depressione.
Tra gli usi popolari più conosciuti c'è l'Olio di iperico, un oleolita fatto macerando la pianta nell'olio di oliva al Sole per 6-7 giorni. Efficace per la cura e la pulizia delle ferite, eritemi, bruciature, piaghe purulente.

   
 

Ippocastano
L' ippocastano o castagno d'India è un albero molto usato come ornamentale nei viali o come pianta isolata. Crea una zona d'ombra molto grande e fitta.
Morfologia
Portamento
L'Ippocastano può arrivare a 25 - 30 metri di altezza; presenta un portamento arboreo elegante ed imponente. La chioma è espansa, raggiunge anche gli 8-10 metri di diametro restando molto compatta. L'aspetto è tondeggiante o piramidale, a causa dei rami inferiori che hanno andamento orizzontale.
Corteccia
I rami sono lenticellati, presentano grandi gemme opposte, rossastre, ed una terminale di notevoli dimensioni, ricoperte da una sostanza collosa. La corteccia è bruna e liscia e si desquama con l'età.
Foglie
Le foglie dell'ippocastano sono decidue, palmato-settate, con inserzione opposta, mediante un picciolo di 10-15 cm, su rametti bruni o verdastri e leggermente pubescenti. Ciascuna foglia, che può arrivare a oltre 20 cm di lunghezza, è costituita da 5-7 lamine obovate con apice acuminato e base stretta. Il margine è doppiamente seghettato, la nervatura risulta ben marcata. Il picciolo non ha stipole, ma una base allargata ed una fenditura che lo solca. Le foglie sono di color verde brillante nella pagina superiore e verde chiaro, con una leggera tomentosità sulle nervature, in quella inferiore.
Fiori
La pianta ha fiori ermafroditi a simmetria bilaterale, costituiti da un piccolo calice a 5 lobi ed una corolla con 5 petali bianchi, spesso macchiati di rosa o giallo al centro. I fiori sono riuniti in infiorescenze a pannocchia di grandi dimensioni (fino 20 cm di grandezza e 50 fiori). La fioritura avviene nei mesi di aprile - maggio.
Frutti
I frutti sono grosse capsule rotonde e verdastre, munite di corti aculei, che si aprono in tre valve e contengono un grosso seme di colore bruno lucido che prende il nome di castagna matta.Hanno sapore amaro e sviluppano un odore molto sgradevole durante la cottura .
Habitat
Longevo e rustico, tollera le basse temperature e non ha particolari esigenze in fatto di suolo, anche se cresce meglio nei terreni fertili. È poco resistente alla salinità del terreno e gli agenti inquinanti atmosferici, ai quali reagisce con arrossamento dei margini fogliari e disseccamento precoce della lamina.
Diffusione
Originario dell'Europa orientale (penisola balcanica, Caucaso); è stata introdotta a Vienna nel 1591 da Charles de l'Écluse e a Parigi, da Bachelier, nel 1615. In Italia è diffusa in tutte le regioni, soprattutto in quelle centro-settentrionali, dalla pianura fino a 1200 metri di altitudine.
Differenze con altre piante
Si distingue da altre piante ornamentali a foglie palmate per il fatto che ciascuna foglia è composta non da un'unica lamina divisa più o meno profondamente ma da 5-7 foglie più piccole, completamente formate.
Dal vero castagno si distingue per la forma delle foglie: il castagno le ha semplici, inserite alternate sul ramo, l'ippocastano le ha composte.
I semi dell'ippocastano, simili alle castagne, si distinguono per la forma diversa, più sferica. Sono diversi anche i frutti, i ricci del castagno sono ricoperti da aculei sottili molto fitti, i frutti dell'ippocastano presentano aculei radi e tozzi.
Proprietà officinali
L'ippocastano, di cui si utilizzano estratti ottenuti dai semi, esercita un'azione di riduzione della permeabilità capillare, ha un effetto antiinfiammatorio, migliora il drenaggio linfatico ed aumenta la pressione venosa. Per tale motivo, trova applicazione nel trattamento dell'insufficienza venosa cronica, determinando un miglioramento dei segni e sintomi presenti agli arti inferiori: edema, dolore, prurito, varici, ulcere, senso di tensione e/o affaticamento. Inoltre offre proprietà antinfiammatorie, antiedematose e antiessudative; inibisce la distruzione della vitamina C e viene consigliata nel caso di vene varicose.
La miscela di saponine (altrimenti detta, escina) sembra essere il principio responsabile dell'azione farmacologica ed oggigiorno gli estratti di ippocastano sono standardizzati in modo tale che la quantità giornaliera di escina sia di 100-150 mg. Riduce la permeabilità dei capillari aumentandone la resistenza e l'elasticità.
Alcuni effetti collaterali derivanti dall'uso di ippocastano (che comunque sembrano verificarsi raramente) sono: disturbi gastrointestinali e prurito.
L'escina si lega alle proteine plasmatiche per cui si sospetta la possibilità che possa alterare il trasporto di alcuni farmaci. Si ipotizza, inoltre, che alte dosi di escina possano danneggiare i glomeruli ed i tubuli renali per cui se ne sconsiglia l'uso in caso di insufficienza renale.
La presenza di cumarine antitrombotiche fa sì che l'associazione di ippocastano con farmaci anticoagulanti venga sconsigliata per la sua potenziale pericolosità, anche se al momento non sono stati descritti casi in merito.

   
 

Lavanda
Il genere Lavandula comprende circa 25-30 specie di piante appartenenti alla famiglia della Lamiaceae, tra cui la lavanda. La pianta è originaria delle regioni Mediterranee. Le specie del genere Lavandula sono diffuse nei luoghi rupestri del bacino del Mar Mediterraneo.
Lavandula vera:
Chiamata lavanda vera o lavanda fine. Lavandula vera, Lavandula officinalis o Lavandula angustifolia: tutte queste nomenclature latine testimoniano fra l’altro l’interesse che ha suscitato nella farmacia fin dal passato (officinalis) anche in riferimento al suo lato morfologico (angustifolia: «foglie strette»).
La lavandula vera forma dei piccoli ciuffi. I suoi steli di fioritura sono corti e privi di altre ramificazioni, i quali presentano una spiga di fiori molto variabile sia per quello che concerne la forma sia per i colori, condizione indispensabile per l’utilizzo del termine «lavanda angustifolia di popolazione».
La lavanda fine sopporta eccellentemente il clima freddo e i suoi terreni prediletti sono situati a partire da 800 metri d’altitudine per raggiungere i 1400 e oltre.
Lavandula spica:
È la lavanda spigo (chiamata anche lavanda maschio o grande lavanda.
L’altro suo nome botanico è Lavandula latifolia, che vuol dire a foglie larghe. Le sue foglie sono larghe e vellutate. I suoi steli di fioritura sono lunghi e possono presentare più spighe di fiori. La lavanda spigo ama molto il clima caldo e i terreni calcarei secchi. Il suo habitat si situa a partire da 600 metri d’altitudine. La sua coltura non è più praticata in Francia.
Lavandula stoechas:
È la lavanda marittima.
Il suo aspetto è molto diverso da quello della lavanda spigo e della lavanda fine. Si sviluppa in terreno non calcareo (preferisce la presenza di silicio) e la sua fioritura è precoce. Gli orticoltori la utilizzano per creare degli ibridi come la lavanda farfalla per la decorazione dei giardini. Di nessun interesse per la profumeria, a differenza delle precedenti specie.
Lavandula hybrida:
All’epoca nella quale i falciatori andavano a cogliere le lavande selvagge si cominciarono a notare delle piante più sviluppate delle altre che chiamavano «lavanda grossa» o lavanda bastarda: si trattava delle lavandine, nate dall’ibridazione spontanea fra la lavanda vera e la lavanda spigo. Tale incrocio è dovuto agli insetti impollinatori, fra i quali le api. Essendo un ibrido, la lavandina è sterile. La sua riproduzione è realizzata tramite il metodo della talea. La tecnica della talea si è imposta a partire dagli anni 1925-1930, permettendo uno sviluppo rapido della coltura della lavandina. Esistono svariate specie di lavandina, le più diffuse sono : la Grosso, l’Abrial o la Super.
Proprietà terapeutiche e cosmetiche
La Lavanda è conosciuta fin dai tempi più antichi per le sue proprietà antisettiche, analgesiche, battericide, vasodilatatorie, antinevralgiche, per i dolori muscolari ed è considerata un blando sedativo.
In aromaterapia, viene utilizzata come antidepressivo, tranquillizzante, equilibrante del sistema nervoso, come decongestionante contro i raffreddori e l'influenza. Inoltre viene ritenuta efficace per abbassare la pressione arteriosa, per ridurre i problemi digestivi ed è miscelata con altre sostanza omeopatiche per curare il mal di schiena e il mal d'orecchie.
Qualche goccia di olio essenziale, aggiunta nell'acqua del bagno, aiuta a rilassare.
Per uso cosmetico, se utilizzata nell'ultimo risciacquo, quando si lavano i capelli, oltre che dare un profumo delizioso, aiuta a combattere i capelli grassi.
I fiori di lavanda, contrariamente a tante altre specie, conservano a lungo il loro aroma anche se secchi. È infatti consuetudine mettere dei sacchetti di tela nei cassetti per profumare la biancheria. La pianta, che era già nota agli antichi, veniva usata anche per la preparazione di talismani e portafortuna, legati a pratiche magiche ed esoteriche.
Specie
Elenco delle specie di Lavandula (lavanda) più conosciute:
• Lavandula angustifolia
• Lavandula canariensis
• Lavandula dentata
• Lavandula × intermedia, ibrido naturale di L. angustifolia × L. latifolia
• Lavandula lanata
• Lavandula latifolia
• Lavandula multifida
• Lavandula pinnata
• Lavandula stoechas
• Lavandula viridis

   
 

Lino
Il lino comune (Linum usitatissimum L.) è una pianta della famiglia delle Linaceae.
Descrizione
È una pianta erbacea annuale alta tra i 30 e i 60 cm con fusto eretto, molto fragile, ramificato nella parte finale con foglie tenere, lanceolate. I fiori sono grandi, di colore azzurro-cielo con 5 sepali, 5 petali, 5 stami gialli. I frutti sono capsule contenenti semi piccoli e neri od arancioni a seconda delle varietà. La radice è un corto fittone.
Conosciuto come la più antica delle fibre vegetali, il lino deve la sua fama non solo alla versatilità dei suoi tessuti, ma anche alle innumerevoli proprietà dei suoi semi e dell'olio che da essi si ricava.
Coltivazione
Il lino viene coltivato in regioni a clima temperato, sia per le fibre che per i semi. Dai semi si ricava l'olio che in passato era utilizzato come fissativo in pittura e per il trattamento del legno nel restauro di mobili.
Oggi l'olio di lino viene utilizzato anche nell'alimentazione come integratore per le elevate qualità nutrizionali: è un sostituto molto più economico dell'olio di merluzzo. Viene inoltre utilizzato in fitoterapia come lassativo, antinfiammatorio ed emolliente, mentre nell'industria tessile viene utilizzato per creare vari capi d'abbigliamento e per la casa.
Le fibre del lino sono usate fin dall'antichità. Nell'area mediterranea si hanno prove della coltivazione e dell'utilizzo di lino risalenti a oltre 6.000 anni fa mentre l'introduzione nel Nord-Europa avvenne in epoche preromane.
La fibra è morbida, flessibile e più resistente di quella del cotone che però presenta costi di produzione inferiori, motivo per cui il cotone ha progressivamente sostituito l'utilizzo del lino.
Medicinale
I semi di lino venivano usati in medicina popolare come lassativo, e studi moderni ne confermano la validità. Si ritiene che il lino possa anche alleviare il diabete stabilizzando il livello di zuccheri nel sangue, ma il consumo eccessivo può ostacolare l'azione di alcuni medicinali somministrati oralmente, a causa del suo contenuto di fibre.

   
 

Liquirizia
La liquirizia (Glycyrrhiza glabra, L. 1758) è un arbusto alto fino a due metri appartenente alla famiglia delle Leguminose, nonché l'estratto vegetale ottenuto dalla bollitura della sua radice.
La pianta
Il genere Glycyrrhiza comprende 18 specie di perenni a fioritura estiva, diffuse in Eurasia, Australia e America. G. glabra, quella più usata, è originaria dell'Asia sudoccidentale e della regione mediterranea. Questa pianta è una erbacea perenne rustica, cioè resistente al gelo, e cresce principalmente nell'Europa meridionale in terreni calcarei e/o argillosi. La pianta sviluppa un grosso rizoma da cui si estendono stoloni e radici, lunghi due metri. Della liquirizia vengono usate le radici di piante di tre-quattro anni, raccolte durante la stagione autunnale ed essiccate.
La storia
La liquirizia era una pianta importante nell'antico Egitto, in Assiria e in Cina, era già nota nell'antica medicina greca ma solo nel XV secolo è stata introdotta dai frati domenicani in Europa. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono da sempre per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.
Usi e proprietà
La liquirizia è utilizzata in erboristeria e nella medicina cinese, in cucina per la preparazione di dolci, caramelle e tisane ed infine è utilizzata come additivo per le sigarette insieme al cacao. La tradizione popolare annette alla radice di liquirizia diverse proprietà farmacologiche: digestiva, antinfiammatoria e protettiva della mucosa. Le foglie dalle proprietà cicatrizzanti, antibatteriche e antinfiammatorie vengono usate fresche. Antiulcera, emolliente, rinfrescante, espettorante, corticostimolante ed antiflogistica. In commercio la radice può essere trovata in bastoncini da masticare, tagliuzzata per decotti e tisane, in confetti preparati con estratto di liquirizia pura, ridotta in polvere e in succo (estratto nero) come dolcificante e correttivo del sapore nell'industria farmaceutica. L'estratto di liquirizia è diffuso soprattutto in Calabria. Già Ippocrate la consigliava contro la tosse.
Principio attivo
Il principio attivo più importante della liquirizia è la glicirrizina che le conferisce un'azione antinfiammatoria e antivirale. Inoltre è più dolce del saccarosio. La moderna ricerca cerca di trarne vantaggio per nuove prospettive terapeutiche: terapia dell'ulcera, malattie croniche del fegato,e prevenzione di gravi malattie autoimmuni.
Effetti ormonali
Costello e Lynn nel 1950 hanno isolato nella liquirizia un composto steroideo che armonizza la secrezione ormonale, inibendo l'eccessiva produzione di estrogeni. Ha un effetto ormonale di tipo estrogenico.
Avvertenze
La liquirizia, comunque, va assunta saltuariamente, facendo attenzione a non superare il dosaggio di mezzo grammo al giorno di glicirrizina (cosa che può capitare assumendo caramelle alla liquirizia o lassativi ricchi di estratti di concentrati di liquirizia). La glicirrizina, infatti, ha effetti collaterali sull'equilibrio dei sali minerali nel corpo; un abuso di liquirizia, quindi, può provocare ritenzione idrica, aumento della pressione, gonfiore al viso e alle caviglie, mal di testa e astenia. Pertanto le persone predisposte a ipertensione, ad edemi, i diabetici, le donne in gravidanza o in allattamento, devono evitare l'uso prolungato di estratti di questa pianta. Evitare l'uso in caso di: epatopatie colestatiche, cirrosi epatica, ipertensione, ipopotassiemia, grave insufficienza renale.
Può venire aumentata l'eliminazione di potassio provocata da altri farmaci, la perdita di potassio provoca un'ipersensibilità nei confronti dei glicosidi digitalici.
Tossicità
La liquirizia può non essere indicata per alcuni soggetti sensibili al principio attivo, in modo particolare se somministrata a bambini, a persone che hanno superato i 55 anni d'età e a soggetti che ne assumono dosi maggiori di quelle consigliate e per lunghi periodi di tempo.

   
 

Luppolo
Il luppolo (Humulus lupulus, L. 1753) è una pianta a fiore (Angiosperma) appartenente, come la canapa (Cannabis Sp.), alla famiglia delle Cannabaceae; ordine delle Urticali.
Morfologia
Pianta perenne, con rizoma ramificato dal quale si estendono esili fusti rampicanti che possono raggiungere i 7 metri d'altezza.
Le foglie sono cuoriformi, picciolate, opposte, munite di 3-5 lobi seghettati. La parte superiore si presenta ruvida al tatto, la parte inferiore è invece resinosa.
Essendo una specie dioica, i fiori, unisessuali e di colore verdognolo, sono presenti su individui separati. I fiori maschili (o staminiferi) sono riuniti in pannocchie pendule e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami; i fiori femminili (o pistilliferi) presentano un cono membranoso che circonda un ovario munito di 2 lunghi stimmi pelosi. Si trovano raggruppati alle ascelle di brattee fogliacee, costituendo un'infiorescenza dalla caratteristica ed inconfondibile forma a cono.
La fioritura avviene in estate. L'impollinazione è anemofila (trasporto per mezzo del vento) e in settembre-ottobre, con la maturazione dei semi, le brattee assumono una consistenza cartacea che aumenta la dimensione del cono. I frutti sono degli acheni di colore grigio-cenere.
Le infiorescenze femminili sono ricche di ghiandole resinose secernenti una sostanza giallastra e dal sapore amaro, composta da α-acidi (luppolina, umulone e lupulone), e da polifenoli (es. flobafeni, xantumolo) e numerosi oli essenziali, che vengono utilizzati per aromatizzare e conferire alla birra il suo gusto caratteristico.
Habitat
Il luppolo predilige ambienti freschi e terreni fertili e ben lavorati. Cresce spontaneamente sulle rive dei corsi d'acqua, lungo le siepi, ai margini dei boschi, dalla pianura fino ad un'altitudine di 1.200 metri se il clima non è troppo ventoso ed umido. La sua presenza è molto comune nell'Italia settentrionale. La coltivazione del luppolo in Italia fu introdotta, a partire dal 1847, dall'agronomo Gaetano Pasqui di Forlì, che promosse anche una fabbrica di birra in attività già dagli anni '60 dell'Ottocento.
Birra
Il luppolo viene usato soprattutto nel processo produttivo della birra, dove assume l' importantissimo ruolo di conferire la caratteristica più comune alla birra, ovvero il sapore amaro, oltre all'aroma, molto accentuato nelle Pilsner, dove viene utilizzato soprattutto il tipo Saaz di provenienza boema. Prima del luppolo venivano utilizzate altre piante e spezie per bilanciare il dolce del malto. L'uso del luppolo funge anche da conservante naturale della birra in quanto possiede proprietà antibatteriche, per questo motivo certi tipi di birra (per esempio India Pale Ale) venivano abbondantemente luppolati per migliorarne la conservazione. L'uso del luppolo infine aiuta a coagulare le proteine in sospensione nella birra rendendola più limpida (chiarificazione), inoltre aiuta nella tenuta della schiuma.
Cucina
In cucina i getti apicali della pianta di luppolo selvatico (aspargina in Lombardia, luvertìn in Piemonte, luperi in Umbria, bruscandolo o vidisone in Veneto, vartìs in Emilia-Romagna, urtizon in Friuli, bertüçi nella Val di Vara) vengono raccolti in primavera (marzo-maggio) e utilizzati come il più comune asparago (a volte erroneamente chiamati "asparago selvatico"). Da notare come, a differenza della maggior parte dei germogli utilizzati per uso culinario, i getti di luppolo selvatico siano più gustosi quanto più sono grossi. Si possono anche raccolgiere gli ultimi 20 cm di pianta e far lessare per 5-10 minuti, condire con olio, sale e limone. Gustosi anche in risotti, frittate e minestre.
Non vanno confusi con i rami fioriferi di altre piante solo a prima vista simili, quali l'Ornithogalum o Latte di gallina, un genere che conta molte specie assai tossiche. Tra queste, l'Ornithogalum pyrenaicum, è invece commestibile ed apprezzato.
Medicinale
Si usa la polvere resinosa delle infiorescenze femminili, contenente luppolina (farm.: Strobuli lupuli).
Il luppolo è un mite sedativo con proprietà ipnogoghe (sonnifero).

   
 

Mais
Il mais (Zea mays L.) è una pianta erbacea annuale della famiglia delle Gramineae (tribù delle Maydeae).
Il suo nome ha origine araucana (maiz), e la pianta proviene dall'America centro-meridionale dove rappresentava l'ingrediente base della cucina azteca.
Per riferirsi al mais in lingua italiana si utilizzano perlopiù sinonimi diversi, tra i quali granturco o granoturco, granone, frumentone, formentone, formentazzo, grano siciliano, melica o melega, biava; quasi tutti derivati da dialetti locali o lingue minoritarie.
L'infiorescenza femminile, che porta le cariossidi, si chiama correttamente spiga ma viene più spesso impropriamente chiamata "pannocchia", mentre la pannocchia propriamente detta è l'infiorescenza maschile posta sulla cima del fusto (stocco) della pianta, che di contro viene talvolta chiamata impropriamente "spiga" per il suo aspetto. Le cariossidi sono fissate al tutolo ed il tutolo è fissato alla pianta.
Storia
La storia del mais è stata a lungo controversa. Darwin ne sostenne la probabile origine sudamericana, ma la beffa degli scavatori ai danni di un archeologo impegnato tra le piramidi egiziane, cui fu "fatto scoprire" un pugno di semi in un sarcofago, accreditò l'origine africana, sostenuta da Matteo Bonafous e duramente ribattuta da De Candolle.
Tutte le indagini successive militavano, peraltro per l'origine mesoamericana, che venne definitivamente stabilita da MacNeish tra gli anni sessanta e gli anni settanta del Novecento. L'archeologo statunitense individuò la culla della coltura nella grande valle messicana di Tehuacàn, nella regione di Oaxaca, dove esiste una pluralità di grandi insediamenti precolombiani. Restava da risolvere il problema dei mais peruviani, che mostrano una collezione di tipi significativamente diversi da quelli messicani. Il problema è stato risolto supponendo una precocissima migrazione di semi dal Messico al Perù, e con l'interruzione di comunicazioni successive, causa dell'indipendenza dei cataloghi delle varietà messicane e peruviane.
In Italia la coltura è già fiorente a metà del Cinquecento, dove soppianta rapidamente miglio e panico divenendo la base dell'alimentazione dei contadini padani. L'esclusiva dieta a base di mais diverrà la causa del tragico dilagare, fino al termine dell'Ottocento, della più terribile malattia endemica delle campagne italiane, la pellagra.
Alimentazione umana
Il mais è utilizzato in alimentazione sia come alimento come tale sia come ingrediente.
I chicchi ancora sulla spiga vengono consumati lessati o alla griglia. I chicchi sgranati e lessati possono essere serviti in insalata o come contorno.
I chicchi fioccati, ovvero cotti a vapore poi schiacciati attraverso una pressa a rulli ed essicati, si consumano, all'uso anglosassone, inzuppati nel latte solitamente per la prima colazione e vengono detti corn flakes. Quando sono invece soltanto tostati i chicchi "scoppiano" dando luogo ad una pallina leggera, bianca e croccante di forma irregolare, il pop corn.
Dal germe si ottiene un olio che può essere usato come condimento a crudo, mentre, a differenza di altri oli di semi come quello di girasole, non è adatto per friggere.
La farina di mais è utilizzata nella preparazione di diversi piatti (tra i quali il più noto è la polenta), alcuni tipi di pane e alcuni dolci. Si distingue in farina bramata, a grana grossa, per ottenere polente particolarmente saporite e gustose, fioretto di farina per polente pasticciate, morbide e delicate, fumetto di mais, per una farina finissima adatta alla produzione di dolci e biscotti. Tra i più noti in Italia troviamo le paste di meliga.
Dal mais inoltre si estrae l'amido, che viene poi usato per altre preparazioni alimentari.
Il mais è usato anche nella fabbricazione di liquori e bevande, particolarmente in America Meridionale, dove si consumano abbondantemente la chicha e la chicha morada, e negli Stati Uniti, dove si produce il Bourbon.
Alimentazione animale
Per la sua alta produttività, il valore nutritivo elevato, (benché sostanzialmente energetico), la coltivazione "facile" e completamente meccanizzabile, la possibilità di raccolta in diverse forme che permettono di superare avversità climatiche di fine stagione, il Mais costituisce la base dell'alimentazione di molte specie animali.
In particolare per i bovini può essere utilizzato in diversi modi: - insilato di mais allo stato ceroso (silomais); - pastone insilato di granella e tutoli; - insilato di granella umida; - granella secca.
A titolo di esempio, la razione dei vitelloni da carne può essere costituita da mais nelle suddette forme per percentuali anche largamente superiori ai due terzi della sostanza secca totale.
Il mais vitreo è invece particolarmente apprezzato per l'allevamento avicolo.
Usi terapeutici
Gli stimmi di questa pianta, assumibili grazie alle tisane producono un effetto diuretico e sono consigliati nella calcolosi e nelle cistiti.
L'olio di mais applicato alla pelle con un leggero massaggio, la rende più morbida ed elastica.
Le tossine da funghi
La comunità europea ha adottato il Reg.to 1126/2007 che prevede un limite di presenza nel mais delle fumonisine, una tossina prodotta dai funghi parassiti del mais. A partire dall'ottobre 2007 è fissato un limite di 4.000 parti per miliardo nel mais destinato al consumo alimentare umano. Le fumonisine sono indicate in molti ambienti scientifici come molto pericolose per il rischio oncogeno.
Su iniziativa dei parlamentari Verdi, la XIII Commissione della Camera dei Deputati (Agricoltura) ha adottato una risoluzione con cui chiede alle autorità europee una proroga in quanto, a loro dire "non esistono metodi di sicura efficacia per contenere queste tossine" e che "oltre il 50% del prodotto nazionale supera il limite di tossicità". Su tale affermazione si sono registrate divisioni, in quanto la comunità scientifica vede una soluzione nel mais geneticamente modificato, di cui sono già disponibili varietà resistenti ai funghi, ma tali varietà sono molto avversate proprio dagli stessi Verdi e da altri diffusi gruppi di opinione.
Ibridi e cultivar
Esistono varie classificazioni delle varietà di mais. La più importante dal punto di vista mercantile è quella basata sulla consistenza del grano, ossia dalla sua composizione in amidi e in zuccheri, proposta da E. Lewis Sturtevant. Essa comprende le seguenti sezioni, compresa Ceratina aggiunta da Kuleshov: Everta (pericarpo traslucido ed endosperma quasi tutto vitreo, da scoppio: popcorn), Tunicata (grani ricoperti da glume: podcorn), Indurada (pericarpo traslucido ed endosperma farinoso al centro e vitreo esternamente, cristalllino: flintcorn), Amylacea (pericarpo opaco ed endosperma farinoso: softcorn), Indentata (pericarpo traslucido ed apice coronato, dentato: dentcorn), Saccharata (grani rugosi e zuccherini, dolce: sweetcorn), Amylosaccharata (grani lisci e zuccherini, dolce: sweetcorn), Ceratina (pericarpo opaco ed endosperma in parte ceroso: waxycorn).

   
 

Malva
Malva è un genere di piante della famiglia delle Malvaceae.
Comprende circa 25 specie, tra le quali:
• Malva alcea
• Malva aegyptia
• Malva cretica
• Malva moschata
• Malva neglecta
• Malva nicaeensis
• Malva parviflora
• Malva pusilla
• Malva stipulacea
• Malva sylvestris
• Malva tournefortiana
• Malva verticillata

   
 

Melaleuca
Melaleuca è il nome di un genere di piante della famiglia delle Myrtacee, diffuse soprattutto in Australia, Malesia, Indonesia, Nuova Caledonia e Nuova Guinea. Dal punto di vista botanico, il genere Melaleuca è strettamente correlata al Callistemon, pianta ornamentale diffusa anche in Italia, specialmente nelle regioni costiere.
La specie più nota è la Melaleuca alternifolia, da cui si ricava un olio essenziale usato in medicina naturale come germicida e cicatrizzante, e antivirale verso l'Herpes simplex, chiamato in inglese tea tree oil (letteralmente olio dell'albero del té). Questo infuso, tra l'altro, veniva bevuto come té dal capitano Cook sbarcato in Australia con il suo equipaggio.
L'olio di M. alternifolia è un'antisettico, antimicotico, antibatterico e antivirale se usato puro al 100% può curare: sinusite, infezioni vaginali come cistiti e mughetto, acne, foruncoli, verruche, esantemi, punture di insetti, calmare il dolore delle ustioni, afte, dolori e sanguinamenti gengivali, raffreddore, influenza, tonsillite; è molto utile per evitare le infestazioni da pidocchi e da pulci(impregnando un pettine con poche gocce di esso e pettinandosi).
L'olio di M. inoltre possiede proprietà detergenti e deodoranti e viene utilizzato per i dentifrici, shampoo, collutori e saponi medicinali.

   
 

Melissa officinalis
La Melissa officinalis, o Erba cedrina o Cedronella, o Melissa è una pianta erbacea spontanea, perenne e rustica, molto ricercata dalle api ed è appunto per questo motivo che prende il nome dal greco mélissa.
Cresce spontaneamente nell'Europa meridionale e nell'Asia occidentale. In Italia la si può trovare lungo le siepi e nelle zone ombrose; viene inoltre coltivata nei giardini. È nota per le sue proprietà medicamentose ed è molto apprezzata anche come erba aromatica.
Caratteristiche e conservazione
La melissa può raggiungere dai 40 ai 100 cm di altezza, ha foglie picciuolate di un colore verde intenso in superficie e verde chiaro nella parte inferiore; le foglie sono cosparse di cellule oleifere; il loro aspetto ricorda molto la pianta dell'ortica e il profumo è simile a quello del limone.
I fiori iniziano a sbocciare nel mese di giugno: sono di colore bianco con leggere sfumature rosa pallido; hanno forma di calice campanulato; la corolla anch'essa tubolosa, ha il labbro inferiore diviso in tre lobi con quello centrale più grande rispetto ai due laterali. La varietà "Melissa aurea" ha foglie maculate di giallo.
Nell'uso popolare, la melissa viene apprezzata come erba aromatica: le sue foglie fresche sono usate per insaporire insalate, minestre, carni ecc. I fiori, una volta essiccati, vengono usati in erboristeria; uniti ad altre piante aromatiche servono a preparare decotti o infusi che possono servire come cordiale o tonico. Viene molto usata anche dai frati e dai monaci nella preparazione di ricette medicamentose e aromatiche.
La conservazione della melissa viene fatta tagliando la pianta quando è ancora in fiore: si legano i rami in piccoli fasci e si appendono ad essiccare in un locale fresco e asciutto.
Questo genere di pianta viene coltivata anche industrialmente: infatti le foglie e i fiori freschi, vengono raccolti due volte l'anno e distillati; il prodotto ottenuto è l'essenza di melissa che viene usata oltre che in profumeria anche nella preparazione dei liquori, come ad esempio l'Arquebuse, l'Assenzio e lo Chartreuse.
Coltivazione
La melissa si può facilmente coltivare in giardino con un qualsiasi tipo di terreno, i risultati saranno migliori se il terreno sarà fresco e leggero. Una zona parzialmente ombrosa è preferita.
La semina avviene in primavera direttamente all'aperto. Si possono anche moltiplicare per divisione dei cespi interrando le piantine ad una distanza di circa 30 cm in modo che abbiano spazio sufficiente per crescere e infoltirsi; in questo periodo le piantine andranno annaffiate abbondantemente; solo quando le piantine avranno attecchito bene le annaffiature andranno ridotte in modo da non compromettere il contenuto aromatico delle piante.
Utilizzi fitoterapici
In fitoterapia, della melissa sono utilizzati soprattutto le foglie ma anche i fiori e gli steli.
Negli estratti della pianta sono rintracciabili: triterpeni, acido caffeico, acido rosmarinico e vari flavonoidi (luteolina, quercetina, apigenina, chemferolo). È inoltre ottenibile un olio essenziale contenente: citrale, citronellale e cariofillene.
Attualmente la Melissa officinalis viene impiegata come sedativo negli stati d'ansia con somatizzazioni viscerali ed irrequietezza ed anche in patologie dispeptiche gastroenteriche grazie alla sua azione spasmolitica e nella cura dell'emicrania. L'estratto di foglie fresche di melissa possiede attività antivirale contro Herpes simplex per cui viene usata anche nel trattamento dell'Herpes labiale.
L'uso della melissa è controindicato in persone con glaucoma in quanto in test con animali si è registrato un aumento della pressione oculare.
Si è inoltre visto che l'estratto di melissa può interferire con l'azione tiroidea, forse per inibizione del legame dell'ormone stimolante la tiroide (TSH) alle cellule tiroidee, per cui è bene evitarne l'assunzione in caso di ipotiroidismo o in caso di terapie a base di ormoni tiroidei.
Si ritiene, infine, che vi possano essere interazioni con i barbiturici e con il metimazolo. L'associazione con l'iperico e la passiflora ha prodotto uno stato di ipersonnia invece che antidepressivo.
Data l'assenza di studi in merito si consiglia di non assumere melissa in corso di gravidanza o d'allattamento. la melissa viene consigliata proprio in gravidanza da erboristi e dal libro che prènatal offre alle future mamme.

   
 

Menta
La menta (genere Mentha) è una pianta erbacea perenne, stolonifera, fortemente aromatica, che appartiene alla famiglia delle Labiate (Lamiaceae). Cresce in modo massiccio in tutta Europa, in Asia e in Africa e predilige sia le posizioni in pieno sole che la mezza ombra, ma può resistere anche a basse temperature. Molto conosciuta già dal tempo degli egizi e dei Romani, veniva usata da Galeno come pianta medicinale.
Descrizione
La menta, secondo la specie, è un'erba alta da qualche centimetro a poco più di un metro, con steli eretti e radici rizomatose che si espandono notevolmente nel suolo.
Le foglie sono opposte e semplici e nella maggior parte delle specie sono lanceolate e ricoperte di una leggera peluria di colore verde brillante.
I fiori sono raccolti in spighe terminali, coniche, che fioriscono a partire dal basso verso l'alto. I singoli fiori, simpetali e irregolari, sono piccoli, di colore bianco, rosa o viola; la corolla, parzialmente fusa in un tubo, si apre in due labbra, la superiore con un solo lobo, l'inferiore con 3 lobi disuguali. La fioritura avviene in piena estate e prosegue fino all'autunno.
Il frutto è una tetrachenio che contiene da 1 a 4 semi.
Coltivazione
Di facile coltivazione, predilige una zona poco ombrosa e umida.
La moltiplicazione avviene per talea, oppure per divisione dei cespi, a fine settembre. Alla base della pianta si formano degli "stoloni" da cui hanno origine nuovi germogli che verranno usati per rinnovare le colture. Se coltivata in zone di scarsa umidità, la pianta guadagnerà in ricchezza di essenza ma perderà in sviluppo.
La pianta della menta è facilmente attaccata da funghi parassiti (Puccinia menthae); i suo steli e le foglie si riempiono di rigonfiamenti e puntini rossastri che poi si evolvono in macchioline nerastre, le piante infette vanno eliminate e bruciate. Viene, inoltre, attaccata dalle lumache che ne sono ghiotte.
La raccolta della menta viene fatta quando la pianta è completamente fiorita e portata nelle apposite distillerie, mentre per uso domestico viene essiccata in luogo fresco e arieggiato.
Specie coltivate
• "Mentha aquatica" - cresce in Italia allo stato spontaneo in zone umide, mentre in Germania viene coltivata per produrre un'essenza commercializzata col nome di "Menta germanica"; i fiori sono globosi e sbocciano da giugno a settembre.
• "Mentha arvensis" - ha foglie che posso raggiungere anche 4 cm di larghezza, cresce spontanea in Toscana e Abruzzo e viene invece coltivata in Cina e Giappone.
• "Mentha citrata" o "Mentha bergamotto" - è una pianta che raggiunge i 30 cm di altezza con foglie molto scure ed un profumo rinfrescante, ha fiori color porpora e foglie color bronzo; cresce in Europa.
• "Mentha gentilis" - ha foglie e stelo molto pelosi e fiori color porpora.
• "Mentha aurea" - con foglie striate di giallo
• "Mentha piperita" - originaria dell'Inghilterra, è un ibrido tra la mentha aquatica e la mentha viridis ed è tra le più conosciute della sua specie. Ha foglie color verde intenso, con sfumature porpora lungo il fusto, e per questo si distingue in menta bianca o menta nera; ha i fiori a spiga campanulati e può raggiungere fino a un metro e mezzo di altezza. Molto diffusa in Italia settentrionale, molto famosa la Menta di Pancalieri(Torino), da essa si estrae un olio molto usato nelle industrie dolciarie ed in farmacia.
• "Mentha pulegium" detta "mentuccia" in alcune zone, da non confondersi con la nepetella - non più alta di 40 cm ha foglie ovali, piccole e vellutate, i suoi fiori che corrono lungo tutto lo stelo sono di colore bianco o giallo ed è diffusa in tutta Italia in due qualità: "erecta" che cresce lungo le strade o nei fossi e "tomentosa" che cresce in ambienti aridi.
• "Mentha requieni" - dalla pianta piccolissima (tra i 3 e 12 cm), molto nota in Corsica e in Sardegna, ha le foglie piccole e tonde e fiori color malva.
• "Mentha rotundifolia" - o mentastro, cresce in cespugli e ha foglie piccole e rotondeggianti con peluria biancastra, i suoi fiori sono piccoli e di color bianco o porpora, pianta spontanea che cresce in Europa.
• "Mentha longifolia" - ha foglie ovali, un'altezza tra i 40 e gli 80 cm, i fiori sono a spiga di color bianco o rosa, spontanea in tutta Italia.
• "Mentha spicata" (menta romana) - ha steli rossastri, foglie lunghe e fiori rosati; molto comune e tra le più coltivate in Inghilterra. È una varietà della "longifoglia" ha foglie ovali allungate, dentate, i fiori sono a spiga molto allungata e di color porpora, coltivata in America Settentrionale ed in tutta Italia, cresce quasi esclusivamente in luoghi umidi.
• "Mentha viridis" sinonimo di M. spicata.
Uso alimentare
• Pizza con la menta (nel comune di Nusco)
• Alcolici come Mojito, Tajada, Centerbe, Brancamenta, altri liquori e grappe
• Acqua/latte e menta
• Dolci
• Decorazioni di piatti
Proprietà e usi
• In medicina ha funzioni di digestivo, stimolante delle funzioni gastriche, antisettico ed antispasmodico, tonificante; si possono preparare decotti e infusi.
• Secondo alcuni, sarebbe sconsigliabile assumerla di sera perché potrebbe causare disturbi del sonno. È da evitare nel caso si stia facendo una cura omeopatica perché riduce l'assorbimento dei farmaci omeopatici.
• Presenta controindicazioni come il reflusso gastroesofageo e l'ulcera gastrica e l'uso dell'olio essenziale si deve evitare nei soggetti con gravi epatopatie, insufficienza renale e favismo.
• In cucina si usa nelle zuppe, nelle salse, nella carne, in special modo per cucinare l'agnello, per preparare liquori, sciroppi, caramelle. Le caramelle alla menta sono largamente usate per il loro gusto e per la loro capacità di rinfrescare l'alito e lenire il mal di gola.
• Molto usata per aromatizzare alcune varietà di tè verde: tipico il tè verde maghrebino.
• Dalla menta si estrae il mentolo, che è un ingrediente di molti profumi, cosmetici, medicinali e viene usato persino per aromatizzare le sigarette.
• Va notato che queste proprietà sono limitate ad alcune specie di Mentha. Altre specie, p.es. la Mentha pulegium, contengono sostanze velenose.
Curiosità
Secondo la leggenda, la menta prende il nome dalla ninfa Minthe o Myntha, amata da Plutone, che venne trasformata in pianta da Proserpina.

   
 

Mirtillo
Vaccinium è un genere di piante appartenenti alla famiglia delle Ericacee, i cui frutti sono comunemente noti come mirtilli.
Descrizione
I mirtilli sono piccoli arbusti. Il gigante tra i mirtilli, il Vaccinium arboreum del Nordamerica, è un piccolo albero, che può arrivare anche fino a 8-9 m. Altri mirtilli sono arbusti che superano il metro, mentre molti (tutti quelli presenti in Italia) sono di piccole dimensioni o addirittura striscianti.
Il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) fiorisce in maggio e fruttifica in luglio-agosto, ha foglie ovali e frutti bluastri, che si consumano freschi o trasformati in marmellata. Il mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea) ha foglie coriacee sempreverdi, con fiori bianchi o rosa, riuniti in grappoli terminali; produce bacche rosse commestibili ma amarognole, anch'esse adatte ad essere trasformate in marmellata.
I fiori hanno una forma tipica a orcio rovesciato, con petali saldati tra loro. Questa forma è comune a tutte le Ericacee.
I frutti hanno l'aspetto di bacche, ma in realtà sono false bacche, come le banane e i cocomeri, perché si originano - oltre che dall'ovario - da sepali, petali e stami.
Specie
Il genere Vaccinium viene suddiviso in due sottogeneri e circa 450 specie (di cui le principali sono elencate qui sotto).
o Sottogenere Oxycoccus (considerato da alcuni botanici un genere distinto)
o Vaccinium erythrocarpum
o Vaccinium macrocarpon
o Vaccinium microcarpum
o Vaccinium oxycoccus
o Sottogenere Vaccinium
o Vaccinium angustifolium
o Vacciuium arboreum
o Vaccinium ashei
o Vacciuium atrococcum
o Vaccinium caesium
o Vaccinium corymbosum
o Vaccinium deliciosum
o Vaccinium melanocarpum
o Vaccinium myrsinites
o Vaccinium myrtilloides
o Vaccinium myrtillus (mirtillo nero)
o Vaccinium occidentalis
o Vaccinium ovatum
o Vaccinium pallidum
o Vaccinium parvifolium
o Vaccinium uliginosum (mirtillo palustre, o mirtillo blu)
o Vaccinium vitis-idaea (mirtillo rosso)
Diffusione
La maggior parte delle specie vive nell'emisfero settentrionale e soprattutto in climi temperati e freddi, ma non mancano mirtilli propri di aree tropicali come le Hawaii, il Madagascar, Giava.
In Italia il genere Vaccinium è rappresentato solo nel Nord e sui monti del Centro.
Uso alimentare
Molte specie di mirtilli producono bacche commestibili, più o meno aspre secondo la specie e il grado di maturazione. Tra le altre, citiamo il mirtillo nero (il più usato) e il mirtillo rosso.
Il mirtillo, in generale, contiene discrete quantità di acidi organici (citrico, malico,...), zuccheri, pectine, tannini, mirtillina (glucoside colorante), antocianine, vitamina A, C e, in quantità minore, vitamina B. In particolare si sottolineano le proprietà favorevoli delle antocianine sui capillari della retina e sui capillari in generale.
Usi officinali
Alcune sostanze presenti nel mirtillo sono considerate utili per la circolazione sanguigna; in particolare, numerosi farmaci indicati nelle situazioni di fragilità capillare o comunque per problemi vascolari in generale, sono a base di mirtillina.
Sono inoltre indicati per gli occhi (miopia e retinopatia), contro l'affaticameto visivo e anche contro il diabete.
Il frutto è indicato inoltre come antisettico urinario e, soprattutto se essiccato, ha proprietà astringenti e può essere utilizzato come antidiarroico.

   
 

Noce Moscata
Myristica fragrans è un albero originario delle isole Molucche (Indonesia) ed oggi coltivato nelle zone intertropicali. Parti del suo frutto vengono commercializzate come spezie: il seme decorticato è la noce moscata, mentre la parte esterna che lo ricopre fornisce il macis.
Descrizione
Myristica fragrans è un albero sempreverde che può raggiungere l'altezza di 20 metri.
La noce moscata
La noce moscata (da "noce di Masqat") è una spezia usata in cucina. È il seme della pianta, di forma ovale arrotondata, ha sapore e odore particolari, dovuti alla presenza di un olio aromatico.
Farmaceutico
Agli inizi del Settecento, per le sue caratteristiche di antisettico fu considerato come rimedio per oltre cento malattie. Attenua nausea e vomito, mentre il burro è efficace, per uso esterno contro i dolori reumatici e nevralgici.
Tossicità durante la gravidanza
Una volta era utilizzato come abortivo, tuttavia, in ambito culinario è possibile l'assunzione in piccole quantità. Tuttavia, se consumato in alte dosi, inibisce la produzione di prostaglandine che possono influenzare lo sviluppo del feto.
Stupefacente
Ingerita in dosi elevate (5 grammi), disciolta in acqua o sotto forma di infuso, provoca una leggera alterazione dello stato di coscienza, con anche la possibilità che si presentino allucinazioni visive dovute alla presenza di: miristicina, elemicina, safrolo e acido miristico. Le strutture chimiche dei due composti sono simili alla noradrenalina o alle anfetamine di sintesi, mentre gli effetti sono più vicini a quelli dell'LSD. Per questo nel Novecento fu soprannominata stupefacente dei poveri.
Culinario
Oggi questa spezia è molto usata in cucina come ingrediente di dolci, budini e creme, ma anche di purè e verdure lesse. Spesso, nella cucina italiana, viene aggiunta nei ripieni per tortellini, ravioli e cannelloni fatti a base di carne, formaggio o spinaci.

   
 

Noni
Il Noni (Morinda citrifolia) è una pianta appartenente alla famiglia delle Rubiaceae. È conosciuta anche come Gelso indiano, Nonu, Nono, Bumbo, Lada, Munja, e Canary Wood.
Origine del nome
Il nome latino del genere, Morinda, deriva dalla fusione delle due parole Morus (Gelso) e India.
Il nome latino della specie, citrifolia, allude alle foglie, che hanno una certa somiglianza con quelle del limone (citrus).
Il nome comune più usato, noni, è invece di origine polinesiana.
Descrizione
Il Noni è un piccolo albero sempreverde, con altezza di solito compresa tra 3 e 6 m (eccezionalmente fino a 10).
Le foglie sono ellittiche o ovate e piuttosto grandi (da 20 a 45 cm).
I fiori sono "perfetti", contengono cioè sia l’apparato maschile (polline) che femminile (ovario). Essi sono forniti di 5 petali (anche 6) e sono riuniti in infiorescenze globose. Quando i fiori appassiscono e cadono, lasciano sulla massa sottostante delle cicatrici chiamate "occhi", circondate da una marcatura pentagonale o esagonale (a seconda di quanti petali aveva il fiore).
Ciò che viene chiamato frutto è in realtà un sincarpo, cioè la fusione di molti piccoli frutti in un'unica massa (come accade per le more di gelso).
I frutti del Noni nascono sullo stesso ramo in tempi successivi per cui si possono avere dei frutti maturi, frutti acerbi, frutti in fiore e boccioli che daranno origine a nuovi frutti. Il Noni è una delle poche piante che produce fiori in presenza del frutto e produce frutti in tutti i mesi dell'anno.
Il frutto del Noni, attraverso le sue fasi di maturazione, assume un colore verdastro che man mano tende al giallo per diventare giallo biancastro e traslucido nella piena maturazione. Quando è maturo, è lungo 5-10 cm, è tenero e purtroppo esala un odore sgradevole, che richiama alla mente l’odore del formaggio maturo.
Si ritiene che la diffusione del Noni in un'ampia area geografica sia dovuta alla particolarità dei semi che, dotati di una sacca d’aria, possono galleggiare sull’acqua per mesi restando vitali e, portati dalle correnti, possono percorrere grandi distanze.
Le radici hanno una forte capacità di espandersi lateralmente. Nelle Hawaii si trovano spesso piante che affondano le loro radici nella roccia lavica solidificata e sprofondano negli anfratti per trovare nutrimento ed acqua.
Usi alimentari
Il Noni viene impiegato da diversi secoli per scopi alimentari, ma tale uso è sempre stato scoraggiato dall'odore sgradevole.
Agroforestry (v.bibliografia) riporta i seguenti usi alimentari:
• frutti maturi, crudi, conditi con sale (Birmania)
• frutti maturi, cotti, mischiati con cocco e conservati per viaggi in mare (Polinesia)
• frutti acerbi, cotti con altri ingredienti per fare salse tipo curry
• uso dei frutti in periodi di carestia alimentare (Hawaii, Polinesia)
• foglie molto giovani, cotte e consumate insieme al riso (Giava, Thailandia)
• foglie mature, usate per avvolgere il pesce prima di cuocerlo e consumate insieme a questo dopo la cottura
• boccioli acerbi (Kiribati).
Le foglie del Noni vengono usate anche come alimento per gli animali domestici e per i bachi da seta (India). A Portorico i frutti vengono usati come alimento per i maiali.
Usi non alimentari
La corteccia del Noni contiene un pigmento rosso e le radici contengono un pigmento giallo; entrambi sono usati, con minori rese di altre specie del genere Morinda, per la produzione di coloranti per tessuti e pellami.
Il legno è utilizzato, come il legno di altre specie arboree, per costruzioni, legna da ardere, sculture ecc. Quest'uso è però marginale.
Dai semi si ricava un olio repellente per gli insetti.
Valore officinale
Tutte le parti del Noni (corteccia, radici, foglie, fiori e frutti) sono state utilizzate in erboristeria per le loro proprietà medicinali.
Tradizionalmente nelle culture hawaiane e polinesiane la pianta era considerata sacra e veniva venerata perché fonte di vita. I guaritori indigeni “Kahuna”, che utilizzavano erbe e piante autoctone, la chiamavano “albero della vita”, “pianta che uccide il dolore” e anche “albero del mal di testa”.
Le proprietà attribuite al Noni sono simili a quelle attribuite, nell'erboristeria tradizionale cinese, alla congenere Morinda officinalis.
Oggi la ricerca farmacologica ha riconosciuto la presenza nel Noni di principi attivi, tra cui la xeronina e/o la proxeronina, ma le asserite proprietà medicinali del Noni, che coprono molte e diversificate patologie, sono tuttora oggetto di verifica.
Un moderato effetto officinale sarebbe presente anche nell'infuso di Noni (o tè di Noni) e nel succo di Noni.
Curiosità e tradizioni popolari
Nei libro di bordo del Capitano James Cook si fa riferimento allo sgradevole odore di formaggio che aleggiava nelle isole della Polinesia e che era dovuto all'uso del Noni, già allora ampiamente coltivato in quelle isole.
Succo di Noni
Tradizionalmente i "Kahuna" (i guaritori indigeni della Polinesia) preparavano un succo utilizzando i frutti maturi che venivano lasciati fermentare al sole per lunghi periodi. Ancora oggi le aziende che hanno avviato il business internazionale attorno al fenomeno Noni seguono l’antico e tradizionale metodo di fermentazione.
Secondo alcuni, il succo del Noni sarebbe in grado di stimolare il sistema immunitario che, spesso compromesso da un'alimentazione squilibrata e dalle negative ricadute dello stress, è la causa originale di moltissime malattie; e favorirebbe inoltre la produzione di melatonina e serotonina. Il succo avrebbe anche altri effetti benefici, contenendo, in forma non concentrata, la maggior parte dei principi officinali presenti nel frutto.
Nel 2003 la Commissione Europea (v. bibliografia) ha autorizzato la commercializzazione del succo di Noni in Europa come "nuovo ingrediente alimentare". Nel corso del procedimento che ha portato a questa decisione, il Comitato Scientifico per i Prodotti Alimentari ha rilasciato un parere favorevole, rilevando però che non ci sono prove di "particolari effetti benefici del succo di Noni, superiori a quelli di altri succhi di frutta".

   
 

Olivo
L'olivo o ulivo (Olea europaea L.) è una pianta da frutto. Originario del Medioriente, è utilizzato fin dall'antichità per l'alimentazione. I suoi frutti, le olive, sono impiegate per l'estrazione dell'olio e, in misura minore, per l'impiego diretto nell'alimentazione. A causa del sapore amaro dovuto al contenuto in polifenoli, l'uso delle olive nell'alimentazione richiede però trattamenti specifici finalizzati alla deamarizzazione, realizzata con metodi vari.
Descrizione botanica
L'olivo appartiene alla famiglia delle Oleaceae. La pianta comincia a fruttificare verso il 3°-4° anno, inizia la piena produttività verso il 9°-10° anno; la maturità è raggiunta dopo i 50 anni. È una pianta molto longeva: in condizioni climatiche favorevoli un olivo può vivere anche mille anni. Le radici, per lo più di tipo avventizio, sono molto superficiali ed espanse, in genere non si spingono mai oltre i 60-100 cm di profondità.
Il fusto è cilindrico e contorto, con corteccia di colore grigio o grigio scuro, il legno è molto duro e pesante. La ceppaia forma delle strutture globose, dette ovoli, da cui sono emessi ogni anno numerosi polloni basali. La chioma ha una forma conica, con branche fruttifere pendule o patenti (disposte orizzontalmente rispetto al fusto)secondo la varietà.
È una pianta sempreverde, la cui attività è pressoché continua con attenuazione nel periodo invernale. Le foglie sono coriacee, semplici, intere, ellittico-lanceolate, con picciolo corto e margine intero, spesso revoluto. La pagina inferiore è bianco-tomentosa. Le gemme sono per lo più di tipo ascellare.
Il fiore è ermafrodito, piccolo, con calice di 4 sepali e corolla di petali bianchi. I fiori sono raggruppati in numero di 10-15 in infiorescenze a grappolo, chiamate mignole, emesse all'ascella delle foglie dei rametti dell'anno precedente. La mignolatura ha inizio verso marzo-aprile. La fioritura vera e propria avviene, secondo le cultivar e le zone, da maggio alla prima metà di giugno.
Il frutto è una drupa globosa, ellissoidale o ovoidale, a volte asimmetrica, del peso di 1-6 grammi secondo la varietà, la tecnica colturale adottata e l'andamento climatico.
Fenologia
L'olivo attraversa un periodo di riposo vegetativo che coincide con il periodo più freddo, per un intervallo di tempo che dipende dal rigore del clima.
Alla ripresa vegetativa, che orientativamente si verifica a febbraio, ha luogo anche la differenziazione a fiore; fino a quel momento ogni gemma ascellare dei rametti dell'anno precedente è potenzialmente in grado di generare un nuovo germoglio o una mignola. Dalla fine di febbraio e per tutto il mese di marzo si verifica un'intensa attività dapprima con l'accrescimento dei germogli, poi anche con l'emissione delle mignole, fase che si protrae secondo le zone fino ad aprile. La mignolatura ha il culmine in piena primavera con il raggiungimento delle dimensioni finali. Le infiorescenze restano ancora chiuse, tuttavia sono bene evidenti perché completamente formate.
Da maggio alla prima metà di giugno, secondo la varietà e la regione, ha luogo la fioritura, piuttosto abbondante. In realtà la percentuale di fiori che porteranno a compimento la fruttificazione è ridottissima, generalmente inferiore al 2%. L'impollinazione è anemofila. Alla fioritura segue l'allegagione, in linea di massima dalla metà di giugno. In questa fase la corolla appassisce e si secca persistendo fino a quando l'ingrossamento dell'ovario ne provoca il distacco. La percentuale di allegagione è molto bassa, inferiore al 5%, pertanto in questa fase si verifica un'abbondante caduta anticipata dei fiori (colatura). Si tratta di un comportamento fisiologico dal momento che la maggior parte dei fiori ha lo scopo di produrre il polline. Sulla percentuale di allegagione possono incidere negativamente eventuali abbassamenti di temperatura, gli stress idrici e i venti caldi.
Dopo l'allegagione ha luogo una prima fase di accrescimento dei frutti che si arresta quando inizia la lignificazione dell'endocarpo. Questa fase, detta indurimento del nocciolo ha inizio nel mese di luglio e si protrae orientativamente fino agli inizi di agosto.
Quando l'endocarpo è completamente lignificato riprende l'accrescimento dei frutti, in modo più intenso secondo il decorso climatico. In regime non irriguo sono le piogge dalla metà di agosto a tutto il mese di settembre a influire sia sull'accrescimento sia sull'accumulo di olio nei lipovacuoli: in condizioni di siccità le olive restano di piccole dimensioni, possono subire una cascola più o meno intensa e daranno una bassissima resa in olio per unità di superficie; in condizioni di umidità favorevoli le olive raggiungono invece il completo sviluppo a settembre. Eventuali piogge tardive (da fine settembre a ottobre) dopo una forte siccità estiva possono in pochi giorni far aumentare le dimensioni delle olive in modo considerevole, tuttavia la resa in olio sarà bassissima perché l'oliva accumula soprattutto acqua.
Da ottobre a dicembre, secondo la varietà, ha luogo l'invaiatura, cioè il cambiamento di colore, che indica la completa maturazione. L'invaiatura è più o meno scalare sia nell'ambito della stessa pianta sia da pianta a pianta. All'invaiatura l'oliva cessa di accumulare olio e si raggiunge la massima resa in olio per ettaro.
Dopo l'invaiatura le olive persistono sulla pianta. Se non raccolte vanno incontro ad una cascola più o meno intensa ma differita nel tempo fino alla primavera successiva. In questo periodo la resa in olio tende ad aumentare in termini relativi: il tenore in olio aumenta perché le olive vanno incontro ad una progressiva perdita d'acqua. In realtà la resa in olio assoluta (in altri termini riferita all'unità di superficie) diminuisce progressivamente dopo l'invaiatura perché una parte della produzione si perde a causa della cascola e degli attacchi da parte di parassiti e fitofagi.
Nella tabella seguente è riportato uno schema che riassume il ciclo fenologico dell'olivo. I periodi di riferimento hanno solo valore orientativo perché possono cambiare secondo la cultivar e la regione.
Cultivar
Le cultivar si classificano in tre gruppi:
• Cultivar da olio
• Cultivar da mensa
• Cultivar a duplice attitudine
Le cultivar da olio sono caratterizzate da un elevato contenuto in lipidi e da una buona resa in olio, il frutto è di dimensioni medie o piccole. Le cultivar da mensa invece hanno minor resa in olio ma sono più grandi e vengono vendute per l'uso diretto.
Nel solo Mediterraneo ci sono più di 1000 tipi genetici di olivo. La propagazione vegetativa circoscritta nei singoli territori per centinaia di anni ha determinato l'evoluzione di un numero elevato di ecotipi e cultivar. In Italia sono presenti circa 500 tipi genetici.
Gli estratti di Olea europea, sotto forma di gemmoderivato, tintura madre e, soprattutto, estratto secco titolato e standardizzato delle foglie, hanno evidenziato una discreta attività antidislipidemica, vasodilatatrice e ipotensiva (nelle ipertensioni arteriose borderline), oltre a quella antiflogistica
L'olivo oggi
Inizialmente coltivato quasi esclusivamente nei paesi mediterranei (dove l'inverno è mite e l'estate calda), negli ultimi anni è stato impiantato con successo anche in altri paesi dal clima analogo, come California, Australia, Argentina e Sudafrica. In Italia l'areale di coltivazione è molto ampio: le uniche zone dove non è presente sono le montagne e la Pianura padana (anche se in regioni come Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna sono in atto progetti di reinserimento), zone con temperature invernali troppo basse o presenza di nebbia e l'area dove produce frutti di qualità è più ristretta e si riduce in pratica all'Italia centromeridionale, (Toscana e Liguria comprese) e insulare e alla zona dei laghi di Lombardia e Veneto. La maggiore concentrazione olivicola italiana, comunque, si trova in Puglia, con una popolazione che è stimata essere superiore ai 5 milioni di alberi. Molti di questi risalgono all'epoca della dominazione spagnola del Seicento.
Alla fine degli anni '90 i cinque Paesi con la maggiore superficie olivicola erano la Spagna (2,24 milioni di ha), la Tunisia (1,62 milioni di ha), l'Italia (1,15 milioni di ettari), la Turchia (0,9 milioni di ha), la Grecia (0,73 milioni di ha). I primi cinque Paesi produttori di olio di oliva erano la Spagna (938 mila t), l'Italia (462 mila t), la Grecia (413 mila t), la Tunisia (193 mila t), la Turchia (137 mila t). Le produzioni indicate sono una media delle ultime tre annate degli anni '90. I primi cinque Paesi produttori di olive da mensa erano la Spagna (304 mila t), la Turchia (173 mila t), gli USA (104 mila t), il Marocco (88 mila t), la Grecia (76 mila t). Le tendenze attuali vedono una forte espansione dell'olivicoltura in Spagna, Marocco, Sudafrica, Australia.

   
 

Origano
L'origano (Origanum, L. 1753) è un genere di piante aromatiche, erbacee o sub-arbustive, appartenente alla famiglia delle Lamiaceae e comprendente circa 45-50 specie originarie soprattutto del bacino del Mar Mediterraneo.
Le due specie più conosciute ed utilizzate sono l'origano (Origanum vulgare) e la maggiorana (Origanum majorana).
L'origano è una delle erbe aromatiche più utilizzate nella cucina mediterranea in virtù del suo intenso e stimolante profumo. Si usa in innumerevoli preparazioni su carni e su pesce, nelle insalate e nella pizza. Le cucine calabrese, siciliana, napoletana, abruzzese e molisana ne fanno grande uso.
L'origano non è importante solo per il suo utilizzo in cucina ma anche per le sue numerose proprietà terapeutiche. I suoi principi attivi sono principalmente i fenoli Timolo e Carvacrolo oltre a grassi, proteine, sali minerali, vitamine e carboidrati.
Le sue proprietà terapeutiche sono: antalgico, antisettico, analgesico, antispasmodico, espettorante, stomachico e tonico. Il suo olio essenziale è molto utilizzato nell'aromaterapia. I suoi infusi sono consigliati contro la tosse, le emicranie, i disturbi digestivi e i dolori di natura reumatica svolgendo una funzione antinfiammatoria.
L'Origano è anche un buon repellente per le formiche: basta cospargerlo nei luoghi frequentati e ricordarsi di sostituirlo spesso per tenerle lontane.
Nel linguaggio dei fiori l'Origano da sempre è stata considerata una pianta che dà sollievo, conforto e salute
Delle piante di Origanum si nutrono le larve di alcuni lepidotteri, come ad esempio Coleophora albitarsella.
Specie
• Origanum acutidens (Hand.-Mazz.) Ietswaart
• Origanum akhdarense Ietswaart & Boulos
• Origanum amanum Post
• Origanum bargyli Mouterde
• Origanum bilgeri P. H. Davis
• Origanum boissieri Ietswaart
• Origanum brevidens (Bornm.) Dinsm.
• Origanum calcaratum Juss.
• Origanum compactum Bentham
• Origanum cordifolium (Bentham) T. Vogel
• Origanum cyrenaicum Béguinot & Vacc.
• Origanum dayi Post
• Origanum dictamnus L.
• Origanum dubium Boiss.
• Origanum ehrenbergii Boiss.
• Origanum elongatum (Bonnet) Emberger & Maire
• Origanum floribundum Munby
• Origanum grosii Pau & Font Quer
• Origanum haussknechtii Boiss.
• Origanum hypericifolium O. Schwarz & P. H. Davis
• Origanum isthmicum Danin
• Origanum kopetdaghense Boriss.
• Origanum laevigatum Boiss.
• Origanum leptocladum Boiss.
• Origanum libanoticum Boiss.
• Origanum lirium Heldr. ex Halácsy
• Origanum majorana L., maggiorana
• Origanum majoricum Camb.
• Origanum microphyllum (Bentham) T. Vogel
• Origanum minutiflorum O. Schwarz & P. H. Davis
• Origanum munzurense Kit Tan & Sorger
• Origanum onites L.
• Origanum pampaninii (Brullo & Furnari) Ietswaart
• Origanum ramonense Danin
• Origanum rotundifolium Boiss.
• Origanum saccatum P. H. Davis
• Origanum scabrum Boiss. & Heldr.
• Origanum sipyleum L.
• Origanum solymicum P. H. Davis
• Origanum symes Carlström
• Origanum syriacum L.
• Origanum tyttanthum Gontsch.
• Origanum vetteri Briq. & W. Barbey
• Origanum virens Hoffmanns. & Link
• Origanum vogelii Greuter & Burdet
• Origanum vulgare L., origano
 

   
 

Ortica
Urtica dioica od ortica è una pianta erbacea angiosperma dicotiledone.
Morfologia
Alta fino a 200 cm, predilige luoghi umidi e ricchi di azoto meglio se ombrosi. Foglie grandi ovate e opposte, lanceolate, seghettate e acuminate. I fiori femminili sono raccolti in spighe lunghe e pendenti e sono verdi, mentre i fiori maschili sono riuniti in spighe erette. Fiorisce da maggio a ottobre.
Foglie e fusti sono ricoperti da tricomi (peli) contenenti una sostanza urticante. Quando si sfiora la pianta, l'apice dei peli si rompe e ne fuoriesce un liquido irritante formato principalmente da acetilcolina, istamina, serotonina e probabilmente acido formico.
Come dice il nome stesso, l'Urtica dioica è una pianta dioica, vale a dire che ci sono piante che portano solo fiori femminili e piante che portano solo fiori maschili.
Usi
Può essere usata come alimento ed è voce comune che i germogli siano ottimi nei risotti o nei minestroni, come anche nelle frittate e nelle frittelle. Contiene vitamina C, azoto e ferro.
Utilizzata come pianta medicinale anche dai Greci con proprietà antidiarroiche, diuretiche, cardiotoniche e antianemiche. Viene anche impiegata per arrestare la caduta dei capelli.
Nel Medioevo veniva utilizzata fresca per curare gotta e reumatismi con il veleno dei suoi peli urticanti, pratica sconsigliabile perché può causare complicazioni.
Sempre nel Medioevo, veniva battuta e sfibrata per essere usata per tessere stoffe simili alla canapa o al lino.
L'Ortica, grazie alla clorofilla che è contenuta in quantità eccezionale, veniva usata come colorante per i tessuti delicati: le foglie tingono di verde, mentre le radici di giallo.

   
 

Papaia
La papaia (Carica papaya, L.) è una pianta della famiglia delle Caricacee.
Descrizione
Immagine tratta dal volume Koehler's Medicinal Plants, 1887
Si presenta come un piccolo albero poco ramificato, con un fusto alto sino a 5-10 m.
Le foglie, disposte a rosetta all'apice del tronco, sono larghe, palmato-lobate, 50-70 cm di diametro.
I fiori sono prodotti all'ascella delle foglie.
Ha un frutto bacciforme e carnoso, ricco di semi, lungo 15-45 cm e 10-20 cm di diametro, la cui buccia è di colore dall'ambra all'arancio.
Diffusione e habitat
Vive in ambienti neotropicali (America centrale e meridionale) a temperature che non devono mai scendere sotto lo 0° per evitare marciumi. Per questo finora nel Mediterraneo , al contrario di altri fruttiferi tropicali come la cherimoya, il mango e il litchi, nessuna pianta di papaia è riuscita a sopravvivere all'aperto.
Usi
Dalla papaia si estrae in medicina la papaina, principio attivo con funzione proteolitica. Contrariamente alla credenza popolare esso non favorisce il dimagrimento, ma la semplice digestione delle proteine.

   
 

Parietaria
Parietaria (Parietaria, L. 1753) è un genere assai diffuso di piante della famiglia delle Urticaceae.
Specie
In Europa centrale esistono tre specie di parietarie selvatiche:
• parietaria diffusa (P. judaica)
• parietaria officinalis (P. officinalis)
• parietaria della Pennsylvania (P. pensylvanica)
Complessivamente il genere conta 20-30 specie. Purtroppo per alcune specie viene usata anche tutta una serie di sinonimi. Nella lista seguente non sono elencati tutti i sinonimi, motivo per cui alcune specie compaiono più volte .

   
 

Passiflora
Passiflora è un genere di Passifloraceae che comprende circa 465 specie di piante erbacee perenni ed annuali, arbusti dal portamento rampicante e lianoso, arbusti e alberelli, alti fino a 5-6 m, originarie dell'America centro-meridionale, con alcune specie provenienti dal Nord America, Australia e Asia.
Il nome del genere, adottato da Linneo nel 1753 e che significa "fiore della passione" (dal latino passio = passione e flos = fiore), gli fu attribuito dai missionari Gesuiti nel 1610, per la somiglianza di alcune parti della pianta con i simboli religiosi della passione di Cristo, i viticci la frusta con cui venne flagellato; i tre stili i chiodi; gli stami il martello; la raggiera corollina la corona di spine.
Morfologia
Le radici generalmente fascicolate, in alcuni casi sono carnose, a volte con produzione di pollini radicali, alcune specie come la Passiflora tuberosa hanno radici tuberose.
Il fusto abbondantemente ramificato, è sottile, talvolta cavo, a sezione rotonda, quadrata, triangolare o poligonale, solitamente di colore verde nei giovani esemplari, ricoperto da corteccia nei soggetti vetusti.
Le foglie sono alterne, di forma, consistenza, dimensioni ed aspetto variabili, con specie a foglie semplici lanceolate, bilobate o palmate con 3-9 lobi, con dimensioni di pochi millimetri come la P. gracillima fino a dimensioni di diversi decimetri come la P. gigantifolia. Nelle specie rampicanti all'ascella delle foglie ci sono gli organi di ancoraggio, a forma di viticci o più raramente appendici ramificate dotate di ventose, come nella P. discophora e nella P. gracillima, o in alcuni casi delle formazioni spinose.
I fiori sono normalmente ermafroditi, ascellari e solitari, raramente riuniti a coppie come nella P. biflora, o riuniti in racemi come si può osservare nella P. racemosa, le dimensioni sono molto variabili in dipendenza della specie, potendo arrivare al diametro di 12-15 cm della P. quadrangularis. Generalmente hanno tre brattee di varia forma, a volte colorate e dotate di ghiandole nettarifere, il calice più o meno allungato, con 5 sepali, 5 petali a volte assenti; è normalmente presente una corona di filamenti di forma e colore variabile, con 5 filamenti che portano le antere e 3 stili recanti gli stigmi, a volte profumati o con odore sgradevole.
I frutti sono generalmente bacche ovoidali o allungate, ricoperte da un leggero tegumento che, a maturazione, si colora di giallo, viola, blu o nero, a volte con striature gialle o verdi, a volte è una capsula deiscente a maturazione, di varie dimensioni; all'interno del frutto si trova una polpa gelatinosa (arillo) che contiene piccoli semi di forma appiattita, cuoriformi, di colore scuro, coriacei e rugosi.
Le prime notizie di coltivazione in Italia della Passiflora sono riportate nel libro Erbario o Storia generale delle piante del nobile veneziano Pietro Antonio Michiel pubblicato tra il 1553 ed il 1565.
La Passiflora caerulea è l'unica specie coltivata in Italia che sopporta il gelo invernale dei nostri climi. Originaria del Sudamerica, vigorosa pianta rampicante con lunghe ramificazioni dotate di robusti viticci che le permettono di ancorarsi facilmente a qualunque supporto, foglie persistenti o semi-persistenti, palmatofite a 5-7 segmenti, di colore verde scuro, fiori larghi anche 8-12 cm, attiniformi, ermafroditi, ascellari e solitari di circa 10 cm di diametro, di colore bianco-verdastro, con 5 petali bianco-rosati, 5 sepali che circondano una doppia corona di filamenti bianchi, blu, purpureo-scuro, lilla o violacei, che a loro volta circondano le antere dorate, 5 stami e gineceo con 3 carpelli dai grossi stimmi, fioriscono nei mesi estivi da giugno a settembre, i frutti sono bacche oblunghe globose edùli, con arillo carnoso contenenti numerosi semi.
Altre specie ornamentali originarie delle zone tropicali del Sudamerica, poco rustiche e coltivate in serra o negli appartamenti sono la P. racemosa, dai fiori rossastri o biancastri riuniti in infiorescenze pendule, che fiorisce da maggio a settembre, la P. edùlis che fiorisce da giugno ad agosto-settembre, la P. trifasciata, la P. quadrangularis che fiorisce da maggio a luglio dai fiori bianco-rosati, la P. violacea che fiorisce in agosto e settembre, e la P. umbilicata con fiori rosso-brunastri.
Uso
• Come pianta ornamentale nei giardini per ricoprire muri, recinzioni, pergole; in vaso negli appartamenti o in serra.
• Per il consumo dei profumati frutti eduli (maracuya, come sono chiamati nei Caraibi), dal sapore delicato, le specie più coltivate a questo scopo sono: la P. antioquiensis, la P. coccinea, la P. edulis, la P. laurifolia, la P. ligularis, la P. maliformis, la P. membranacea, la P. mixta, la P. mollissima, la P. nitida e la P. vitifolia.
• Per le proprietà medicinali.
Proprietà medicinali
Le specie utilizzate a scopi medicinali sono la P. caerulea, la P. incarnata e la P. edulis.
Nell'antichità, gli Aztechi, utilizzavano la passiflora come rilassante.
• L'infuso, lo sciroppo e l'estratto fluido delle parti verdi raccolte da giugno a settembre e fatte essiccare all'ombra in luogo arieggiato, vantano proprietà sedative del sistema nervoso, tranquillanti, ansiolitiche, antispasmodiche, curative dell'insonnia e dell'isterismo; inducono un sonno fisiologico e una attività diurna priva di ottundimento. Già ai tempi della prima guerra mondiale, la passiflora fu utilizzata nella cura delle "angosce di guerra".
• L'infuso di foglie e fiori viene utilizzato per la psicoastenia.
• Le foglie sono ricche di flavonoidi e curarine ricche di proprietà sedativa e antispadmodica. La passiflora è indicata contro la tachicardia, l'ansia e il sonno.
• Le caratteristiche farmacologiche della Passiflora incarnata la rendono utile per facilitare lo svezzamento dagli psicofarmaci, sempre se utilizzata in ambito medico e con raziocinio. (P.Campagna. Farmaci Vegetali. Minerva Medica ed. 2008)

   
 

Peperoncino
Capsicum L. è un genere di piante della famiglia delle Solanaceae, originario delle Americhe ma attualmente coltivato in tutto il mondo. Oltre al noto peperone, il genere comprende varie specie di peperoncini piccanti, ornamentali e dolci.
Secondo alcuni, il nome latino "Capsicum" deriva da "capsa", che significa scatola, e deve il nome alla particolare forma del frutto (una bacca) che ricorda proprio una scatola con dentro i semi. Altri invece lo fanno derivare dal greco kapto che significa mordere, con evidente riferimento al piccante che "morde" la lingua quando si mangia.
Storia
Il peperoncino piccante era usato come alimento fin da tempi antichissimi. Dalla testimonianza di reperti archeologici sappiamo che già nel 5500 a.C. era conosciuto in Messico, presente in quelle zone come pianta coltivata, ed era la sola spezia usata dagli indiani del Perù e del Messico. In Europa il peperoncino giunse grazie a Cristoforo Colombo che lo portò dalle Americhe col suo secondo viaggio, nel 1493. Poiché Colombo sbarcò in un'isola caraibica, molto probabilmente la specie da lui incontrata fu il Capsicum chinense, delle varietà Scotch Bonnet o Habanero, le più diffuse nelle isole.
Introdotto quindi in Europa dagli Spagnoli, ebbe un immediato successo, ma i guadagni che la Spagna si aspettava dal commercio di tale frutto (come accadeva con altre spezie orientali) furono deludenti, poiché il peperoncino si acclimatò benissimo nel vecchio continente, diffondendosi in tutte le regioni meridionali, in Africa ed in Asia, e venne così adottato come spezia anche da quella parte della popolazione che non poteva permettersi l'acquisto di cannella, noce moscata, ecc.
Il frutto venne chiamato peperone a causa della somiglianza nel gusto (sebbene non nell'aspetto), con il pepe, Piper in latino. Il nome con il quale era chiamato nel nuovo mondo in lingua nahuatl era chilli o xilli (leggi cìlli o scìlli), e tale è rimasto sostanzialmente nello spagnolo del Messico e dell'America Centrale (chile) e nella lingua inglese (chili) e pure in alcuni nomi di varietà, come il chiltepin (C. annuum var. aviculare), derivato dal nauhatl chilitecpintl o peperoncino pulce, per le dimensioni e il gusto ferocemente piccante. Il chiltepin è ritenuto l'antenato di tutte le altre specie. Nei paesi del Sudamerica di lingua spagnola e portoghese, invece, viene comunemente chiamato ají, modernizzazione dell'antillano asci. La parola in lingua quechua per i peperoncini è uchu, come nel nome usato per il rocoto dagli Inca: rócot uchu, peperoncino spesso, polposo.
Descrizione
Il Capsicum annuum è un arbusto perenne a vita breve che, in condizioni di clima sfavorevole, viene coltivato come annuale. Le piante si presentano sotto forma di cespuglio alti da 40 a 80 cm (a seconda della specie) con foglie di colore verde chiaro. I fiori hanno la corolla bianca avente da 5 a 7 petali con stami giallo tenue. Le altre specie hanno portamenti diversi: C. frutescens significa "a forma di arbusto", mentre molte varietà di C. chinense arrivano a 2 metri nei paesi d'origine. Anche la resistenza al clima freddo e caldo varia: il tabasco (C. frutescens) e il rocoto (C. pubescens), ad esempio, resistono anche a -5 C° per brevi periodi, mentre l'habanero (C. chinense) è molto sensibile all'insolazione: se eccessiva causa scottature sui frutti. Il Capsicum pubescens ha fiori viola e semi neri, il Capsicum baccatum presenta delle macule sulla corolla, il Capsicum chinense ha corolla bianca o verdognola e stami viola, con 2 o più fiori per nodo. Il Capsicum frutescens ha anch'esso corolla verdognola e stami viola, ma i fiori sono singoli.
Coltivazione
Tutte le specie possono essere coltivate anche in un balcone, seminando verso febbraio al centro sud e marzo al nord, mentre i frutti si possono raccogliere in estate e in autunno. Questi andrebbero usati subito dopo la raccolta affinché non perdano le loro proprietà, ma si possono conservare anche sott'olio o in polvere (dopo averli fatti seccare al sole), oppure congelandoli. La semina avviene in febbraio-marzo, a seconda del clima, possibilmente in ambiente riscaldato a temperatura di circa 25-30 °C, con composta da semi, 12 torba e 12 sabbia. Alcune varietà, soprattutto i C. chinense e il chiltepin, hanno lunghi tempi di germinazione. Questi possono essere ridotti con una corretta concimazione, e una temperatura della composta di 30-35 °C di giorno, e circa 20 °C di notte. Allo spuntare della seconda coppia di vere foglie, si ripicchettano le piantine in contenitori singoli, per poi mettere a dimora dopo le ultime gelate, e comunque quando la temperatura notturna non scende sotto i 15° C (aprile - maggio). Il terreno dev'essere sciolto, acido, ben drenato con una buona componente sabbiosa, non troppo fertilizzato: un uso eccessivo di nitrati porterebbe a bellissime piante fogliose, con pochissimi o nessun fiore, e quindi frutti. Va bene una composta John Innes numero 2: successive concimazioni dovrebbero limitarsi a potassio, fosforo e microelementi. Va somministrato nuovamente dell'azoto solo se la pianta viene fatta svernare, alla ripresa vegetativa.
Al contrario di quanto si pensa, il peperoncino ha bisogno di molta acqua durante la coltivazione, senza però creare ristagni. Per aumentare il gusto piccante dei frutti, basta diminuire le innaffiature, anche azzerandole, nelle 48-72 ore precedenti la raccolta, stando attenti a non far morire la pianta. Un'altra tecnica è quella di annaffiare solamente quando le foglie si sono abbassate, un chiaro indice di scarsità d'acqua.
Per favorire la maturazione dei frutti, si può aumentare il tenore di potassio del terreno, ad esempio con del solfato di potassio.
C. chinense richiede molto calcio, che può essere aggiunto tramite farina d'ossa o equivalente. Quando la pianta ferma la crescita e le nuove foglie avvizziscono, è un indizio della carenza di calcio.
Essendo perenni a vita breve, possono essere fatte svernare in casa, in una posizione calda e assolata. Devono essere portate all'interno o in serra quando la temperatura di notte scende sotto i 10 °C (le tropicali, sotto i 15 °C), mentre di giorno possono essere portate fuori se la temperatura si mantiene sopra i 15-20 °C. D'inverno le piante possono perdere le foglie, e necessitano una potatura per lo meno dei rami secchi in marzo.
Riproduzione
Il metodo solitamente utilizzato è la riproduzione per seme, anche se è possibile fare delle talee di rami semi-maturi, lunghe 10 - 15 cm, trattando le estremità con ormone radicante e mettendole in cassone freddo con composta da radicazione, trapiantando poi a dimora in vaso o in terra nello steso periodo delle piantine ottenute da semi. Tale metodo è indicato per ringiovanire una pianta fatta svernare all'interno o in serra. È possibile l'innesto su solanacee più resistenti, tipo il solanum capsicastrum o il solanum jasminoides, tuttavia non è una pratica molto diffusa, sia per la scarsa percentuale di successo, sia per la difficoltà dell'innesto con piante semilegnose.
Avversità
Il peperone è attaccato da diversi insetti e funghi. Tra gli insetti rivestono maggiore importanza la mosca bianca (Trialeurodes vaporariorum), la nottua (Agrotis ipsilon), la minatrice americana (Liriomyza trifolii) e un afide, Macrosiphum euphorbiae. Tra i funghi, i più importanti sono la muffa grigia, il mal bianco, la cancrena pedale e le tracheomicosi causate da Fusarium oxysporum, Verticillium albo-atrum e Verticillium dahliae.
Specie e cultivar
Le 5 specie domesticate, e quindi più comuni, di peperoncino sono:

  • Capsicum annuum, probabilmente la più coltivata, comprendente le varietà più diffuse: i peperoni dolci, il peperoncino comune in Italia, il peperoncino di Cayenna, e il messicano jalapeño
  • Capsicum baccatum, che include il cosiddetto cappello del vescovo, e gli ají
  • Capsicum chinense, il cui nome può trarre in inganno. Difatti la qualità non è cinese, bensì sud-americana, in particolare originario dell'Amazzonia. Tale qualità include l'habanero, rimasto fino al 2006 nel Guinness dei primati come il peperoncino più piccante del mondo, e il suo successore Dorset Naga ibrido con C. frutescens, più lo Scotch Bonnet e il fatalii
  • Capsicum frutescens, che include tra gli altri il tabasco
  • Capsicum pubescens, che include il sudamericano rocoto

Una guida all'identificazione delle 5 specie domesticate è visibile nell'immagine. Un'eccezione alla tabella riportata sono i peperoncini viola, tra cui il "Purple Tiger": questi hanno foglie, fiori e frutti immaturi screziati o totalmente viola, ma appartengono a c. annuum, forse ibridato con qualche specie minore.
Sebbene siano poche le specie di peperoncino coltivate commercialmente in Italia, ci sono molte cultivar: il peperone verde e quello rosso, ad esempio, sono la stessa cultivar, ma i verdi sono immaturi. A livello amatoriale, invece, vi è una fiorente comunità di appassionati, che coltivano tutte le 5 specie principali e molte delle minori. Per la gran varietà di cultivar, sicuramente C. annuum è il più diffuso, mentre le altre specie sono relativamente meno coltivate.
L'ibridazione dipende anche dall'ordine di impollinazione: ad esempio se un C. annuum impollina un C. frutescens, i semi saranno fertili, nel caso inverso è molto difficile che i semi germinino.

   
 

Pino
Pino (Pinus Linneo, 1753) è il nome comune di un genere di alberi e arbusti sempreverdi della famiglia delle Pinaceae. Al genere appartengono 120 specie circa.
Morfologia
Gli aghi (ovvero le foglie del pino) sono riuniti in gruppi di 2, 3 o 5 (raramente 1, 4 o più aghi, a seconda della specie) che nelle piante adulte non sono inserite direttamente nel ramo (contrariamente agli abeti) ma su corti rametti detti brachiblasti. Sono delle specie sempreverdi. Durante lo sviluppo di una pianta di Pino si possono osservare 3 tipi di foglie:
- Giovanili: compaiono al primo anno, sono appiattite e disposte singolarmente a spirale sul ramo e hanno una vita di 2-3 anni
- Eufille: sono foglie squamiformi portate in modo spiralato lungo i macroblasti
- Microfilli: sono le foglie aghiformi definitive portate a fascetti su brachiblasti
Le specie del genere Pinus sono monoiche: i microsporofilli sono riuniti in coni maschili che portano da 2 a 20 sacche polliniche, i coni femminili portano macrosporofilli con squame copritrici sterili e squame ovulifere (fertili) ognuna con 2 ovuli. Dopo la fecondazione i coni femminili lignificano trasformandosi in pigne, portanti i semi.
Ecologia
I pini sono eliofili, solo alcuni (es: Pinus cembra, Pinus strobus) possono sopportare un minimo di ombreggiamento.
In Italia sono presenti il pino silvestre, il cirmolo e il pino mugo nelle zone alpine; il pino domestico, pino d'Aleppo, pino marittimo nella zona mediterranea. Raro, ma presente, anche il pino di Lammari nella periferia lucchese.
Assieme agli abeti caratterizzano i boschi di alta montagna italiani.
Si possono identificare i diversi pini in base ad alcune caratteristiche facilmente individuabili:
• mazzette di 2 aghi
o pigne rotondeggianti, 10-15cm, con semi non alati (pinoli), aghi di 10-15 cm: Pino domestico (in Italia specie spontanea in zone marittime)
o pigne coniche, 5-10 cm, aghi di 6-10 cm: Pino d'Aleppo e aghi di 10-20 cm: Pino calabro (in Italia sono entrambe specie spontane in zone marittime e di bassa quota)
o pigne allungate, 12-20 cm, con semi alati, aghi 14-18 cm: Pino marittimo (in Italia specie spontanea in zone marittime)
o pigne ovali di 4-6 cm, aghi 3-7 cm: Pino silvestre (in Italia specie spontanea in zone alpine)
o pigne coniche 5-8 cm, aghi 12-15 cm: Pino nero e Pino nero calabro
o pigne 5 cm con semi alati, aghi 4-6 cm: Pino uncinato
o pino dalle dimensioni di un cespuglio, che cresce nelle alte quote: Pino mugo
o mazzette di 3 aghi
o aghi lunghi 10-14 cm: Pino di Monterey
o aghi lunghi 20-30 cm: Pino delle Canarie
o mazzette di 5 aghi
o pigna di ca. 5-7 cm, con pinoli duri e commestibili: Pino cembro, presente come pianta spontanea nelle Alpi, in alta montagna
o pigna di ca. 10-15 cm, aghi lunghi fino 8-10 cm: Pino strobo, in Italia presente come pianta ornamentale
o pigna di ca. 20-30 cm, aghi lunghi fino 12-20 cm: Pino dell'Himalaya, in Italia presente come pianta ornamentale
Inoltre, gli unici pini dalle dimensioni di un cespuglio, che cresce nelle alte quote: Pino mugo e Pinus pumilio.
Tassonomia
Il genere Pinus comprende circa 120 specie, suddivise in 3 sottogeneri:
• sottogenere Pinus L. (73 specie)
• sottogenere Ducampopinus (A. Cheval.) de Ferré ex Critchf. & Little (20 specie)
• sottogenere Strobus Lemmon (23 specie)

   
   

Psillio
Psillio Nomi comuni Pulicaria.
Nome Botanico Plantago psyllium L.
Famiglia Plantaginaceae.
Caratteristiche botaniche Pianta erbacea con infiorescenza a spiga e semi di colore bruno.
Habitat Mediterraneo.
Proprietà ed indicazioni secondo medicina popolare Parti utilizzate: semi. Attività: lassativa, antidiarroica, emolliente. Uso interno: stitichezza, emorroidi, infezioni urinarie, ulcere gastriche e intestinali, coliti, diarrea. Uso esterno: ataplasmi per affezioni della pelle (ulcere, scottature). Proprietà ed indicazioni terapeutiche confermate da ricerche scientifiche Parti utilizzate: semi. Composizione chimica: mucillagini. Attività: stimolante intestinale, riduzione assorbimento zuccheri e grassi. Uso interno: stitichezza, diarrea, colite, ipercolesterolemia, emorroidi. Altri usi In cosmesi in detergenti, tonici, creme.
Avvertenze: Non assumere contemporaneamente ad altri farmaci, minore assorbimento di questi ultimi. Può dare reazioni allergiche

   
 

Pungitopo
Il Pungitopo (Ruscus aculeatus L.) è un basso arbusto sempreverde con tipiche bacche rosse, appartenente alla famiglia delle Ruscaceae.
Caratteristiche
Il pungitopo, o pugnitopo, nome volgare del Ruscus Aculeatus, comune nella macchia mediterranea , è una pianta cespugliosa sempreverde alta dai 30 agli 80 cm, provvisto di “cladodi”, rametti che per mancanza di foglie ne assumono la funzione, divenendo ovali, appiattiti e rigidi, con estremità pungenti. Tra i cladodi, in primavera, si schiudono i minuscoli fiori verdastri, e quindi i frutti, che maturano in inverno, e che sono vistose bacche scarlatte grosse come ciliegie.
Usi
Il pungitopo viene coltivato come pianta ornamentale, soprattutto come decorazione durante le feste natalizie.
Tra i componenti principali del rusco vanno citati i flavonoidi con il rutoside. È proprio quest'ultimo ad essere indicato e definito come vitamina P (cioè con caratteristiche simili), e quindi indicato per aumentare la resistenza delle pareti dei capillari. Quindi, il suo utilizzo principale è nella terapia delle varici venose, delle emorrioidi, delle flebiti. La pianta viene indicata anche come antinfiammatorio, diuretica e antireumatica. Abitualmente il rusco viene prescritto per via orale, tramite il decotto.
Nella medicina popolare, per le doti diuretiche che possiede, è usato nella “composizione delle cinque radici”, insieme al prezzemolo, al sedano, al finocchio e all’asparago.
I germogli di pungitopo, dal gusto amarognolo, ad Aliminusa chiamati sparaci scuparini,ed in altre località del Nord Italia "asparagi selvatici", raccolti da marzo a maggio, vengono utilizzati in cucina a mo' di asparagi, lessati per insalate, minestre e frittate.
Altre curiosità
I semi, opportunamente tostati, venivano un tempo impiegati come sostituti del caffè.
Il nome fa riferimento al fatto che anticamente veniva messo attorno alle provviste, per salvaguardarle dai topi. Con l’espressione “pungitopo maggiore” si intende comunemente l’agrifoglio.

   
 

Rabarbaro
Il rabarbaro (genere Rheum) è una pianta erbacea perenne, rizomatosa, appartenente alla famiglia delle Polygonaceae, comprendente 60 specie diffuse spontanee in Europa e Asia.
Caratteri botanici
Le specie del genere Rheum hanno un robusto rizoma carnoso da cui viene emesso ogni anno un nuovo apparato vegetativo che può raggiungere altezze anche superiori ai 200 cm.
Le foglie, di grandi dimensioni, sono in gran parte riunite in una rosetta basale, disposte con fillotassi alternata, con piccioli lunghi cilindrici e carnosi e lembo variabile da ovato-cordato a reniforme, semplice o palmato-lobato. Il margine è intero o dentato, più o meno ondulato.
I fiori sono bisessuali, riuniti in pannocchie terminali lungamente peduncolate che possono raggiungere alcuni decimetri di lunghezza. I singoli fiori hanno simmetria raggiata, con perigonio composto da sei tepali di colore bianco o giallastro. Stami in numero di 6 o 9. Ovario supero, contenente un solo ovulo.
Il frutto è un achenio a sezione trigonale con spigoli prolungati in un'ala membranosa.
Utilizzo
L'uso del rabarbaro a scopo alimentare o medicinale ha origini antichissime in alcune popolazioni asiatiche. Sembra che i Cinesi lo usassero già dal 2700 A.C. e che rientrasse fra gli alimenti tradizionali delle popolazioni mongole. L'uso alimentare fra le popolazioni occidentali, soprattutto di cultura anglosassone, risale invece ad epoche più recenti, probabilmente introdotto a seguito dell'espansione coloniale delle superpotenze europee.
L'uso alimentare si limita ai piccioli fogliari carnosi, impiegati come ingrediente principale o secondario in varie pietanze ma soprattutto per la preparazione di torte dolci o salate e marmellate. Le foglie possono inoltre essere utilizzate come succedaneo degli spinaci, tuttavia l'uso è categoricamente sconsigliato a causa dell'elevato tenore in acido ossalico. Le foglie si raccolgono in genere nel periodo di maggio-giugno, preferibilmente dal secondo anno di vegetazione in poi.
L'uso medicinale del rabarbaro riguarda il rizoma. Sotto questo aspetto il rabarbaro per eccellenza s'identifica nella specie Rheum palmatum, più nota con il nome comune di Rabarbaro cinese. Le stesse proprietà del rabarbaro cinese possono tuttavia essere estese a tutto il genere, anche se possono esserci differenze nel tenore in principi attivi. Il rizoma si raccoglie da piante di oltre un anno d'età, viene decorticato e suddiviso in frammenti ed essiccato. La droga si presenta sotto forma di frammenti cilindrici o discoidali, duri, di difficile frantumazione. Come prodotto erboristico classico il rabarbaro si assume tal quale in polvere, come decotto, come estratto idroalcoolico.
In campo industriale è utilizzato nel settore farmaceutico per la produzione di farmaci. Nel settore liquoristico è impiegato come ingrediente base per la produzione di amari tonico-digestivi oppure come ingrediente correttore del sapore per aperitivi e amari a base d'erbe aperitivi. L'uso del rabarbaro come ingrediente secondario è dovuto soprattutto al suo aroma gradevole, che contribuisce a migliorare il bouquet dei preparati.
Proprietà officinali
I principi attivi principali contenuti nel rizoma sono composti antrachinonici e antranolici liberi e soprattutto in forma di derivati glucosidici, fra i quali il più importante è la reina. Fra i principi attivi secondari vanno citati i tannini.
Il rizoma del rabarbaro è un regolatore delle funzioni digestive. A dosi basse stimola la secrezione gastrica e la secrezione biliare, pertanto ha proprietà aperitive, digestive, depurative del fegato. È inoltre un blando lassativo. A dosi più alte è un efficace lassativo. A dosi eccessive ha invece effetti purgativi negativi, altrimenti è consigliato come lassativo in quanto influenza la motilità del colon irritando le pareti intestinali. Studi clinici imputano al rabarbaro anche una funzione antisettica nei confronti delle infezioni intestinali e, in virtù del contenuto in tannini, di decongestionante nelle irritazioni della mucosa intestinale.
La presenza dei tannini come principio attivo secondario fa sì che il rabarbaro possa essere utilizzato anche come astringente della pelle e delle mucose della cavità orale e nasale e come antibatterico.
Effetti collaterali
L'uso del rabarbaro deve essere moderato sia nel tempo sia nelle dosi a causa degli effetti collaterali. In generale, aumentando l'assunzione, si manifestano le proprietà lassative del rabarbaro e interferenze con alcune funzioni fisiologiche relative all'apparato digerente, al sistema circolatorio, al sistema escretore.
In particolare, l'uso del rabarbaro è categoricamente sconsigliato alle donne durante la gravidanza e l'allattamento, ai bambini sotto i due anni d'età, ai malati cronici di affezioni gastro-intestinali (ulcere e coliti), di emorroidi o di calcoli renali.
Infine, come si è detto in precedenza, è sconsigliato l'uso alimentare delle foglie a causa dell'elevato contenuto in acido ossalico, la cui DL50 è di 375 milligrammi per chilogrammo di peso vivo. La raccomandazione non si estende ai piccioli fogliari, che invece hanno un tenore bassissimo in acido ossalico.
Coltivazione
Il rabarbaro è coltivato sia come pianta industriale, per la produzione dei rizomi sia come pianta ortiva per l'utilizzazione a scopo alimentare.
In entrambi i casi il ciclo colturale è biennale o poliennale in quanto nel primo anno la pianta ha una modesta vigoria. È una pianta rustica e abbastanza adattabile, tuttavia vegeta bene in terreni freschi, moderatamente umidi, ben dotati di sostanza organica e ben drenati. Predilige i terreni con reazione subacida, neutra o sub-basica, ma in generale si adatta a valori di pH variabili da 6 a 8. È preferibile l'esposizione in piena luce, ma tollera bene anche un certo grado d'ombreggiamento.
Per l'impianto è sconsigliata la semina diretta in pieno campo alla quale va preferito il trapianto utilizzando piante di un anno d'età. Le piante vanno messe a dimora ad una distanza di 80-100 cm lungo la fila e con distanze fra le file in funzione del tipo di meccanizzazione adottato. La messa a dimora si effettua a novembre-dicembre nelle zone a inverno mite o a febbraio-marzo nelle regioni fredde.
La raccolta va fatta al secondo anno d'impianto per quanto riguarda il rizoma, oppure moderatamente anche al primo anno per i piccioli fogliari, avendo cura di lasciare un adeguato numero di foglie per consentire l'attività fotosintetica. L'epoca di raccolta è autunnale per il rizoma, primaverile (da aprile a giugno secondo le zone) per le foglie. In estate vanno asportati gli scapi con le infiorescenze in quanto la fioritura e la fruttificazione sottraggono energie alla pianta penalizzando soprattutto la produzione dei rizomi.
Le scelta della specie dipende dalle condizioni ambientali e dalla facilità di reperimento del materiale di riproduzione. Secondo le zone sono molto usate oltre al Rheum palmatum (Rabarbaro cinese), il Rheum officinale, il Rheum undulatum, il Rheum rhabarbarum. Particolare attenzione va fatta, nella scelta della specie, nei climi caldi, in quanto molte specie sono adatte a climi continentali con temperature estive non troppo alte. In Sardegna, in pianura, ha dato buoni risultati il Rheum undulatum in termini di rusticità, adattandosi bene a condizioni moderatamente siccitose e all'esposizione al sole.

   
 

Ribes
Il Ribes nigrum è una pianta della famiglia delle Grossulariaceae.
Descrizione
È un arbusto originario delle zone montuose dell’Eurasia, alto fino a 2 metri con fogliame deciduo e fusti ramosi. La corteccia è liscia, da chiara a rossastra nei fusti giovani, mentre diviene scura nei fusti vecchi. Le foglie sono grandi, piane, picciolate, con tre - cinque lobi, apice acuto e margine dentato. La pagina inferiore, coperta da un leggero tomento, è ricca di ghiandole giallastre dalle quali emana un caratteristico odore. I fiori appaiono in primavera, raccolti in racemi pendenti, sono pentameri, di colore verde-biancastro, poco appariscenti. I frutti, delle bacche nere globose ricche di semi con all’apice le vestigia del fiore, compaiono in agosto-settembre. Si differenzia molto dal ribes rosso per il colore, l’aroma e sapore e destinazione dei frutti. Le foglie, le gemme ed i frutti sono intensamente profumati per la presenza di ghiandole contenenti oli essenziali.
Coltivazione
Il ribes nero viene coltivato prevalentemente a scopo alimentare, ma negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede la finalità terapeutica. Il terreno deve presentare del calcare attivo e si deve apportare un ottimo quantitativo di potassio, essendo una specie potassiofila. La distanza consigliata tra le file è di 3 metri mentre sulla fila è sufficiente lasciare 1,5 m tra un individuo e l'altro. La moltiplicazione della specie avviene principalmente per talea di ramo. Salvo particolari condizioni non necessita di interventi irrigui. Tenendo presente che il ribes fruttifica prevalentemente sui rami di un anno e poco su quelli corti e inseriti su legno vecchio, l'operazione di potatura deve essere rivolta ad assicurare il rinnovo delle vegetazione.
Alimentari
È alla base della crème de cassis (cassis è il nome francese di questo frutto), un liquore a 20° con cui si prepara il kir, con l'aggiunta di vino bianco.
Terapeutici
Viene utilizzato in fitoterapia e gemmoterapia per stimolare le ghiandole surrenali a produrre cortisolo, un cortisone endogeno che aiuta l'organismo a reagire alle infiammazioni. Utilizzato anche per malattie cutanee (eczema e psoriasi). Stimola il sistema immunitario, ad esempio per la prevenzione di malattie da raffreddamento (tipo influenza o raffreddore)

   
 

Rosa canina
La rosa canina (Rosa canina L.) è una specie arbustiva molto frequente nelle siepi, ai margini dei boschi.
Storia
Questa pianta deve il nome canina a Plinio il vecchio, che affermava che un soldato romano fu guarito dalla rabbia con un decotto di radici.
È l'antenata delle rose coltivate.
Morfologia
È un arbusto spinoso, alto 100 - 200 cm. Ha fusti legnosi glabri, con spine (rosse) robuste, arcuate, a base allungata, compresse. Le foglie sono composte da 5-7 foglioline ovali o ellittiche con margini dentati (denti semplici). I fiori, rosati hanno grandi petali e sono poco profumati.Fiorisce nei mesi di maggio e giugno.
I suoi frutti carnosi e colorati in modo vivace (cinorroidi) raggiungono la maturazione nel tardo autunno.
Diffusione
La specie è diffusa in una vasta area nelle zone temperate del Vecchio Mondo che include:
• l'Africa del Nord e le isole Canarie e Madera;
• l'Asia occidentale (Afghanistan, Iran, Irak, Israele, Libano, Siria), la regione del Caucaso e l'Asia centrale (Tajikistan);
• il sub-continente indiano ;
• L'Europa, dal Mediterraneo alla Scandinavia.
È stata introdotta e si è naturalizzata anche in America del Nord ed in Australia e Nuova Zelanda.
Usi
Viene largamente usata per i suoi contenuti di vitamina C e per il suo contenuto di bioflavonoidi (fitoestrogeni).
I principi attivi (oltre alla vitamina C, tannini, acidi organici, pectine, carotenoidi e polifenoli) vengono usati dalle industrie farmaceutiche, alimentari e cosmetiche: fiori e foglie vengono usati in farmacopea, ad esempio, per la preparazione di infusi e tisane.
È indicata come astringente intestinale, antidiarroico, vasoprotettore e antinfiammatorio, inoltre viene consigliata nei casi di debilitazione.
I semi vengono utilizzati per la preparazione di antiparassitari ed i petali dei fiori per il miele rosato.
La sua acqua distillata viene utilizzata in cosmetica per pelli delicate e arrossate.
Con i frutti si preparano ottime marmellate.
Con i petali dei fiori viene preparato il miele rosato.
Nomi comuni
• Rosa di macchia
• Rosa selvatica
• Rosa di bosco

   
 

Rosmarino
Il rosmarino (Rosmarinus officinalis, L., 1753) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Lamiaceae. È l'unica specie del genere Rosmarinus, se si prescinde da alcune sottospecie a volte elevate al rango di specie (p.es. Rosmarinus eriocalix, per molti una semplice sottospecie di Rosmarinus officinalis) e da Rosmarinus chilensis, che diversi autori attribuiscono al genere Sphacele o anche al genere Alquelaquen.
Originario dell'Europa, Asia e Africa, è ora spontaneo nell'area mediterranea nelle zone litoranee, garighe, macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell'entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare, ma si è acclimatato anche nella zona dei laghi prealpini e nella pianura padana nei luoghi sassosi e collinari. È noto in Italia anche col nome volgare di ramerino o ramerrino; il nome del genere deriva dalle parole latine ros (rugiada) e maris (del mare).
Morfologia
Pianta arbustiva che raggiunge altezze di 50-300 cm, con radici profonde, fibrose e resistenti, ancorante; ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, prostrati ascendenti o eretti, molto ramificati, i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare.
Le foglie, persistenti e coriacee, sono lunghe 2-3 cm e larghe 1-3 mm, sessili, opposte, lineari-lanceolate addensate numerosissime sui rametti; di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca; hanno i margini leggermente revoluti; ricche di ghiandole oleifere.
I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, riuniti in brevi grappoli all'ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghi spicastri allungati, bratteati e fogliosi, con fioritura da marzo a ottobre, nelle posizioni più riparate ad intermittenza tutto l'anno.
Ogni fiore possiede un calice campanulato, tomentoso con labbro superiore tridentato e quello inferiore bifido; la corolla di colore lilla-indaco, azzurro-violacea o, più raramente, bianca o azzurro pallido, è bilabiata con un leggero rigonfiamento in corrispondenza della fauce; il labbro superiore è bilobo, quello inferiore trilobo, con il lobo mediano più grande di quelli laterali ed a forma di cucchiaio con il margine ondulato; gli stami sono solo due con filamenti muniti di un piccolo dente alla base ed inseriti in corrispondenza della fauce della corolla; l'ovario è unico, supero e quadripartito.
L'impollinazione è entomofila poiché avviene tramite insetti pronubi, tra cui l'ape domestica, attirati dal profumo e dal nettare prodotto dai fiori.
I frutti sono tetracheni, con acheni liberi, oblunghi e lisci, di colore brunastro.
Coltivazione
Richiede posizione soleggiata al riparo di muri dai venti gelidi; terreno leggero sabbioso-torboso ben drenato; poco resistente ai climi rigidi e prolungati.
Si può coltivare in vaso sui terrazzi, avendo cura di porre dei cocci sul fondo per un drenaggio ottimale, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia, concimazioni mensili con fertilizzante liquido miscelato all'acqua delle annaffiature, che saranno controllate e diradate d'inverno.
In primavera si rinnova l'impianto cimando i getti principali, per ottenere un aspetto cespuglioso, senza dover ricorrere ad interventi di potatura.
Si moltiplica facilmente per talea apicale dei nuovi getti in primavera prelevate dai germogli basali e dalle piante più vigorose piantate per almeno 2/3 della loro lunghezza in un miscuglio di torba e sabbia; oppure si semina in aprile-maggio, si trapianta in settembre o nella primavera successiva; oppure si moltiplica per divisione della pianta in primavera.
Usi
Il Rosmarino viene utilizzato:
• In cucina o nell'industria degli insaccati come pianta aromatica
• Come pianta ornamentale nei giardini, per bordure, aiuole e macchie arbustive, o per la coltivazione in vaso su terrazzi
• Le foglie, fresche o essiccate, e l'olio essenziale, come pianta medicinale
• Nell'industria cosmetica come shampoo per ravvivare il colore dei capelli o come astringente nelle lozioni; nelle pomate e linimenti per le proprietà toniche.
• Come insettifugo o deodorante ambientale nelle abitazioni, bruciando i rametti secchi
• In profumeria, l'olio essenziale ricavato dalle foglie, viene utilizzato per la preparazione di colonie, come l'Acqua d'Ungheria
• I fiori sono particolarmente melliferi
Proprietà medicinali
• I rametti e le foglie raccolti da maggio a luglio e fatti seccare all'ombra hanno proprietà aromatiche, stimolanti l'appetito e le funzioni digestive, stomachici, carminativi, utili nelle dispepsie atoniche e gastralgie, tonici e stimolanti per il sistema nervoso, il fegato e la cistifellea
• Per uso esterno il macerato di vino applicato localmente è antireumatico; mentre il macerato di alcool revulsivo, viene usato per frizioni anche del cuoio capelluto; possiede qualità analgesiche e quindi viene applicato per dolori reumatici, artriti.
• L'infuso viene utilizzato per gargarismi, lavaggi e irrigazioni cicatrizzanti; o per cataplasmi antinevralgici e antireumatici; aggiunto all'acqua da bagno serve come corroborante, purificante e per tonificare la pelle
• I fiori raccolti da Maggio ad Agosto, hanno proprietà simili alle foglie; in infuso per uso esterno sono vulnerari, stimolanti, curativi della leucorrea e per la lotta ai pidocchi pubici
• Farmacologicamente, si prepara un'essenza e un'acqua contro l'alopecia o pomate per gli eczemi
• Dalle foglie, in corrente di vapore, si estrae l'olio essenziale di rosmarino, per un 1% in peso, liquido incolore o giallognolo, contenente pinene, canfene, cineolo, eucaliptolo, canfora e borneolo. A seconda del chemotipo della pianta vengono ottenuti diversi oli essenziali: uno ricco in eucaliptolo, un altro ricco di canfora ed infine uno in cui abbondano il borneolo ed i suoi derivati. Questi tre olii essenziali hanno differenti azioni farmacologiche in quanto il primo ha attività balsamica, il secondo antiinfiammatoria (soprattutto per uso locale) e l'ultimo è essenzialmente un antispastico.
Nell'uso farmacologico comune l'olio viene usato come eupeptico, eccitante, antisettico sedativo, ed i suoi preparati contro gli stati depressivi, restituendo vigore intellettuale e fisico alle persone indebolite.
Controindicazioni
Il rosmarino (specie l'olio essenziale ricco di canfora) è controindicato in persone che soffrono di epilessia. Causa infatti, specialmente in casi d'iperdosaggio, irritazioni, convulsioni, vomito e principi di paralisi respiratorie.
Preparazione secondo i costumi popolari
Infuso: tonificante e corroborante per le dispepsie gastriche e anticolitico.
20gr per litro d'acqua calda, filtrare e bere molto caldo.
Posologia:2-3 volte al giorno, fino a scomparsa dei sintomi.
Tintura madre: antispasmodica e digestiva.
Si ottiene macerando per 4-5 giorni 20gr di foglie in 100gr di alcool a 60°. Quindi occorre filtrare senza aggiungere altro.
Posologia: dalle 15 alle 30 gocce dopo i pasti fino a scomparsa dei sintomi.

   
 

Rosolaccio
Il papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas L.) è una pianta erbacea annuale appartenente alla famiglia Papaveraceae.
La specie, largamente diffusa in Italia, cresce normalmente in campi e sui bordi di strade e ferrovie ed è considerata una pianta infestante. Petali e semi possiedono leggere proprietà sedative: il papavero è parente stretto del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina.
Morfologia
È alta fino a 80 - 90 cm. Il fusto è eretto, coperto di peli rigidi. Tagliato emette un liquido bianco.
I boccioli sono verdi a forma di oliva e penduli. Il fiore è rosso dai petali delicati e caduchi. Spesso macchiato di nero alla base in corrispondenza degli stami di colore nero. Fiorisce in primavera da aprile fino a metà luglio.
Foglie pennato partite sparse lungo il fusto.
Il frutto è una capsula che contiene numerosi semi piccoli, reniformi e reticolati. Fuoriescono da un foro sotto lo stimma.
Uso
Il rosolaccio contiene degli alcaloidi che possono essere sfruttati per le loro proprietà blandamente sedative, infatti un infuso ottenuto con 4 o 5 petali per tazza viene spesso somministrata ai bambini prima di coricarsi in maniera da indurre loro un sonno migliore. È importante notare che gli alcaloidi presenti sono anche blandamente tossici, per questo motivo è importante non eccedere le dosi consigliate e non farne un uso prolungato. In genere un limite superiore di somministrazione consigliato è di due tazze giornaliere.
Oltre ai petali, che in infuso conferiscono alla tisana un profumo gradevole e un colore rossiccio, si utilizzano anche le capsule alle quali i petali sono attaccati, raccolte quando i fiore è sbocciato ma non ancora sfiorito. Le capsule contengono gli stessi alcaloidi presenti nei petali, ma in concentrazione maggiore: per questo motivo si consiglia di non utilizzare più di una capsula per tazza, eventualmente accompagnata da qualche petalo per rendere aromaticamente più gradevole la bevanda. Spesso nello stesso infuso si aggiungono anche dei fiori di camomilla rendendolo ancora più efficace e gradevole.

   
 

Salvia
Il genere Salvia comprende diverse specie di piante odorose appartenenti alla famiglia delle Lamiacee, la stessa famiglia del timo e della menta.
In cucina è considerata una spezia.
Morfologia
La specie più nota, largamente usata in cucina, è la Salvia officinalis (la salvia in senso stretto).
La Salvia officinalis è una pianta a portamento cespuglioso, con fusto molto ramificato e foglie picciolate di colore grigio-verde, ricche di oli essenziali che le conferiscono il caratteristico aroma. i fiori sono ermafroditi, di colore violetto e sbocciano in primavera.
Altre specie hanno applicazione nell'alimentazione o in erboristeria. Alcune specie (in particolare Salvia divinorum) contengono sostanze allucinogene. Infine, molte specie hanno usi ornamentali: tra queste la più nota è la Salvia splendens, anche se la stessa Salvia officinalis trova impiego per scopo ornamentale.
Proprietà terapeutiche
I principi attivi della Salvia officinalis sono:
• olio essenziale (contenente tujone, cineolo, borneolo, linalolo, beta-terpineolo e beta-cariofillene) con proprietà antisettiche
• la salvina e la picrosalvina (principi amari che agiscono sull'apparato gastro-intestinale)
• l'acido carnosico (diterpene antiossidante ed anti-infiammatorio)
• triterpeni come amirina, betulina, acido crategolico ed acido 3-idrossi-ursolico
• acidi fenolici (acido caffeico, acido rosmarinico, acido clorogenico ed acido ferulico) che stimolano la cistifellea
• flavonoidi (luteolina, salvigenina, genkwanina, cirsimaritina ed ispidulina), con azione antiossidante ed estrogenica
La salvia ha varie proprietà farmacologiche che sono state sfruttate nei secoli:
• amaro-tonica
• antisettica
• digestiva
• diuretica
• balsamica
• emmenagoga
• spasmolitica
• coleretica
• ipoglicemica
• estrogenica
• trofica per il surrene
La Salvia splendens e Salvia miltiorrhiza, tra i principi attivi, producono dei composti molto interessanti:
• l'acido litospermico, risultato inibitore di alcune tirosina chinasi e della proteina chinasi calcio-fosfolipide dipendente (PKC);
• il rosmadiale, altro inibitore della PKC
• il miltirone, un orto-benzochinone con azione antitumorale
• l'hassanano, un diterpene-dione che blocca la lipossigenasi responsabile della sintesi dei leucotrieni (infiammazione ed asma)
• il nortanshinone, che è anti-infiammtorio perché inibisce la ciclo-ossigenasi, il bersaglio molecolare dell'aspirina.

   
 

Senna
Il genere Senna Mill. comprende piccoli alberi e arbusti della famiglia delle Leguminose o Fabacee.
Il termine volgare senna indica genericamente diverse specie di questo genere e anche del genere Cassia a esso affine, e in modo particolare Senna alexandrina sin. Cassia angustifolia.
Sistematica
Il genere Senna è collocato tipicamente all'interno della famiglia delle Leguminose e della sottofamiglia delle Cesalpinioidee. Alcuni autori elevano questa sottofamiglia al livello di famiglia (Cesalpiniee).
Molti studiosi inseriscono il genere nella tribù delle Cassiee.
Specie
Il genere Senna è molto affine al genere Cassia, tanto che l'attribuzione di diverse specie all'uno o all'altro genere è oggetto di discussione tra gli studiosi.
Usi terapeutici
La senna appartiene alla classe dei lassativi naturali, chiamata antrachinonica, che sono sconsigliati in gravidanza, nella fase dell'allattamento e nel caso il paziente soffra di emorroidi. Si utilizzano le sue foglie assunte per via orale tramite una tisana.

   
 

Soia
La soia o soja (Glycine max (L.) Merr.) è una pianta erbacea della famiglia delle Leguminose, originaria dell'Asia orientale e coltivata per scopi alimentari. Allo stato spontaneo esiste una specie affine, Glycine soja, la soia selvatica.
Etimologia
La parola soia deriva dal giapponese shoyu (salsa di soia), che a sua volta deriva da una parola manciù.
Descrizione
La soia è una pianta annuale, a crescita da prostràta (con altezza massima di 20 cm) ad eretta (altezza 2m). È tipica la peluria brunastra che ricopre molte parti della pianta (legume, fusti, foglie).
Le foglie sono trifogliate, con singole foglioline piuttosto grandi (lunghe 6–15 cm e larghe 2–7 cm).
I fiori sono bianchi, rosa o viola, riuniti in piccoli grappoli (racemi) e sono generalmente autofertili.
I frutti sono legumi corti (3-8 cm) e contengono pochi semi (di solito da 2 a 4) di diametro 5-11 mm.
Le radici, analogamente ad altre leguminose, ospitano un batterio simbionte, Bradyrhizobium japonicum che opera la fissazione dell'azoto atmosferico.
Distribuzione e storia
La soia selvatica (Glycine soja) cresce in un vasto areale dalla Cina al Giappone.
La soia vera e propria (Glycine max) non esiste allo stato spontaneo, ma si ritiene che sia derivata da Glycine soja (per altri però da Glycine ussuriensis). La sua coltivazione fu iniziata in Cina almeno 5000 anni fa.
In Europa la soia arrivò inizialmente come oggetto di studio nei giardini botanici (1737 in Olanda, 1739 in Francia ecc.) e solo nell'Ottocento se ne iniziò la coltivazione. In America la soia è nominata già da Benjamin Franklin nel 1775, ma la sua coltivazione è iniziata in modo significativo solo ai primi del Novecento.
Oggi la soia è coltivata in tutto il mondo. I primi cinque produttori sono, nell'ordine, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Cina e India. Va peraltro notato che la produzione nei paesi extra-asiatici è destinata in gran parte all'alimentazione degli animali e all'esportazione, mentre la soia rimane un componente marginale nella dieta delle popolazioni locali.
Coltivazione
La soia può essere coltivata in tutti i climi temperati e subtropicali. I risultati migliori si ottengono dove l'estate è calda, ma non troppo, con temperature medie comprese tra i 20 °C e i 30 °C. Temperature medie tra 30 °C e 40 °C sono comunque ben tollerate.
La soia cresce in una grande varietà di terreni, e sopporta anche terreni poveri grazie alla presenza di batteri simbionti che fissano l'azoto. Tuttavia, per i migliori risultati, si pratica frequentemente l'inoculazione del ceppo preferito di batterio, mescolandolo ai semi in occasione della semina.

   
 

Tarassaco
Il taràssaco comune (Taraxacum officinale, Weber ex F.H.Wigg. 1780) è una pianta a fiore (angiosperma) appartenente alla famiglia delle Asteracee.
L'epiteto specifico ne indica le virtù medicamentose, note fin dall'antichità e sfruttate con l'utilizzo delle sue radici e foglie.
È comunemente conosciuto anche come dente di leone e soffione, o anche con lo storpiamento del nome in taràssacco.
Uno dei nomi comuni del tarassaco è anche piscialetto (in Veneto pìsacàn) poiché ai bambini viene di solito raccontato che chi lo coglie la notte bagnerò il letto da cui il nome.
Morfologia
È una pianta erbacea e perenne, di altezza compresa tra i 3-9 cm. Presenta una grossa radice a fittone dalla quale si sviluppa, a livello del suolo, una rosetta basale di foglie munite di gambi corti e sotterranei.
Le foglie sono semplici, oblunghe, lanceolate e lobate, con margine dentato (da qui il nome di dente di leone) e prive di stipole.
Il fusto, che si evolve in seguito dalle foglie, è uno scapo cavo, glabro e lattiginoso, portante all' apice un' infiorescenza giallo-dorata, detta capolino.
Il capolino è formato da due file di brattee membranose, piegate all' indietro e con funzione di calice, racchiudenti il ricettacolo, sul quale sono inseriti centinaia di fiorellini, detti flosculi.
Ogni fiore è ermafrodita e di forma ligulata, cioè la corolla presenta una porzione inferiore tubolosa dalla quale si estende un prolungamento nastriforme (ligula) composto dai petali. L' androceo è formato da 5 stami con antere saldate a tubo; il gineceo da un ovario infero, bi-carpellare ed uniloculare, ciascuno contenente un solo ovulo e collegato, tramite uno stilo emergente dal tubo, ad uno stimma bifido.
La fioritura avviene in primavera ma si può prolungare fino all' autunno. L' impollinazione è di norma entomogama, ossia tramite insetti pronubi, ma può avvenire anche grazie al vento (anemogama).
Da ogni fiore si sviluppa un achenio, frutto secco indeiscente, privo di endosperma e provvisto del caratteristico pappo: un ciuffo di peli bianchi, originatosi dal calice modificato, che, agendo come un paracadute, agevola col vento la dispersione del seme, quando questo si stacca dal capolino.
Habitat e distribuzione
Il tarassaco cresce spontaneamente nelle zone di pianura fino ad una altitudine di 2000 m e in alcuni casi con carattere infestante. È una pianta tipica del clima temperato e, anche se per crescere non ha bisogno di terreni e di esposizioni particolari, predilige maggiormente un suolo sciolto e gli spazi aperti, soleggiati o a mezzombra. In Italia cresce dovunque e lo si può trovare facilmente nei prati, negli incolti, lungo i sentieri e ai bordi delle strade.
Sostanze bioattive nel Taraxacum officinale
La pianta fresca di Taraxacum officinale contiene oltre alla cellulosa una serie di sostanze bioattive. Forse per questo è un gradito mangime dei Mammiferi industriali.
La foglia contiene particolarmente:
• derivati di acido taraxinico (sesquiterpenlactone)
• triterpeni e steroidi
• flavonoidi (glicosidi dell' apigenina e luteolina)
• vitamine (B1, B2, C, E)
La radice è particolarmente ricca di:
• sesquiterpenlactoni
• acido taraxinico e taraxacolide
• triterpeni e steroidi
• taraxacosidi
• acido linolico e linoleico
L'efficacia delle sostanze contenute nel tarassaco sulla stimolazione dell'apparato digestivo umano è noto da secoli. L'investigazione scientifica su queste proprietà è un classico esempio di come il pregiudizio del metodo scientifico contro la tradizione può portare a risultati errati. Le ricerche per isolare un singolo principio attivo sono fallite per molti anni, portando alcuni ricercatori a negare il valore della tradizione, fino a quando non si è capito che questa ipotesi è riduttiva e si è rivalutata l'importanza della sinergia di più principi attivi, che è una delle regole su cui si basa la fitoterapia.
Usi
Il tarassaco viene usato sia dalla cucina che dalla farmacia popolare e la terapia a base di tarassaco viene chiamata "tarassacoterapia".
È una pianta di rilevante interesse apistico, che fornisce alle api sia polline che nettare.
Uso culinario
Nelle arti culinarie era (ed è) un'apprezzata insalata primaverile depurativa, sia da solo che in mescolanze varie. In Piemonte, dove viene chiamato "girasole", è tradizione consumarlo con uova sode durante le scampagnate di Pasquetta.
Anche i petali dei fiori possono contribuire a dare sapore e colore ad insalate miste. I boccioli sono apprezzabili se preparati sottolio. I fiori si possono preparare in pastella e quindi friggere. Le tenere rosette basali si possono consumare con soddisfazione sia lessate e quindi condite con olio extravergine di oliva, sia saltate in padella con aglio (o ancor meglio con aglio orsino).
In orticoltura si coltivano diverse forme mutate come insalata e verdura.
Uso in medicina popolare
Quando il tarassaco viene estirpato, la sua radice può rimanere nel terreno e così dar vita ad un nuovo individuo nella stagione più propizia.
In medicina popolare il tarassaco viene usato per diverse indicazioni e composizioni con altri fitorimedi come:
• epatico / biliare
• antireumatico spasmolitico, anaflogistico, diuretico
• antidiscratico
Uso in fitoterapia
In fitoterapia si usa ancora la droga pura, in infusione o decotto, per disappetenza e disturbi dispeptici.

   
 

Tè verde
Il tè verde è un tipo di tè composto esclusivamente da foglie di Camellia sinensis (o Thea sinensis) che durante la lavorazione non debbono subire alcuna ossidazione. Di origini cinesi, per secoli è stato consumato in varie regioni asiatiche, dal Giappone al Medio Oriente. Solo di recente ha trovato la sua diffusione anche in Occidente, dove per tradizione si consuma per lo più tè nero. Globalmente, tuttavia, non è la varietà di tè più diffusa: dei 2,5 milioni di tonnellate di tè che si producono a livello mondiale, solo il 20% è rappresentato da tè verde (il 78% da tè nero, il 2% da tè Oolong).
Varietà
Nel tempo sono state create molteplici varietà di tè verde, che differiscono in base alle condizioni di crescita locali (altitudine, clima, suolo, schermatura dal sole), e alle modalità di raccolta e di lavorazione.
Tè verdi cinesi
In Cina si producono almeno mille varietà di tè, circa il 50% delle quali sono tè verdi (il restante 50% è costituito soprattutto da tè nero, tè oolong, tè rosso, tè giallo, tè bianco). Queste varietà prendono il nome dal loro aspetto, ma anche dal luogo di origine o da alcune caratteristiche particolari. Qui riportiamo una lista dei tè verdi più conosciuti, ordinati per provincia di provenienza, con il nome originale, il nome inglese di importazione, e la sede di provenienza.
Lavorazione
Il tè verde non è fermentato, per cui le foglie conservano il loro colore verde. Le foglie si dispongono su superfici di bambù e si espongono al sole per qualche ora. Poi vengono passate al vapore (100 °C) per almeno 30 secondi, in modo da inattivare alcuni enzimi. Seguono diverse fasi di asciugatura (in genere 4, da circa 20-40 minuti ognuna) che fanno evaporare una grossa percentuale di acqua contenuta nelle foglie. L'asciugatura rende le foglie mollicce ed è intercalata da fasi di ripiegamento o arrotolamento (a questo punto possono essere piegate in forme particolari, come nella varietà gunpowder). Quando le foglie sono ben essiccate sono pronte per essere raffinate (viene eliminata la polvere e i detriti) ed eventualmente tostate (come per Hojicha), quindi vengono inviate all'impacchettamento.
Preparazione dell'infuso
Anche se ogni varietà di tè verde ha i suoi parametri ottimali di temperatura, quantità, tempo di infusione, è possibile utilizzare delle regole generali che permettano di preparare un'ottima bevanda.
• Normalmente si porta dell'acqua a temperatura di ebollizione, quindi si fa raffreddare per circa 30-60 secondi, facendole raggiungere la temperatura ottimale di 70° C (comunque compresa tra 60° e 80°). Non bisogna mai utilizzare l'acqua bollente (100 °C), in quanto l'alta temperatura "cuoce" le foglie e distrugge gli aromi e i componenti del tè, risultandone un gusto abbastanza amaro; per lo stesso motivo, se si utilizza un gaiwan, questo non dovrebbe essere chiuso con il suo coperchio, ma l'infusione andrebbe lasciata libera di evaporare e quindi di raffreddarsi.
• L'acqua calda si versa nel recipiente in cui sono state deposte le foglie di tè: è preferibile non versare direttamente l'acqua sulle foglie, ma far colpire all'acqua la parete della tazza o del gaiwan (sempre per non bruciarle).
• Le dosi tipiche di foglie da utilizzare corrispondono a circa 2-2,5 grammi per tazza da 200 grammi, ovvero circa un cucchiaino pieno.
• La durata dell'infusione varia in base al tipo di tè. Normalmente non si superano i 2-3 minuti (è il tè che richiede il tempo di infusione più breve); se l'infusione è troppo lunga, ne risulta un sapore troppo amaro.
• Si rimuovono le foglie con un filtro e la bevanda è pronta.
Alcuni tipi di tè verde possono essere aromatizzati durante l'infusione con semi di anice o anice stellato, radice di liquirizia, scorza di limone, menta, cannella o cardamomo.
Soprattutto se il tè è di qualità superiore, come il Gyokuro, è pratica comune riutilizzare le foglie anche 2-3 volte, ma per infusioni più brevi. Per ridurre ulteriormente la quantità di caffeina presente nel tè, è possibile versare una piccola quantità di acqua calda sulle foglie, attendere 20 secondi, gettare l'acqua di infusione, quindi versare nuova acqua calda e ripetere l'infusione per 2-3 minuti.
Altri utilizzi
Estratti di tè verde (in particolare la varietà Matcha) sono variamente usati per preparare una enorme varietà di derivati, in particolare dolciumi e bevande: torte, biscotti, tiramisù, cioccolatini, gelati industriali ed artigianali, creme-caramel, muffin, frappè, granite.
Composizione chimica
La composizione chimica del tè verde ad uso alimentare, fatta eccezione per poche reazioni enzimatiche che si verificano subito dopo la raccolta, rappresenta in pratica la composizione delle foglie fresche, dato che la procedura di lavorazione prevede la sola essiccazione ad alte temperature, e non la fermentazione.
Una tazza di tè verde (200 mL di Gunpowder, Hangzhou) contiene circa 142 mg di EGCG, 65 mg di EGC, 28 mg di ECG, 17 mg di EC, e 76 mg di caffeina.
Polifenoli (circa il 30% del peso secco)
• Flavan-3-oli (catechine ed i loro isomeri epicatechine)
1. epigallocatechina-3-gallato (EGCG): polifenolo, il più caratteristico componente del tè verde, dovuto alla non-fermentazione del tè verde. Il tè verde ha un contenuto di EGCG 10 volte superiore al tè nero e 2,5 volte superiore al tè Oolong. L'EGCG è il principale responsabile delle proprietà del tè verde, ed agisce mediante vari meccanismi tra cui la riduzione dei livelli di TNF-alfa, una citochina proinfiammatoria.
2. epigallocatechina (EGC)
3. epicatechina-3-gallato (ECG)
4. epicatechina (EC)
5. gallocatechina
6. catechina
• Flavandioli
• Flavonoidi
• Acidi fenolici (tra cui l'acido gallico ed il suo estere Teogallina)
• tannini con questo termine si indica in maniera inesatta i polifenoli antiossidanti responsabili dell'aroma e del gusto amarognolo. Sarebbe più opportuno chiamarli "polifenoli del tè" oppure "flavonoidi del tè", dato che sono molto diversi dai tannini commerciali e dall'acido tannico.
Vitamine
• vitamina C
• vitamine del gruppo B
Metilxantine (alcaloidi a nucleo purinico)
• caffeina: 30-50 mg per tazza da 225 grammi. Si tratta di un tasso relativamente basso, se confrontato con il tè nero (40-80 mg) e molto inferiore al caffè espresso (tenendo conto dell'inevitabile approssimazione di queste misurazioni). Inoltre gli effetti eccitanti della caffeina sono attenuati dalla presenza della L-teanina, che ne riduce l'assorbimento.
• teofillina
• teobromina
Aminoacidi
• L-teanina (5-N-etilglutamina): aminoacido responsabile del potenziamento del gusto umami, che riduce lo stress mentale e fisico .
Minerali
• Alluminio
• Manganese
L'olio essenziale di tè verde contiene più di 300 composti tra cui aldeidi, alcoli, e fenoli.
Nella lavorazione del tè nero, invece, la maggior parte di questi composti monomerici va incontro ad una polimerizzazione detta "ossidazione" (con formazione di bisflavanoli, tearubigine e teaflavine dal caratteristico anello benzotropolonico che conferisce al tè nero il colore ed il sapore caratteristici). Il tè Oolong è parzialmente ossidato (possiede catechine, teaflavine e tearubigine monomeriche).
L'ossidazione è resa possibile dalla presenza di un enzima caratteristico, una polifenolo ossidasi che catalizza l'ossidazione aerobica delle catechine nel momento in cui la struttura cellulare è danneggiata, durante la lavorazione dei tè nero ed Oolong.
Effetti del tè verde sulla salute
Fin dai primordi del suo consumo, al tè verde sono stati attribuiti effetti positivi sulla salute. Ma solo negli ultimi anni l'entità reale di questi benefici è stata studiata in maniera scientifica: ci sono evidenze secondo cui i bevitori regolari di tè verde mostrano minore incidenza di malattie cardiache e tumori.

   
 

Tiglio
Tilia (nome comune Tiglio) è un genere di piante della famiglia delle Tiliaceae (Malvaceae secondo la classificazione APG), originario dell'emisfero boreale.
Il nome deriva dal greco ptilon (= ala), per la caratteristica brattea fogliacea che facilita la diffusione eolica dei grappoli di frutti.
Descrizione
Sono alberi di notevoli dimensioni, molto longevi (arrivano fino a 250 anni), dall'apparato radicale espanso, profondo.
Possiedono tronco robusto, alla cui base si sviluppano frequentemente numerosi polloni, e chioma larga, ramosa e tondeggiante.
La corteccia dapprima liscia presenta nel tempo screpolature longitudinali.
Ha foglie alterne, asimmetriche, picciolate con base cordata e acute all'apice, dal margine variamente seghettato.
I fiori, ermafroditi, odorosi, hanno un calice di 5 sepali e una corolla con 5 petali di colore giallognolo, stami numerosi e saldati alla base a formare numerosi ciuffetti; il pistillo è unico con ovario supero pentaloculare; sono riuniti a gruppi di 3 (o anche 2-5) in infiorescenze dai lunghi peduncoli dette antele (cioè infiorescenze in cui i peduncoli fiorali laterali sono più lunghi di quelli centrali). Le infiorescenze sono protette da una brattea fogliacea ovoidale di colore verde-pallido, che rimane nell'infruttescenza e come un'ala agevola il trasporto a distanza dei frutti. Questi sono delle nucule ovali o globose, della grossezza di un pisello, con la superficie più o meno costoluta, pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente, chiamata carcerulo.
Diffusione
Il tiglio vegeta nelle zone dal Castanetum al Fagetum in luoghi freschi e ombreggiati.
Specie
Comprende specie arboree che si incrociano facilmente tra loro, dando luogo a numerosi ibridi dalle caratteristiche intermedie; ne deriva che la classificazione delle specie risulta poco agevole, con opinioni contrastanti tra i botanici, e un numero di specie considerate autonome che può variare da 18 a 65 a seconda dell'autore considerato.
Le specie spontanee in Italia sono:
• Tilia cordata Mill. (= Tilia parvifolia Ehrh., Tilia sylvestris Desf.) noto col nome di Tiglio selvatico
• Tilia platyphyllos Scop. (= Tilia europea L.) noto col nome di Tiglio nostrale o Tiglio nostrano.
Le specie citate vengono considerate da alcuni autori come sottospecie della linneana Tilia europaea nota come Tiglio europeo o Tiglio comune; citiamo inoltre la Tilia x vulgaris Hayne noto col nome di Tiglio intermedio, che è un ibrido tra la Tilia cordata e la Tilia platyphyllos, con caratteristiche intermedie tra le specie originarie, molto diffuso in Italia.
Tra le specie ornamentali coltivate nel nostro paese, oltre a Tilia cordata, ricordiamo Tilia americana L. e le numerose varietà, originaria del Nord America e nota come Tiglio americano; si presenta come un albero di 23-40 m di altezza, a foglie decidue, ovate-cordate di colore verde scuro e piccoli fiori ermafroditi, primaverili, di colore giallognolo, frutti secchi e duri, pubescenti, contenenti uno o due semi. La famiglia del tiglio è "TIGLIACEE"; il nome scientifico è "Tilia x europaea L."
Uso
• Come pianta ornamentale nei viali, parchi e giardini
• Il legno biancastro, omogeneo, leggero (p. sp. 0,90 fresco, 0,65 stagionato) è idoneo a lavori di intaglio, intarsio, scultura, parti di strumenti musicali e per la realizzazione di oggetti vari
• In particolare è utilizzato per i corpi di chitarre e bassi "solid body" in liuteria elettrica. La varietà utilizzata è normalmente indicata con l'inglese basswood.
• I fiori forniscono il polline per il miele, e vengono utilizzati per la preparazione di infusi e tisane
• Nell'arboricoltura da legno vengono utilizzate per il governo a ceduo o fustaia, grazie al rapido vigore vegetativo
• Come pianta medicinale, nella farmacopea ufficiale vengono utilizzati i fiori col nome di Tiliae flores per la presenza del glucoside Tiliacina, e di tannini, mucillagini, etc.
Proprietà medicinali
• Il decotto di corteccia dei giovani rami raccolto in primavera ha proprietà astringenti, per uso esterno utilizzato come clistere per la cura di diarree e infezioni intestinali
• L'infuso, la tisana e lo sciroppo dei fiori con le brattee, raccolti in giugno-luglio e fatti seccare all'ombra, vantano proprietà anticatarrali, bechiche, sudorifere, emollienti, antispasmodiche, vasodilatatrici e calmanti nei confronti di stati d'ansia
• Per uso esterno l'infuso di fiori viene usato per bagni calmanti e ristoratori, mentre il decotto serve per gargarismi curativi di stomatiti, faringiti, glossiti, angine
• L'estratto acquoso di alburno (la parte esterna del legno) dei rami, avrebbe un'azione contro gli spasmi intestinali, biliari ed epatici, vanterebbe inoltre un'attività antipertensiva e dilatatrice delle coronarie
• Il decotto dei giovani rami ha un'azione diuretica
• Il carbone vegetale ottenuto dal legno viene utilizzato come assorbente antiputrido intestinale

   
 

Timo
Il timo (Thymus L., 1753) è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Lamiaceae.
Il suo nome scientifico deriva dal greco forza, coraggio, che risveglierebbe in coloro che ne odorano il profumo balsamico.
Descrizione
È una pianta a portamento arbustivo, perenne, alta fino a 40-50 cm, con un fusto legnoso nella parte inferiore e molto ramificato, che forma dei cespugli molto compatti.
Le foglie sono piccole e allungate con una colorazione variabile dal verde più o meno intenso, al grigio, all'argento, ricoperte da una fitta peluria in quasi tutte le specie.
I fiori sono di colore bianco-rosato e crescono all'ascella delle foglie in infiorescenze a spiga e sono ad impollinazione entomofila (da insetti), soprattutto ad opera delle api.
I frutti sono degli acheni.
La pianta è considerata appartenente al gruppo della "aromatiche", ha infatti in ogni parte. ma soprattutto nelle foglie e nei fiori un odore gradevole ed aromatico.
Usi
Il timo possiede notevoli proprietà antisettiche a livello gastrointestinale, note fin da tempi antichissimi. Costituiva, con altri oli essenziali, sostanza base usata dagli Antichi Egizi nel processo di imbalsamazione.
Fino alla fine della Prima Guerra Mondiale con il timo si realizzavano i disinfettanti più diffusi. È efficace nelle infezioni delle vie urinarie.
Le proprietà antibatteriche sono dovute a un fenolo, il timolo, contenuto in tutte le parti della pianta, responsabile del forte profumo.
Il timolo, come per altri fenoli essenziali, allo stato di elevata concentrazione è corrosivo e tossico.
In erboristeria il suo uso è consigliato nelle affezioni dell'apparato respiratorio quali tosse o asma, visto che svolge una funzione espettorante, aumentando la produzione di secreto bronchiale e facilitandone l'espulsione.
Può essere usato come infuso (tipo tè) oppure come condimento nelle pietanze; può essere usato, come il mentolo, per unirlo al tabacco da fumo, per aromatizzarlo.

   
 

Uncaria
Uncaria tomentosa (Willd. ex Schult.) DC., chiamata popolarmente Uña de gato, è una pianta rampicante usata in medicina popolare.

   
 

Uva ursina
L'Uva ursina (Arctostaphylos uva-ursi), è una delle specie facenti parte del genere Arctostaphylos.
La pianta è un piccolo arbusto dell'altezza di circa 30 cm con foglie sempreverdi che cambiano ogni tre anni e piccole bacche rosse dal sapore non molto gradevole.
Grazie alle sue proprietà antibatteriche e diuretiche è solitamente usata come rimedio contro le cistiti uretriti e infiammazioni/infezioni lievi dell'apparato urinario, nelle prostatiti.
Viene utilizzato come antisettico delle vie urinarie visto che il principio attivo idrochinone combatte l'adesione dei batteri alle pareti uroteliali e agevola il loro allontanamento da parte dell'urina. L'idrochinone ha mostrato ottime azioni antiinfiammatorie quando è venuto a contatto con i ceppi più diffusi quali l'Escherichia coli e lo Streptococcus. Ha dato ottimi risultati anche nell'ipertrofia prostatica e nella ritenzione urinaria.
Viene raccomandato l'uso delle foglie in tisana e in decotto, soprattutto se associate alla gramigna, al timo. È sempre consigliabile la prescrizione medica poiché si sono riscontrati casi di gastralgia e anche di intossicazione.

   
 

Valeriana
Il genere Valeriana comprende circa 150 specie di erbe, tra cui la notissima pianta officinale che porta il nome volgare di Valeriana comune o Valeriana per antonomasia (Valeriana officinalis).
Specie
In Italia crescono spontaneamente una decina di specie (9 nell'elenco che segue):
• Valeriana officinalis, diffusa nei boschi umidi e ombrosi di tutta Italia;
• Valeriana phu, rara, solo nel Nord;
• Valeriana tripteris, diffusa nel Nord e nel Centro;
• Valeriana tuberosa, presente nei luoghi montani, erbosi e sassosi, in località limitate di tutta Italia esclusa la Sardegna (ma compresa la Sicilia);
• Valeriana montana, presente nei luoghi freschi e umidi di tutta Italia, compresa la Sardegna ed esclusa la Sicilia;
• Valeriana dioica, diffusa nei luoghi erbosi, umidi e paludosi del Nord e in pochi luoghi dell'Appennino;
• Valeriana saxatilis, propria di luoghi sassosi calcarei delle Alpi centrali e orientali e della Toscana;
• Valeriana celtica, limitata, per l'Italia, alla porzione di Alpi piemontesi compresa tra la Val di Susa e il Sempione;
• Valeriana saliunca, che cresce nei pascoli e sulle rupi delle Alpi e dell'Appennino centro-settentrionale.

   
 

Zafferano
Lo zafferano vero (Crocus sativus) è una pianta della famiglia delle Iridaceae. Coltivata in Asia minore e in molti stati del bacino del Mediterraneo. In Italia le colture più estese si trovano in Abruzzo e in Sardegna, altre zone di coltivazione degne di nota si trovano in Umbria ed in Toscana.
Scheda botanica
La pianta è una iridacea ed appartiene al genere Crocus di cui fanno parte circa 80 specie. La pianta adulta è costituita da un bulbo-tubero di un diametro di circa 5 cm. Il bulbo contiene circa 20 gemme indifferenziate dalle quali si originano tutti gli organi della pianta, in genere però sono solo 3 le gemme principali che daranno origine ai fiori e alle foglie, mentre le altre, più piccole, produrranno solo bulbi secondari. Durante lo sviluppo vegetativo dalle gemme principali del bulbo si sviluppano i getti, uno per ogni gemma; per cui da ogni bulbo ne spunteranno circa 2 o 3. I getti spuntano dal terreno avvolti da una bianca e dura cuticola protettiva, che permette alla pianta di perforare la crosta del terreno.
Il getto contiene le foglie ed i fiori quasi completamente sviluppati, una volta che è fuoriuscito dal terreno si apre e consente alle foglie di allungarsi e al fiore di aprirsi completamente.
Il fiore dello zafferano è un perigonio formato da 6 petali di colore violetto intenso. La parte maschile è costituita da 3 antere gialle su cui è appoggiato il polline. La parte femminile è formata dall'ovario, stilo e stimmi. Dall' ovario, collocato alla base del bulbo, si origina un lungo stilo di colore giallo che dopo aver percorso tutto il getto raggiunge la base del fiore, qui si divide in 3 lunghi stimmi di colore rosso intenso.
Le foglie del Crocus sativus sono molto strette e allungate. In genere raggiungono la lunghezza di 30/35 cm, mentre non superano mai la larghezza di 5 mm.
Il Crocus sativus è una pianta sterile triploide, è il risultato di una intensiva selezione artificiale di una specie originaria dell'isola di Creta, il Crocus cartwrightianus. Una selezione messa in atto dai coltivatori che cercavano di migliorare la produzione degli stimmi. La sua struttura genetica lo rende incapace di generare semi fertili, per questo motivo la sua riproduzione è possibile solo per clonazione del bulbo madre e la sua diffusione è strettamente legata all'assistenza umana.
foglie, spuntano i primi fiori. L'attività vegetativa rallenta durante l'inverno per poi riprendere alla fine di marzo quando la pianta genera i nuovi bulbi. Da maggio le foglie cominciano gradatamente a essiccarsi, a giugno i nuovi bulbi hanno accumulato i materiale di riserva ed entrano in stasi vegetativa.
Coltivazione
Coltivazione dello zafferano nel mondo
Le più importanti nazioni per produzione di zafferano.
— Stati con le superfici di coltivazione più estese.
— Stati maggior produttori.
— Stati con superfici di coltivazioni minori.
— Stati minor produttori.
— Zone di maggior commercializzazione (odierni).
— Zone di maggior commercializzazione (storiche).
Utilizzi
Un tempo allo zafferano, di cui si utilizzano gli stimmi, venivano attribuite proprietà antispastiche, antidolorifiche e sedative. Oggigiorno, tuttavia, sono stati trovati composti abortivi e l'uso di 20 g. al dì di zafferano può anche risultare mortale per cui tutte le precedenti indicazioni terapeutiche sono decadute.
L'uso dello zafferano può provocare anche effetti collaterali quali: vertigini, torpore e manifestazioni emorragiche da riduzione del numero delle piastrine (trombocitopenia) e da ipoprotrombinemia (diminuzione della protrombina).
Lo zafferano, attualmente, viene utilizzato solamente dall'industria alimentare ed in gastronomia come spezia o come colorante, anche se è ricco di carotenoidi che riducono i danni cellulari provocati dai radicali liberi.

   
 

Zenzero
Lo zenzero (Zingiber officinale) è una pianta erbacea delle Zingiberaceae (la stessa famiglia del Cardamomo) originaria dell'Estremo Oriente.
Largamente coltivata in tutta la fascia tropicale e subtropicale, è provvista di rizoma carnoso e densamente ramificato, dal quale si dipartono, sia lunghi fusti sterili e cavi, formati da foglie lanceolate inguainanti, sia corti scapi fertili, portanti fiori giallo-verdastri con macchie porporine. Il frutto è una capsula divisa da setti in tre logge contenenti molti semi.
In alcune regioni italiane la parola zenzero è utilizzata per indicare il peperoncino.
Componenti
Il rizoma contiene i principi attivi della pianta: olio essenziale (composto in prevalenza da zingiberene), gingeroli e shogaoli (principi responsabli del sapore pungente), resine e mucillagini, e presenta in modo più pronunciato il sapore e l'aroma tipico che lo vedono ampiamente utilizzato come spezia, specie in forma essiccata e polverizzata, o fresco in fette sottili. Gli stessi sono in misura minore contenuti anche nel legno di zenzero, utilizzato ad esempio per spiedini, soprattutto di pesce. Nella cucina giapponese lo zenzero è normalmente servito in forma caramellata con il sashimi. Nelle varie cucine indocinesi è spesso utilizzato anche nella preparazione di zuppe e piatti con salse. Il rizoma fresco, con l'ebollizione consente la coagulazione del latte come altre sostanze di origine animale o vegetali (caglio).
Proprietà
Il rizoma essiccato, generalmente commercializzato in polvere, è impiegato come spezia in cucina e nella preparazione di liquori e bibite (in particolare del Ginger Ale come aromatizzante. Ha proprietà stimolanti la digestione (stomachico), stimolanti la circolazione periferica, antinfiammatorie ed antiossidanti, e si ritiene tradizionalmente contribuisca alla conservazione ed all'esaltazione dei sapori delle pietanze cui è solitamente associato. Il rizoma possiede una evidente azione antinausea, antiemetica (contro il vomito), antipiretica e antiinfiammatoria .
Usi medicinali
La forma medicinale dello zenzero è stata chiamata storicamente "Zenzero della Giamaica"; è stato classificato come uno stimolante e carminativo, e usato frequentemente per dispepsia e coliche. Era spesso utilizzato anche per dissimulare il gusto di altri medicinali. Lo zenzero è sulla lista delle sostanze "genericamente considerate salubri" della FDA Statunitense, anche se ha delle controindicazioni se utilizzata insieme ad alcuni medicinali. Lo zenzero è sconsigliato per le persone che soffrono di calcoli biliari perché il vegetale stimola il rilascio di bile dalla cistifellea.
Lo zenzero può anche diminuire il dolore causato dall'artrite alle articolazioni, anche se gli studi sull'argomento sono incoerenti; inoltre può avere proprietà anticoagulanti, e abbassare il colesterolo, il che può renderlo utile per il trattamento di cardiopatie.
Cura per la diarrea
Le sostanze contenute nello zenzero sono attive contro una forma di diarrea che è uno dei principali fattori di mortalità infantile nelle nazioni in via di sviluppo. Lo Zingerone è probabilmente il componente attivo contro l'enterotossigenica Escherichia coli, ovvero la diarrea nella sua forma sensibile al calore e indotta da enterotossine.
Cura per la nausea
Lo zenzero, in numerosi studi, si è dimostrato efficace per il trattamento della nausea causata dal mal di mare, dalla gravidanza, e dalla chemioterapia. Si è rivelato mutageno ed abortivo, per cui è stato ritirato dal commercio come antinausea. anche se non ha dimostrato efficacia superiore a un placebo per la nausea post-operazione.
Gli effetti antinausea e antivomito degli estratti etanolico ed acetonico del rizoma sono stati dimostrati sperimentalmente sul cane come rimedio agli effetti collaterali del trattamento con il farmaco antitumorale cisplatino.
Usi nella medicina popolare
Ci sono una gran varietà di usi per lo zenzero, nella medicina popolare. Il tè di zenzero è un rimedio per il raffreddore. Tre o quattro foglie di basilico sacro, insieme ad un pezzetto di zenzero a stomaco vuoto, sono una cura efficace per congestione, tosse e raffreddore. Il Ginger Ale e la birra di zenzero sono stati raccomandati come "calmanti per lo stomaco" per generazioni, nelle nazioni dove tali bevande vengono prodotte, e l'acqua di zenzero era comunemente usata per evitare i crampi da calura, negli Stati Uniti. Lo zenzero è stato inoltre storicamente usato per trattare le infiammazioni, come confermato da diversi studi scientifici, anche se un caso specifico di artrite mostrò che lo zenzero non era meglio di un placebo o dell'ibuprofene. La ricerca sui topi di laboratorio suggerisce che lo zenzero potrebbe essere utile per il trattamento del diabete.

   
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